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Scribble, Scribble, Scribble

Su Simon Schama

 

Chi vive di notizie, a forza di rovistare tra le pieghe della vita, corre il rischio di portare in giro l’odore dei luoghi che frequenta, della gente che incontra, risultando spesso poco presentabile. Tuttavia, per generazioni di cronisti questo è stato un prezzo più che accettabile da pagare per avere l’opportunità di misurarsi quotidianamente con il compito di essere sempre un passo avanti rispetto ai fatti del giorno. Di comprenderne le cause prima che lo facciano gli altri, contribuendo in alcuni casi a plasmarne gli effetti. Pur appartenendo a una categoria poco rispettabile agli occhi dei benpensanti, i più bravi giornalisti del Novecento riuscivano a guadagnarsi il rispetto, e talvolta perfino l’affetto, dei propri lettori. Due cose che fanno bene all’umore nei momenti brutti. Oggi, però, qualcosa sta cambiando, i giornalisti non godono più di buona stampa.

Sarebbe difficile e probabilmente un po’ tedioso ricostruire nei dettagli il processo che ha condotto uno dei mestieri più affascinanti emersi nella modernità nel presente discredito. Più facile abbandonarsi al piacere di leggere gli scritti che Simon Schama ha appena raccolto in Scribble, Scribble, Scribble. Writings on Ice Cream, Obama, Churchill and My Mother (The Bodley Head, London 2010). Schama è un inglese che insegna storia dell’arte e storia alla Columbia University, a New York, e ha già pubblicato, tra gli altri, libri di successo su Rembrandt, la rivoluzione francese, l’evoluzione dei nostri modi di vedere il paesaggio, e la tratta degli schiavi. Una lista in cui si fatica a cogliere immediatamente l’elemento comune perché probabilmente non c’è. Infatti, ciò che tiene insieme la vasta produzione di questo brillante professore è piuttosto la curiosità dell’autore. La sua straordinaria tenacia nel seguire pazientemente le tracce di un personaggio, di un’idea, di una forma, per metterne poco a poco insieme la storia e raccontarla. Un’abilità, verrebbe da dire, da grande cronista. Poche pagine di introduzione e l’ipotesi trova conferma. Schama ci racconta che la sua passione per la scrittura è cominciata con una gita scolastica a Fleet Street negli anni Cinquanta. L’atmosfera, i volti, l’odore di sigarette e inchiostro, tutto ci riporta a un’immagine del giornali che oggi appare lontana, per alcuni persino arcaica, ma che ha catturato la fantasia del piccolo Simon per non lasciarlo mai più. Per averne la prova basta aprire a caso il libro. Politica e costume, storia e arte, recitazione e cucina si intrecciano come i fili di un arazzo che raffigura una scena corale.

Alto e basso, serio e faceto si mescolano continuamente. Una cronaca della campagna elettorale del 2005 nel Regno Unito fornisce lo spunto per acute osservazioni sulle differenze, di stile e di sostanza, tra il paese dove Schama è nato e ha studiato – a Cambridge, fianco a fianco con altri storici di valore come Roy Porter, Geoffrey Parker e Andrew Wheatcroft – e quello dove vive a lavora da anni. In poche righe ci troviamo proiettati dal presente (per noi ormai passato prossimo) a vecchie campagne a sostegno del Labour di Harold Wilson negli anni Sessanta, o contro la Thatcher negli anni Ottanta. Un incontro faccia a faccia con l’ormai vetusto ex primo ministro Tory Harold Macmillan nella Senior Common Room di Christ College si trasforma in comica. Schama inciampa nel tappeto, offrendo all’avversario politico di un tempo il destro per una battuta fulminante: «La gratitudine è comprensibile, la prostrazione niente affatto necessaria».

Ma questa non è una raccolta di aneddoti o un assemblaggio di osservazioni casuali. Gli articoli che compongono la sezione “la democrazia messa alla prova” contengono lucide analisi di alcuni dei processi di degenerazione cui stanno andando incontro tutte le democrazie occidentali. Una mostra di Anselm Kiefer («un filosofo-poeta» che è anche «un artigiano di fenomenale potere e versatilità») diventa l’occasione per una profonda meditazione sul significato pubblico dell’arte, sulla capacità che essa ha di dare corpo a forma ai fantasmi di un popolo, o alle grandi tendenze della storia mondiale. Ancora poche pagine, e siamo di nuovo alle prese con le piccole cose, e i grandi piaceri, del quotidiano. Schama discute con competenza delle diverse ricette per fare il sugo alla bolognese, rievocando sapori, odori, colori della cucina italiana con appetitosa efficacia. Per il lettore napoletano fa un certo effetto leggere, in questo piccolo saggio di critica culinaria, di Laurence Olivier che interpreta Eduardo. Che suono avrà avuto la parola “ragù” pronunciata da Amleto?

Messo via il libro ci si scopre almeno parzialmente riappacificati con il giornalismo. Se il fascino di questo lavoraccio di dubbia moralità produce pagine come quelle di Schama vale la pena di investire qualche euro al giorno nella speranza di imbatterci prima o poi in uno così. Che non ci sorprende per blandirci, ma perché la vita è sorprendente a guardarla con attenzione. Rimane un dubbio, che ha ancora a che fare con il giornalismo, sebbene di un tipo diverso. Schama non è solo un accademico di successo che occasionalmente scrive per i giornali. Negli ultimi anni egli si è misurato diverse volte con la televisione, realizzando documentari di storia e di storia dell’arte che hanno avuto un gradimento eccezionale e che vendono ancora molto bene nella versione dvd. Non mi pare che le nostre emittenti li abbiano mandati in onda. Mi piacerebbe sapere come mai.

Pubblicato su Il Riformista il 28 ottobre 2010

Pubblicato il 28/10/2010 alle 15.47 nella rubrica Libri.

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