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Sulla libertà di non studiare

Uno spunto da Paola Mastrocola

“Dare un’opportunità a ciascuno e privilegiare chi ha talento”. Questo principio dovrebbe essere scritto sulla bandiera di un partito dell’eguale libertà che volesse riformare le nostre scuole. In primo luogo, esso impone che si metta a disposizione di tutti i bambini e di tutti gli adolescenti – indipendentemente dalla loro estrazione sociale e dai mezzi economici di cui dispongono i loro i genitori – la migliore istruzione possibile a titolo gratuito. Per “istruzione” in questo caso non si dovrebbe intendere qualcosa di eccessivamente sofisticato. Lasciamo perdere l’ossessione della “rilevanza”. Avere un’istruzione significa almeno essere in grado di  ragionare su qualità e quantità, distinguere il bene dal male, e valutare progetti di vita alternativi. Fare di più potrebbe essere una buona cosa, ma non si dovrebbe mai perdere di vista l’essenziale per andare dietro alla smania del superfluo. Dopo la fase iniziale, in cui si ricevono i rudimenti – si impara a leggere, scrivere e far di conto – si dovrebbe privilegiare la profondità piuttosto che enfatizzare l’estensione delle conoscenze impartite. Meglio aver letto tre libri che sei, se la lettura è stata approfondita, se c’è stato modo di discuterne i contenuti in classe, e di riflettere sui problemi che essi sollevano. Meglio, molto meglio, conoscere i lineamenti della storia italiana piuttosto che avere la testa confusa e le radici in nessun luogo.

A questo proposito, c’è un’obiezione “cosmopolita” che viene spesso sollevata contro chi sostiene che a scuola si dovrebbe insegnare bene almeno la storia nazionale. Tale obiezione di solito viene formulata affermando che non si può affrontare solo la storia del nostro paese perché ormai viviamo in un mondo globalizzato, e quindi i nostri bambini e i nostri adolescenti dovrebbero conoscere la storia globale. Ci sono diverse cose che non funzionano in questo argomento. In primo luogo, c’è un problema di implementazione dell’obiettivo. Avendo a disposizione poco tempo è difficile immaginare che si possano trasmettere conoscenze così articolate come quelle auspicate dai sostenitori di un’educazione cosmopolita. Poi, c’è un problema di carattere morale. Un’educazione cosmopolita superficiale e confusa è molto peggio di un’educazione che assuma il punto di vista di una nazione facendone la chiave per affrontare alcune delle principali vicende della storia mondiale. Si riesce più facilmente a legare ciò che si apprende in classe con ciò che si può vedere sul territorio, si promuove un salutare interesse per il luogo in cui si vive, si stimolano gli studenti a staccare gli occhi dagli schermi di televisori e computer per fare qualche incursione nel mondo reale. Che, tra l’altro, nel caso dell’Italia offre un certo numero di occasioni preziose per riflettere sulle cause dell’ascesa e del declino delle civiltà, un tema che dovrebbe essere ben presente a persone che saranno chiamate nel giro di qualche anno a esercitare i propri diritti politici. Infine, il mondo globalizzato che tanto piace ai cosmopoliti è stato edificato in larga misura da persone che avevano un’educazione nazionale, con risultati talvolta apprezzabili. Da quando la globalizzazione è passata nelle mani di coloro che non hanno un punto di vista nazionale le cose non vanno meglio.

Si potrebbe discutere su quanto lungo debba essere il periodo dedicato a questa istruzione essenziale. Oggi la maggior parte delle persone risponderebbero probabilmente diciotto anni. Ma c’è anche chi, in controtendenza rispetto all’opinione della maggioranza, ipotizza un percorso più breve. La proposta di Paola Mastrocola di interromperlo a quattordici anni, lasciando agli studenti la scelta di continuare – se vogliono – gli studi, seguendo percorsi differenziati (una scuola per il lavoro, una per la comunicazione e una per lo studio) non è priva di attrattive. Tuttavia, mi pare che essa può essere accettata da chi crede nell’eguale libertà soltanto se i quattordicenni hanno ricevuto il meglio che la scuola riesce a dar loro. Tenendo conto che le esigenze di ciascuno saranno sensibilmente diverse e le capacità di apprendimento potrebbero non essere uniformi.

Una volta soddisfatta la prima condizione, quella dell’eguaglianza dei punti di partenza, il principio che ho proposto all’inizio di queste mie considerazioni lascia le persone che hanno portato a termine la parte iniziale del proprio percorso formativo libere di scegliere se e in che modo proseguire negli studi, nella consapevolezza che il nuovo periodo di formazione cui vanno incontro privilegia l’impegno e il talento nella distribuzione delle scarse risorse disponibili. Nella sua seconda parte, il principio disegna un percorso educativo che promuove il talento e cerca di valorizzarlo. Come avveniva nel Regno Unito prima delle sciagurate riforme degli ultimi anni, volute sia dai conservatori sia dai laburisti, che hanno quasi distrutto un sistema scolastico e universitario che era invidiato in tutto il mondo. Un sistema che – come ha scritto Tony Judt nelle sue memorie, recentemente pubblicate a pochi mesi dalla prematura scomparsa dell’autore – selezionava i più abili tra gli studenti e li educava alle proprie abilità, rendendo possibile in questo modo la circolazione delle elites. Parole di un uomo di sinistra cui l’ideologia non ha mai impedito di ragionare liberamente.

 

Pubblicato su Il Riformista il 22 febbraio 2011

Pubblicato il 22/2/2011 alle 10.27 nella rubrica Diario di etica pubblica.

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