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Una generazione senza futuro

L'aggressione a Bonanni

Con i petardi non ho dimestichezza. Una cosa, però, sull’aggressione subìta a Torino dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni, mi sento di dirla. Ciò che è accaduto alla festa dell’Unità è un segnale preoccupante della possibilità che tra le pieghe di un malcontento un po’ confuso – ma, dobbiamo riconoscerlo, non infondato – per come vanno le cose in questo paese ci sia qualcos’altro: un fenomeno di cui per il momento non riusciamo a valutare le dimensioni, ma che potrebbe rivelarsi pericoloso per la stabilità democratica della nostra repubblica. Un’intera generazione, quella di chi è nato negli anni ottanta del secolo scorso, comincia a rendersi conto che il mondo non è un luogo di infinite e entusiasmanti opportunità per tutti. Tra i ragazzi che frequentano le nostre università comincia a diffondersi la consapevolezza di non avere un futuro. Ma solo un lungo, mortificante, presente. Se quello di Torino era probabilmente solo il gesto di una rivoluzionaria immaginaria, non possiamo escludere che il domani ci riservi altre sorprese.

 

Fare i conti con la realtà di una società che si è abituata a vivere al di sopra dei propri mezzi, e che oggi fatica ad accettare la necessità di misurarsi con una competizione internazionale molto più agguerrita, con concorrenti che non giocano con le stesse regole, sarà duro. Soprattutto per chi è cresciuto pensando che i figli staranno sempre almeno altrettanto bene dei padri, se non meglio. A questa generazione senza prospettive la politica italiana non offre molto. Un po’ di populismo da parte di esponenti del governo cui viene comodo attaccare l’università facendo di tutta l’erba un fascio. Chiacchiere sulla meritocrazia e niente altro. Per chi vuole capirlo, il messaggio è chiaro: “arrangiatevi, perché noi non abbiamo niente da offrirvi”. Da parte dell’opposizione riformista un silenzio imbarazzato. Quasi che ragionare seriamente e con coraggio di scuola, di università e di lavoro fosse di cattivo gusto. Come se fare le primarie fosse l’unica cosa che può dare una speranza al paese. Sia chiaro, non ho alcuna intenzione di sottovalutare l’importanza del modo in cui si decidono le candidature nel PD. Tuttavia, mi chiedo se questo sia davvero “il” problema da affrontare in un momento in cui vengono messe in discussione tutte le certezze che hanno fatto da sfondo al nostro modo di vivere per decenni. Proviamo a fare un esempio, per intenderci. Nei giorni scorsi, Bonanni ha detto più volte che gli sarebbe piaciuto incontrare la ragazza per spiegarle le ragioni delle scelte della Cisl. Per dirle che “senza lavoro non ci sono diritti”. Un’affermazione netta. Coraggiosa. Un atto di responsabilità da parte di chi rivendica con forza la fondatezza di un nuovo modo di concepire le relazioni industriali che potrebbe segnare un vero e proprio cambiamento di paradigma per il lavoro. Possibile che su questo tema il PD non abbia una linea che si possa formulare in modo altrettanto chiaro e sintetico? Ha ragione Bonanni quando afferma che i diritti dei lavoratori devono essere una variabile dipendente dalla disponibilità delle imprese a non trasferire le proprie attività in paesi con un costo del lavoro più basso? Se, come temo, le cose stanno davvero così, c’è un limite oltre il quale non si può andare? Ci sono diritti cui non si può assolutamente rinunciare?

 

Dopo l’aggressione di Torino c’è stato un coro di nostalgici che hanno rievocato i bei tempi delle feste dell’Unità di una volta, con il servizio d’ordine che si occupava di tenere sotto controllo i facinorosi. Forse  non sarebbe fuori luogo avere nostalgia anche del fatto che il PCI su tutte queste cose una linea ce l’aveva. Magari sbagliata, ma ce l’aveva. La rivoluzione non è un ballo di gala. Ma nemmeno le ristrutturazioni dell’economia su scala planetaria sono una passeggiata. Soprattutto tenendo conto di quel che comportano dal punto di vista dell’eguaglianza tra le persone. Affidarsi al carisma visionario di Nichi Vendola può essere una soluzione per recuperare qualche scontento a sinistra, ma dubito che sia più di questo. Abbiamo bisogno di senso della realtà e di capacità di comprendere un mondo che sta cambiando velocemente, non di poesia.

 

Pubblicato su Il Riformista il 12 settembre 2010

Pubblicato il 12/9/2010 alle 8.6 nella rubrica diario.

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