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Tassare la ricchezza?

Ancora sul debito

La provocazione lanciata da Giuliano Amato un effetto l’ha raggiunto. Da qualche tempo non si parla solo di giarrettiere ma anche dei rentiers. Un passo avanti rispetto al tono medio del dibattito pubblico di questo paese. Certo non tutti gli interventi che abbiamo letto in queste settimane sono animati dal medesimo spirito costruttivo. Così, ad esempio, c’è l’economista di grido che se la prende con chi avrebbe un pregiudizio ideologico contro la ricchezza. Atteggiamento che spingerebbe alcuni a pensare addirittura che i ricchi sono cattivi. Quando si dice i pensieri maligni. Non si capisce nemmeno come possano venire in mente certe cose.

 

Dal tono di questa e di altre invettive si direbbe che per questi paladini del plutocrate indifeso Amato, Capaldo e gli altri che hanno provato a ragionare su come abbattere il debito pubblico dovrebbero vergognarsi e fare ammenda per la loro malvagità. Più serie mi sembrano invece le obiezioni venute, sia da destra sia da sinistra, da parte di coloro che hanno osservato che l’idea di un prelievo sul patrimonio va incontro a problemi pratici che potrebbero rendere quelle proposte, o altre che si muovono nella stessa direzione, di difficile attuazione e persino inique in concreto. Punto di vista formulato con la consueta efficacia da Michele Salvati quando ha scritto che il censimento della ricchezza è ancora più inaffidabile di quello del reddito e che «in un contesto di forte evasione fiscale e di deboli capacità di accertamento da parte dell’amministrazione, le ingiustizie di qualsiasi riparto sarebbero clamorose. E politicamente non sostenibili». Insomma, come hanno osservato diversi commentatori, c’è il rischio concreto che l’imposta sul patrimonio di cui si è parlato in questi giorni colpirebbe soprattutto coloro che sono a portata di mano del gabelliere. Non i ricchi veri, che presumibilmente hanno messo i propri averi al riparo sfruttando le scappatoie offerte, a chi abbia un consulente sveglio, da tutti i sistemi fiscali. Come ho detto l’obiezione è seria. Tuttavia, le difficoltà cui alludono Salvati e gli altri che l’hanno avanzata sono essenzialmente di natura amministrativa, tecnica o politica. Non mi pare di aver letto argomenti contro il principio invocato da chi propone di imporre un prelievo sul patrimonio della parte più ricca degli italiani per raccogliere le risorse necessarie per abbattere il debito. Anzi – come osserva sempre Salvati – un’imposta del genere potrebbe essere equa in astratto. Non è difficile rendersi conto del perché le cose stanno in questo modo. In termini generali la preferenza per imposte che colpiscono il reddito piuttosto che il patrimonio è motivata proprio da considerazioni pratiche del tipo che abbiamo appena richiamato. Mettere le mani sul reddito è, nelle economie moderne, più facile che metterle sulla ricchezza, o almeno su alcuni tipi di ricchezza. Questa sarebbe una ragione sufficiente per orientare altrove l’attenzione del fisco.

 

Ciò detto, sul piano dei principi l’idea che la ricchezza sia sacra e intangibile da parte del legislatore non riposa su fondamenta particolarmente solide. Certamente non ha le impeccabili credenziali liberali che certi filosofi politici della domenica pretenderebbero di attribuirle. Basterebbe ricordare le misure, anche di natura fiscale, che John Rawls raccomanda per correggere continuamente la distribuzione della ricchezza e prevenire le concentrazioni di potere che arrecano danno all’equo valore della libertà politica e all’equa eguaglianza di opportunità. Oppure la proposta di Ronald Dworkin, che assume che la ricchezza sia distribuita in modo eguale tra le parti nel proporre il suo esperimento mentale di come si potrebbe procedere per individuare un livello di tassazione equo. L’idea di Dworkin è che l’eguaglianza della ricchezza è necessaria per dare un senso all’analogia tra tassazione redistributiva e assicurazione su cui si basa il suo argomento.

 

Vale la pena di notare che proprio questa analogia è stata richiamata da Pietro Ichino nel suo intervento pubblicato su questo giornale in difesa dell’articolata proposta di intervento per abbattere il debito pubblico (che non può essere liquidata semplicemente come una “patrimoniale”) avanzata da Walter Veltroni e difesa da Enrico Morando. Considerando alcuni scenari possibili, e niente affatto improbabili, un prelievo sul patrimonio converrebbe anche alle persone che lo subiscono perché potrebbe funzionare come un’assicurazione contro i rischi derivanti da una crisi di fiducia nell’affidabilità del nostro debito pubblico. Magari ricchi sono tutti buoni, ma non è detto che siano anche stupidi. L’argomento di Ichino mostra una strada che si potrebbe seguire per continuare a ragionare su questo tema. Rispondendo anche ad alcune delle obiezioni pratiche che sono state sollevate. Perché, se è vero che in questo momento è verosimile che una proposta di prelievo argomentata soltanto sulla base di considerazioni contabili (ci servono i soldi e non sappiamo dove trovarli) sarebbe probabilmente respinta dalla maggior parte degli elettori, non è detto che la stesso accadrebbe anche a un disegno più complessivo di intervento per abbattere il debito e modificare i meccanismi istituzionali che ne consentono l’espansione. Certo, ci vorrebbe un governo, e un leader, credibili e dotati dei voti per attuarlo.

 

Pubblicato su Il Riformista il 6 febbraio 2011

Pubblicato il 6/2/2011 alle 12.9 nella rubrica Diario di etica pubblica.

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