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Elogio della borghesia

Su Joachim Fest

In un discorso tenuto nel 1981, in occasione del conferimento del premio “Thomas Mann” da parte della città di Lubecca, lo storico Joachim Fest ha affermato: «[c]hi dubiterebbe ancora del tramonto del mondo borghese? Borghesia, condizione borghese sono termini usati oggi dalla maggior parte dei precettori della nazione, da coloro cioè che improntano la coscienza dell’opinione pubblica, come vocaboli per irritare e irridere: la causa della borghesia appare sicuramente come una causa persa, più di qualunque altra. Anche coloro che, per principi morali, condotta di vita e attitudine mentale sarebbero da annoverare fra gli appartenenti della borghesia, non vi si riconoscono, e la rinnegano adeguandosi a una moda che ormai ripudia tutto. Voci contrarie non ce ne sono. Insomma, la borghesia non ha più nessuno che la difende».

 

Dal tono si comprende subito che l’autorevole studioso non ha alcuna simpatia per la tendenza culturale antiborghese cui allude nel brano che abbiamo appena riportato del suo discorso di ringraziamento. Per l’intellettuale tedesco, che è stato a lungo anche il direttore editoriale della Frankfurter Allgemaine Zeitung, il declino della borghesia, che appare irreversibile alla fine del ventesimo secolo, non è un evento da salutare con soddisfazione. Al contrario, esso lascia un vuoto morale che potrebbe essere difficile, e forse impossibile, colmare. Ciò che si avvia a scomparire del tutto non è semplicemente un tipo sociale. Una figura che si distingue per il suo modo di pensare o di comportarsi, oppure per la foggia dei capi di abbigliamento che indossa. Per Fest, la borghesia – il “mondo borghese” – è una “forma di vita”: «borghese è l’idea della concorrenza, dell’eccellere in tutti gli ambiti, borghese è la volontà di emergere e, da qui, il senso del rango individuale, della grandezza umana e artistica, che a volte è strettissimamente connessa con ciò che si usava chiamare il genio borghese dell’ammirazione. Borghese è infine, riassumendo tutto questo, il fascino per la singolarità, al fondo del quale diventa afferrabile l’accettazione netta, in qualche caso anche spietata, delle differenze umane, perfino delle disuguaglianze. Concettualmente non si mira però a bloccare, a incatenare il singolo nella propria condizione, anzi gli si danno gli stimoli e gli si offre la possibilità di diventare qualcosa di meglio». Tra le righe di questa rievocazione elegiaca della borghesia come “forma di vita” (Bürgerlichkeit als Lebensform è il titolo originale della raccolta postuma di saggi che include il discorso di Lubecca, che è stata tradotta in italiano da Garzanti con il titolo La natura precaria della libertà. Elogio della borghesia) si intravede l’influenza di una vasta letteratura che – a partire dagli scritti di Max Weber sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo – ricostruisce il profilo morale della borghesia europea tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Come non riconoscere, infatti, l’impronta del “Beruf” protestante nel carattere “draconiano” della “prestazione” – l’espressione è dello stesso Fest – attribuita alla concezione borghese del lavoro?

 

Come è noto, lo scritto di Weber era ispirato anche dall’intento di polemizzare con le teorie materialistiche della storia – e in primo luogo con quella marxista – che spiegavano il patrimonio morale della società borghese riconducendolo alla struttura dei rapporti di produzione instaurati dal capitalismo. Si operava in tal modo quella che Benedetto Croce denunciava come una riduzione del concetto di “borghesia” alla sfera dell’economia. Una tendenza, quella della storiografia marxista, cui Fest si oppone con veemenza. Oltre all’etica professionale della rivoluzione protestante, al patrimonio morale borghese appartengono ideali che vengono dalla cultura classica non cristiana, distillati attraverso secoli di educazione “liberale”. La “forma di vita” rievocata nel discorso di ringraziamento dello storico tedesco rielabora la ricerca dell’eccellenza e la spinta verso il perfezionamento dei propri talenti attraverso l’esercizio; la virtù come “seconda natura” che si manifesta senza sforzo nell’azione di chi ha ricevuto un’educazione appropriata; l’amore per la competizione nel rispetto delle regole, il “fair play”. Dopo Weber, decine di autori, da Croce a Ortega y Gasset, hanno arricchito l’affresco cui Fest attinge per la sua elegia del vivere borghese.

 

Molte di queste testimonianze, a cominciare proprio dai saggi di Weber, non sono semplicemente ricostruzioni storiche o sociologiche di un modo di pensare e di vivere che accompagna la genesi del capitalismo occidentale, aprendo la strada alla modernità. La ricerca di uno specifico etico – di un tratto distintivo – della “forma di vita” della borghesia si impone con urgenza quando si cominciano a intravedere i segni del declino di cui Fest si rammarica. Così, ad esempio, Weber si chiede se il capitalismo vittorioso, con la sua “base meccanica”, abbia ancora bisogno del sostegno di una specifica concezione dell’etica professionale come quella che lui ritiene sia stata elaborata dal Protestantesimo. Nel suo discorso di ringraziamento, Fest allude probabilmente a queste pagine conclusive del saggio di Weber quando afferma che l’etica della borghesia, per quanto appaia opprimente, non è solo un peso ma anche una risorsa. Un “sostegno” appunto.

 

Pubblicato su Il Riformista il  20 giugno 2010

Pubblicato il 20/6/2010 alle 8.8 nella rubrica diario.

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