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Eguaglianza e mercato

Un problema per i liberali?

Le verità che sono più a portata di mano sono spesso le più difficili da cogliere. L’abitudine conferisce ai gesti più semplici una naturalezza che finisce per occultarne la complessità, impedendoci di vedere che anche le attività più comuni sono rese possibili da un insieme di condizioni sociali e istituzionali che – pur essendo apparentemente stabili – non sono affatto immuni al cambiamento. Prendiamo, tanto per fare un esempio, le nostre scelte quotidiane come consumatori. Decenni di crescita e di espansione del benessere ci hanno abituato a pensare al nostro ambiente sociale come a un mondo pieno di opportunità, in cui le nude necessità sono soddisfatte senza eccessive difficoltà, lasciando a ciascuno la possibilità di perseguire i propri obiettivi in modo relativamente agevole. Beni e servizi che un tempo sarebbero stati considerati inaccessibili appaiono oggi alla portata di tutti, o quasi. La qualificazione è d’obbligo perché non ci vuole molto a rendersi conto che l’ampliamento delle disponibilità e quindi del benessere, non ha avuto l’effetto di eliminare le disuguaglianze. Le straordinarie ricchezze che abbiamo oggi a disposizione non sono affatto distribuite in modo eguale. Tuttavia, la fetta a disposizione di ciascuno è diventata più ampia grazie alla crescita economica. Questa, per alcuni, è una ragione per essere soddisfatti di come vanno le cose.

 

L’opinione diffusa secondo la quale il nostro è – se non il migliore dei mondi possibili – almeno quello che sarebbe razionale scegliere tra quelli che siamo in condizione di realizzare date certe condizioni di sfondo si basa essenzialmente sulla tesi che il modo in cui la ricchezza è distribuita influenza la quantità di beni disponibili. Chi la sostiene ritiene, non del tutto a torto, di avere la storia dalla propria parte. Infatti, i tentativi di modificare in maniera radicale gli schemi di distribuzione generati dal libero mercato, che sono all’origine della crescita economica cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, non hanno dato i risultati sperati. L’aumento della ricchezza dipende in modo cruciale dagli incentivi che spingono chi è in condizione di farlo a aumentare la produzione. Se questa remunerazione dello sforzo è inadeguata a motivare i produttori essi si accontentano di meno, e questo ha inevitabilmente un effetto negativo sulla quantità di beni disponibili per tutti. Inoltre, come hanno osservato diversi filosofi della politica, da F.A. Hayek a Robert Nozick, la redistribuzione dei beni comporta necessariamente la violazione di certi diritti delle persone. Per attuare le schema di distribuzione desiderato, quando esso sia diverso da quello che sarebbe generato dalla libera interazione tra chi acquista e chi vende sul mercato, bisogna intervenire con metodi che sono sempre, in qualche misura coercitivi. Tassare il reddito di una persona per redistribuirne una parte, come ha scritto Nozick, equivale a imporle un lavoro forzato. Una società libera, quindi, non ammette schemi di distribuzione che non siano il risultato atti capitalisti tra adulti consensienti.

 

Leggere i lavori di Hayek e di Nozick è di straordinario interesse perché ci mette a disposizione la più coerente e articolata giustificazione per le politiche che hanno guidato le scelte dei governi di buona parte dei paesi occidentali negli ultimi anni. Anche quando la situazione diventa difficile perché l’economia non cresce come ci aspetteremmo, non c’è davvero alternativa al mercato. Tutti i tentativi di soppiantarlo per mitigare le diseguaglianze che esso genera si sono infatti rivelati meno efficienti e hanno interferito con la libertà di scelta delle persone. Se le cose stanno in questo modo, i liberali non hanno nulla da dire sulla crisi attuale. L’unica cosa che si può fare è stringere la cinghia per recuperare competitività nella speranza che le cose vadano meglio e la quantità di beni a disposizione aumenti di nuovo, riportandoci ai livelli cui eravamo abituati. Se questo comporta svantaggi per qualcuno, si tratta di un costo inevitabile. Come una catastrofe naturale, l’aumento della disoccupazione sarebbe qualcosa di cui non possiamo dare la colpa a nessuno.

 

C’è poco da stupirsi se, poste queste premesse, qualcuno comincia nuovamente a parlare di “lotta di classe”. La distanza tra l’ideale di società libera descritto da certi pensatori liberali e la realtà del nostro mondo, in cui la competizione globale per il lavoro sta tornando a essere spietata come lo era su scala nazionale prima che l’espansione del benessere rendesse possibili maggiori garanzie per i lavoratori, non può essere ignorata. La questione dei termini equi di cooperazione tra le persone, e di un’equa distribuzione dei benefici che da essa dipendono, torna a essere in cima all’agenda per chi ha a cuore la giustizia sociale. Da questo punto di vista, sarebbe opportuno che anche il Partito Democratico torni a occuparsi in modo approfondito di economia e lavoro. Quali sono gli spazi, se ci sono, per un liberalismo egualitario nel nostro paese?

 

Pubblicato su Il Riformista il 29 agosto 2010

Pubblicato il 29/8/2010 alle 19.30 nella rubrica Classici.

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