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1946-2011

L'anniversario della Casa della cultura

Nel suo bel libro di memorie, Rossana Rossanda rievoca il periodo in cui, pochi anni dopo la fine della guerra, prese le redini della Casa della Cultura di Milano, fondata nel 1946 da Antonio Banfi e da un gruppo di intellettuali progressisti tra i quali c’erano alcune tra le intelligenze più acute presenti nel capoluogo Lombardo. La Rossanda scrive che dalla crisi del 1948, che aveva portato alla rottura tra le forze della sinistra, i dirigenti del suo partito avevano tratto alcune conclusioni: «gli accordi tra le diverse anime politiche dovevano essere autentici, non ci si sognasse di utilizzare impunemente il prossimo, specie i socialisti, si doveva fare a meno dei soldi del partito perché chi dà i soldi è sempre un padrone […]. La federazione ci dette carta bianca, sollevata che non si chiedessero quattrini, e alcuni compagni e amici di buona volontà formarono una società per quote, potendo rivendere la propria parte, per acquistare e rendere frequentabile un sotterraneo attorno a Piazza San Babila. Era proprio una cantina, della quale si dovettero ingegnosamente occultare le tubature e sfidare gli enormi topi. Alle spese di funzionamento dovevano provvedere le quote di iscrizione dei soci frequentatori – essere un club privato permetteva un poco più di libertà – e ne avemmo sempre circa tremila». Mercoledì 16 marzo la Casa della Cultura festeggia i propri sessantacinque anni. Tempo di bilanci e progetti per un’istituzione che ha accompagnato, spesso anticipandole, le evoluzioni della sinistra italiana. Dagli anni del dopoguerra, attraverso il primo centrosinistra, fino alla svolta – e per certi versi mai del tutto compiuta – che porta alla nascita del PDS.

 

Oggi ci si domanda quale futuro abbiano istituzioni come la Casa della Cultura, che trovano la propria ragion d’essere nella promozione della riflessione politica, intesa nel senso più ampio. Si tratta di una questione che non riguarda solo l’istituzione milanese, ma si può estendere a tutte le realtà – circoli, fondazioni, centri studi – che si occupano di politica e cultura. La sensazione è che da tempo questo tipo di attività sia in affanno. C’è da dire che la responsabilità di questo cambiamento non è da attribuire alle persone che le dirigono, che anzi fanno nella maggior parte dei casi un lavoro straordinario. Sono le condizioni che sono cambiate. Lo spirito del tempo sembra più propizio ad altri modi di discussione e diffusione delle idee. 

 

Iniziative come quella della Casa della Cultura si ispiravano a un modello nato nel Regno Unito, con gruppi come la Fabian Society o il Bow Group, e proliferato poi anche negli Stati Uniti, in particolare negli anni della rivoluzione conservatrice, quando i centri indipendenti di elaborazione politica pensavano “l’impensabile” e suggerivano spunti innovativi che spesso diventavano iniziative legislative. Fino all’inizio degli anni novanta, quando l’ascesa della “spin-politics” ha cambiato notevolmente la genesi delle policies, i “Think Tank” progressisti e conservatori sapevano di poter contare su tempi piuttosto lunghi nella preparazione di un’iniziativa o di una pubblicazione. C’era modo di fare ricerca, studiare i dati, discuterne. La scrittura di un documento aveva tempi normalmente distesi, che lasciavano l’agio di rivedere e limare il testo. Basta dare uno sguardo a qualche documento prodotto in quel periodo per rendersene conto. Non si può negare che dietro c’è un lavoro serio, anche quando le conclusioni non convincono. La Casa della Cultura è più simile alle fondazioni britanniche e statunitensi che alle nuove entità personali nate negli ultimi anni da noi. Scrive ancora Rossana Rossanda, che «i politici salivano da Roma per dirsi quel che in Parlamento non dicevano». In un certo senso, era un posto dove si poteva pensare l’impensabile. Dove gli esponenti del PCI o del PSI potevano interagire liberamente con scrittori, registi, artisti, filosofi, economisti e sociologi. Confrontarsi con persone dalla sensibilità diversa, dai cattolici ai liberali, nel rispetto reciproco e con franchezza. Un modello che non mi pare abbia perso la sua ragion d’essere nell’Italia di oggi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 13 marzo 2011 

Pubblicato il 13/3/2011 alle 15.14 nella rubrica Diario di etica pubblica.

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