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Ancora sui "piazzisti della libertà"

Le virtù del politico

Saper scegliere i propri consiglieri è una delle più preziose virtù del politico. Nella stagione del declino poi, quando l’età comincia a far sentire i propri effetti sulle capacità di giudicare persone e cose, circondarsi di collaboratori di spessore può assicurare una vecchiaia tranquilla. Riflettendo sugli affanni di Silvio Berlusconi in questo movimentato ferragosto si ha la sensazione che egli non abbia coltivato questa virtù come avrebbe dovuto. Se la presa che esercita sul suo “popolo” ha indubbiamente i tratti della leadership carismatica essa ne manifesta anche i difetti. Che diventano particolarmente gravi quando il capo non riesce a dare una veste istituzionale al proprio ruolo, promuovendo l’emersione di un nuovo equilibrio costituzionale.

 

Nel caso di Berlusconi questa istituzionalizzazione del carisma non ha avuto luogo. In buona parte perché il diretto interessato non l’ha voluta. Entrato in politica per tutelare i propri interessi privati, egli ha trasportato nella sfera pubblica una concezione privata del ruolo del leader, che si addice a un proprietario piuttosto che a un “politico” nel senso classico del termine. Negli ultimi tempi questo vizio del Berlusconi capopolo si è manifestato nel modo più evidente. Probabilmente proprio in ragione dell’indebolimento del carattere che è un segno premonitore del declino. Non si tratta solo, come in passato, del ruolo – inspiegabile dal punto di vista istituzionale – attribuito al manipolo di vecchi sodali che l’hanno accompagnato nel passaggio dall’imprenditoria alla politica. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni nuove, e senza precedenti nella storia recente del paese. C’è il mondo delle feste e delle “ragazze immagine” di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Soprattutto, c’è la schiera di volti nuovi che – per via di un sistema elettorale indecente – ha fatto il proprio ingresso in parlamento passando attraverso un processo di selezione che sembra tener conto sopratutto della disponibilità a sostenere l’ego del capo rassicurandolo nei momenti difficili. Questa è la novità della terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi. Le persone che ha scelto. La classe dirigente che ci propone come modello, e di cui porta per intero la responsabilità.

 

Rispetto a quando è “sceso in campo” Berlusconi ha perso per strada buona parte delle intelligenze liberali che avevano preso sul serio il suo progetto politico. Chi si ricorda più dei “professori” di Forza Italia? Di quel gruppo di intellettuali che avevano visto nella rottura berlusconiana l’occasione per modernizzare il paese riformandone le istituzioni? Alcuni, come Lucio Colletti, non ci sono più. Altri si sono ritirati a vita privata. Altri ancora, come Antonio Martino, sono ancora impegnati in politica, ma tengono una posizione defilata. L’unico che ha ancora un ruolo di primo piano è Giulio Tremonti, che però si tiene ben lontano dalla corte del premier. L’ultima stagione del berlusconismo ha bisogno evidentemente di talenti diversi. Oggi non è più il tempo delle polemiche ideali sulle patologie della giustizia penale o sulle distorsioni del consociativismo. Ben altre sono le doti intellettuali e morali che si richiedono ai “piazzisti della libertà”.

 

In fondo, anche la vicenda della traumatica rottura con Gianfranco Fini si può leggere alla luce del cambiamento che progressivamente c’è stato tra i dirigenti del berlusconismo. Anche se in questi giorni c’è chi rintraccia i segni premonitori del “tradimento” in questa o quella scelta remota del leader di Alleanza Nazionale, mi pare difficile negare che la crisi attuale sia precipitata a causa del crescente imbarazzo che il Presidente della Camera deve aver provato per le intemperanze che hanno segnato diversi passaggi cruciali di questa legislatura. L’insofferenza che Berlusconi ha sempre manifestato nei confronti delle forme della politica si è trasformata progressivamente nel rifiuto arrogante di qualsiasi mediazione nel dar voce ai propri umori. Invece di moderare questa tendenza, che senza alcun dubbio non si addice a chi ha responsabilità istituzionali, c’è stata una gara da parte di buona parte degli esponenti più in vista della maggioranza nell’assecondarla. L’aggressione verbale sistematica nei confronti di qualunque voce critica, anche quando proveniente da ambienti niente affatto pregiudizialmente ostili al centrodestra, è diventata abituale. Solo grazie al clima generato da questo atteggiamento diffuso si può spiegare il comportamento di chi ha invocato per Fini il “trattamento Boffo” per la sua insubordinazione. In un paese in cui le parole hanno ancora un peso, e le istituzioni una dignità, un’intimidazione così grave rivolta al Presidente della Camera avrebbe suscitato reazioni indignate da parte di chiunque, e non solo dalle opposizioni. Invece nulla. Nessuno tra gli esponenti di spicco del PdL ha preso le distanze dalla dichiarazione di Giorgio Straquadanio, il deputato milanese che ha invocato per Gianfranco Fini la stessa sorte toccata a Dino Boffo. Al contrario, quando la campagna di stampa per distruggere l’immagine del Presidente della Camera è puntualmente iniziata, abbiamo assistito a una gara a chi urlava più forte nel chiederne le dimissioni. Un vociare scomposto e dai toni insolenti, il cui unico scopo sembra essere quello di mostrare al capo che la propria solerzia nel chiedere la testa del traditore non teme rivali.

 

Non si può escludere che la campagna per ridurre al silenzio Gianfranco Fini espellendolo dalla vita pubblica raggiunga il proprio obiettivo. Nonostante il Presidente della Camera per il momento appaia un obiettivo meno indifeso rispetto al povero Boffo, è difficile immaginare che esca indenne dal torrente di maldicenze, insinuazioni e accuse che gli vengono rivolte, anche se si rivelassero infondate.  Che ottenere questo risultato comporti un indebolimento complessivo della credibilità delle istituzioni democratiche del paese non è cosa di cui i “piazzisti della libertà” si diano pensiero. Nemmeno, a quanto sembra, se ne preoccupa il loro leader.

 

Comunque vadano le cose, credo che siano in molti in queste ore, anche nelle file del PdL, a chiedersi chi sarà il prossimo se Fini dovesse cadere. Un ministro? Un giudice della Corte Costituzionale? O qualcuno ancora più in alto? Quanto può reggere una democrazia se l’intimidazione del dissenziente diventa lo strumento principale di coesione della maggioranza parlamentare? Se la piaggeria e la compiacenza nei confronti del capo diventano i requisiti indispensabili per entrare nelle sue grazie e fare carriera? Credo sia arrivato il momento di mettere sul piatto della bilancia di questa terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi anche la classe dirigente che ha scelto per il paese. Sono queste le persone cui vogliamo affidare il nostro futuro?

 

 

Un versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su Il Riformista il 15 agosto 2010

Pubblicato il 15/8/2010 alle 19.2 nella rubrica diario.

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