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Valutare la ricerca?

L’università italiana cambia. Una serie di interventi legislativi ha ridisegnato l’organizzazione interna dell’università pubblica, mutandone profondamente la governance. Sono state modificate anche le procedure per il reclutamento dei docenti e dei ricercatori. Inoltre, un sistema di valutazione dovrebbe presto entrare in funzione a pieno regime, introducendo novità significative, che avranno conseguenze per il reclutamento, le progressioni di carriera e il finanziamento degli atenei. Si tratta di provvedimenti che riprendono in parte spunti emersi in decenni di dibattito sui difetti dell’università pubblica italiana. Il modo in cui tali interventi sono stati concepiti e portati avanti dall’attuale governo non ne inficia taluni aspetti positivi: occorre infatti ripristinare la capacità di tener fede alla propria missione istituzionale da parte degli atenei del paese, così come l’immagine dell’Università italiana all’interno del paese stesso. Tuttavia, un giudizio sulle buone intenzioni del cuoco non garantisce affatto che tutte le pietanze che prepara siano ugualmente ben riuscite. Ce ne saranno di buone e di meno buone, e non si può escludere che qualcuna si riveli, con il tempo, nociva per la salute di chi se ne ciba. Non c’è dubbio che il progredire della ricerca costituisca un fattore fondamentale per la crescita del paese e più in generale per il suo sviluppo sociale e culturale. La corretta allocazione delle risorse e l’eliminazione di sacche di inefficienza attraverso corrette procedure di valutazione sono dunque esiti auspicabili di un processo di riforma; sarebbe perciò opportuno che la comunità accademica vi partecipasse attivamente con proposte e suggerimenti propri, onde evitare che – secondo un costume tipico del nostro paese – vengano tardivamente importate metodologie di valutazione dall’estero, proprio quando, là dove esse sono state applicate, se ne auspica la revisione. Ad esempio, i sistemi di valutazione della ricerca introdotti nel Regno Unito sono stati sottoposti a critiche severe perché – come ha sostenuto di recente il filosofo della scienza Donald Gillies – essi potrebbero impoverire la produzione scientifica, favorendo principalmente la ricerca mainstream, scoraggiando di conseguenza l’innovazione intellettuale e il progresso scientifico. Vi è poi il problema di escogitare strumenti di valutazione che possano applicarsi anche a quegli ambiti disciplinari che per loro natura mal si prestano a essere esaminati solo sotto il profilo quantitativo.

La ragione per cui poniamo questo problema è che nell’università lavoriamo, e vorremmo continuare a fare il nostro lavoro nel modo migliore a lungo. Infatti, contrariamente a quel che certe campagne di stampa vorrebbero far credere, l’università italiana non è fatta solo di “precari” e “baroni”. Ci sono migliaia di ricercatori e professori nella fascia d’età tra i trentacinque e i cinquanta anni. Preparati, spesso con esperienze di ricerca all’estero, e con pubblicazioni internazionali. Persone che hanno investito e vogliono continuare a investire tempo e passione nell’università di questo paese, le cui voci fino ad ora hanno trovato ben poco accoglienza da parte degli organi di stampa, faticando a raggiungere l’opinione pubblica.

Per questo abbiamo ritenuto utile promuovere un incontro che si terrà all’università di Milano (il 30 settembre, aula 420 di via Festa del Perdono, ore 11.00) per discutere delle pietanze che stanno per esserci servite, cominciando dalla valutazione della ricerca individuale e dall’impatto che essa avrà sul reclutamento e sulla carriera di docenti e ricercatori. Invitiamo chi è interessato a partecipare e, se ritiene, a portare il proprio contributo di idee per aiutarci a capire se ci sono aspetti del sistema di valutazione che si prospetta che potrebbero essere migliorati.

Pubblicato il 27/9/2011 alle 22.2 nella rubrica diario.

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