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Diritto di replica?

Che differenza c’è tra il diritto di morire rivendicato da Beppino Englaro a nome di sua figlia e quello di vivere rivendicato da Giancarlo Pivetta a nome di suo figlio? Se proviamo a spingerci oltre la superficie, per guardare le cose con distacco, meno di quella che si potrebbe pensare. In entrambi i casi, infatti, siamo al cospetto della richiesta di ottenere il riconoscimento giuridico di un potere. Quello di interrompere le cure, accompagnando gradualmente alla morte Eluana con l’assistenza medica necessaria per farlo nel modo più rispettoso possibile, nel primo caso. Quello di continuare ad assistere il figlio Alessandro potendo contare su tutto il sostegno necessario, nel secondo. Un potere rivendicato da genitori che sono convinti di agire nel modo migliore per figli che non sono più in condizione di manifestare la propria volontà.

 

Sostenere che Pivetta sarebbe in una posizione di forza perché nessuno gli vieta di assistere il figlio, mentre Englaro non poteva legalmente interrompere le cure della figlia è un modo piuttosto parziale di giudicare le due situazioni, che oscura la simmetria tra due richieste che sono accomunate dal fatto che entrambe avanzano una pretesa che riguarda in ultima analisi l’essere messi in grado di fare ciò che si ritiene in buona fede meglio per un congiunto che si trova in una condizione estrema. Vivo, ma non più capace di vivere una vita piena. Certo, nessuno può negare che Pivetta è libero di continuare ad assistere suo figlio, mentre Englaro non aveva il diritto di chiedere a un medico di accompagnare la figlia alla morte, assistendola nel modo migliore possibile. Tuttavia, solo una curiosa forma di cecità morale potrebbe portarci a negare che Pivetta ha bisogno di diritti per essere in grado realizzare lo scopo che si è prefisso. Diritti che non sono soddisfatti dall’assistenza sanitaria in senso stretto, ma che si estendono anche a forme di sostegno morale e materiale per metterlo in grado di adempiere all’obbligazione che egli ritiene di avere nei confronti del figlio. Diritti che rendano meno pesanti i doveri che ha scelto di onorare. In questo senso, la sua richiesta è paragonabile a quella di Beppino Englaro, e mi pare che meriti altrettanto rispetto.

 

Oltretutto, se proprio vogliamo parlare di deboli e di forti, sarebbe il caso di ricordare che, in casi come quello di Eluana Englaro, la cautela nel consentire l’interruzione degli interventi di sostegno in vita è – e rimane – indispensabile perché le persone in stato vegetativo non possono manifestare il proprio consenso, o ritirarlo se l’avevano dato in passato. La ricostruzione congetturale della volontà di una persona espone inevitabilmente al rischio di un errore, che nei casi di cui parliamo verrebbe commesso a danno di chi non può difendersi. Proprio per questo, in mancanza di elementi certi, e in assenza del riconoscimento legale di “dichiarazioni anticipate di volontà” che manifestino formalmente la volontà di interrompere ogni trattamento, diversi giudici hanno tanto faticato prima di accettare la richiesta di Englaro. Contrapporre la sua mancanza di libertà alla libertà di assistere il figlio di cui gode Pivetta mi pare imperdonabilmente superficiale.

 

Per questo credo che sarebbe corretto consentire a Pivetta di esporre in pubblico le sue ragioni come ha fatto Englaro. Nei mesi in cui intorno al giaciglio di Eluana Englaro si è combattuta una battaglia dai toni accesi, e dalle motivazioni non sempre ammirevoli, sono intervenuto più volte su questo giornale per difendere le ragioni del signor Englaro. L’ho fatto perché sono convinto che ciascuno abbia il diritto di scegliere come morire. Ma anche perché convinto che la sua richiesta avesse una profonda motivazione civile. In tanti anni non gli sarebbe stato difficile trovare il modo di lasciar andare la figlia in silenzio, contando sull’aiuto pietoso di un medico o di un’infermiera. Se non l’ha fatto è perché la sua era una lotta per il pieno riconoscimento di un diritto di autodeterminazione, e di tutto ciò che è necessario per esercitarlo, non per la morte. Lo stesso diritto, e il potere necessario per renderlo effettivo, è richiesto oggi da Giancarlo Pivetta.

 

Pubblicato su Il Riformista il 26 novembre 2010 

Pubblicato il 26/11/2010 alle 15.18 nella rubrica Diario di etica pubblica.

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