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Federalismo fiscale e scelta costituzionale

Uno spunto da Buchanan

James M. Buchanan ha suggerito che le istituzioni fiscali possono essere valutate assumendo la prospettiva di ciò che egli chiama una “scelta costituzionale”. Per lo studioso statunitense, che ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 1986, il carattere distintivo di tali scelte risiede «nella riconosciuta natura permanente, o quasi-permanente, delle alternative che sono prese in esame. Gli individui che partecipano a queste scelte non conoscono, per lo meno non completamente, i loro ruoli nei periodi in cui l’alternativa prescelta rimarrà operativa e, nella misura in cui vi è questa incertezza, gli individui sono indotti a scegliere fra le varie alternative in base a criteri di “equità” e di “efficienza” applicabili generalmente piuttosto che in base a interessi personali completamente identificabili». Non è difficile comprendere a quale precedente storico si ispiri la distinzione di Buchanan tra scelte costituzionali e post-costituzionali. Alle origini degli Stati Uniti d’America c’è proprio una scelta come quella descritta nel brano che ho riportato.

 

Le regole e i principi della Costituzione federale degli Stati Uniti d’America hanno le caratteristiche che Buchanan attribuisce a una scelta costituzionale perché sono appunto il risultato della deliberazione di un gruppo di persone che avevano lo scopo di regolare per un periodo di tempo indeterminato la vita della società politica che avevano deciso di costituire, trovandosi in circostanze che rendevano molto difficile per ciascuno fare previsioni affidabili sulla posizione in cui si sarebbe trovato nella società in questione, e sui risultati che avrebbe di volta in volta ottenuto una volta che le regole e i principi prescelti fossero stati adottati. Un altro esempio di una situazione storica simile è quello dell’assemblea Costituente che ha redatto la nostra Costituzione. Anche in quel caso i delegati sceglievano per un futuro indeterminato, in una situazione di incertezza relativamente alle proprie prospettive personali e a quelle della propria parte politica. Per riprendere un’espressione resa nota da John Rawls, si potrebbe dire che in entrambe le situazioni i costituenti deliberavano sotto un relativo “velo d’ignoranza” che li ha aiutati ad assumere una prospettiva meno parziale nella selezione di regole e principi da adottare per la società in cui si apprestavano a vivere.

 

Si tratta di un velo d’ignoranza relativo e non assoluto perché in entrambi i casi i costituenti erano in condizione di fare ipotesi su come promuovere i propri interessi personali (o quelli della propria parte politica o del proprio gruppo sociale di riferimento). Tuttavia, essi avevano anche ottime ragioni per non fidarsi troppo della propria capacità di prevedere il futuro e per assumere quindi un atteggiamento prudente nella proposta di principi e regole. Ciò spiega perché le considerazioni di equità acquistarono un peso particolare: se non sono sicuro di come mi andranno le cose nel gioco che mi appresto a giocare è razionale che scelga regole che non penalizzino troppo chi perde o è sfortunato. Per quel che riguarda il fisco, assumere tale punto di vista tende a favorire un accordo che incorpori garanzie contro la povertà che in una prospettiva di breve termine sarebbero verosimilmente considerate solo trasferimenti tra persone o gruppi, e che invece in quella costituzionale diventano una sorta di assicurazione contro il fallimento e la sfortuna.

 

Riflettere su queste considerazioni di Buchanan può essere utile in questi giorni in cui si discute tanto di federalismo fiscale. La situazione in cui le regole di questo fondamentale provvedimento verranno adottate è ben diversa da una scelta costituzionale nel senso che abbiamo indicato. In primo luogo perché l’attuazione del federalismo è diventata oggetto di una complessa trattativa che ha come posta per il presidente del Consiglio la propria permanenza in carica, la sopravvivenza della maggioranza, e quindi la possibilità di affrontare i suoi numerosi problemi personali – di alcuni dei quali può solo biasimare sé stesso – da una posizione di forza. In secondo luogo perché l’ottica nella quale queste regole sono state concepite è piuttosto quella di arginare un trasferimento di risorse tra zone più ricche e zone meno ricche del paese che una parte dei cittadini delle prime ritengono non più giustificabile e comunque economicamente intollerabile.

 

Si dice che l’idea che ispira la riforma è rendere tutti gli amministratori locali più responsabili nelle proprie politiche di bilancio, ma in realtà si intende costringere certe regioni del meridione a cambiare il proprio atteggiamento nei confronti della spesa. Obiettivo condivisibile, ma che corre il rischio di essere perseguito con metodi iniqui nei confronti dei cittadini delle regioni che si troverebbero di fatto in una situazione di svantaggio. C’è da chiedersi se le conseguenze politiche di una drastica e rapida riduzione nel livello dei servizi erogati in certe regioni del meridione siano state prese in considerazione e valutate con l’attenzione che meritano nel dibattito pubblico e se i cittadini di tutte le regioni italiane hanno fino in fondo compreso la portata dei cambiamenti che le nuove disposizioni potrebbero innescare una volta entrate in vigore.

 

Pubblicato su Il Riformista il 13 febbraio 2011

Pubblicato il 13/2/2011 alle 21.59 nella rubrica Diario di etica pubblica.

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