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La finanziaria e l'equità

Con la presentazione, da parte del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Economia, dei lineamenti della prossima manovra finanziaria il dibattito politico è entrato in una nuova fase. Destinata a durare, salvo sorprese, fino all’approvazione del provvedimento da parte del Parlamento. Abbiamo letto in questi giorni delle prime reazioni dell’opposizione alle misure illustrate da Berlusconi e Tremonti. Alcuni si dicono disposti a ragionare nel merito delle proposte, riservandosi eventualmente di sostenerle qualora risultassero politicamente accettabili. Altri hanno già sbattuto la porta in faccia al Governo accusando la maggioranza di fare “macelleria sociale”. Sullo sfondo pesano le parole del Presidente della Repubblica che ha invitato le forze politiche e cercare soluzioni condivise a una crisi finanziaria che – come abbiamo avuto modo di vedere nelle scorse settimane – minaccia la stabilità della moneta unica europea e quella della stessa Unione. In casi come questo, prima di formulare un giudizio, si dovrebbe fare qualche passo indietro per mettere meglio a fuoco la questione sul piano dei principi. Perché è anche di questo che stiamo parlando: alla fine vogliamo capire non solo se la manovra ha qualche possibilità di essere efficace, ma anche se è giustificabile politicamente. Se i sacrifici che essa impone agli italiani sono equi o meno.

 

La prima cosa che dovremmo chiederci è da che punto di vista dovremmo valutare le misure che ci vengono proposte. Quali sono le posizioni sociali rilevanti nel valutarne gli effetti? Sappiamo che gli scontenti sono molti. Certamente i dipendenti pubblici, che hanno già duramente protestato per gli interventi che riguarderebbero le retribuzioni e le assunzioni. Una certa preoccupazione è stata manifestata anche da alcuni amministratori locali – non solo dei partiti di opposizione – che temono che i tagli li costringeranno a alzare le imposte per mantenere invariato il livello dei servizi offerti ai cittadini. Abbiamo appreso anche che gli imprenditori si sono detti, grosso modo, soddisfatti delle misure per il contenimento della spesa, pur rilevando che il governo dovrebbe fare di più per promuovere lo sviluppo. Dobbiamo concludere che questa finanziaria – come si sarebbe detto una volta – è scritta dal punto di vista dei padroni?

 

Proviamo a ragionare su un esempio. Nel corso della conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha sottolineato che gli interventi sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti sarebbero giustificati dal fatto che nel settore pubblico ci sono stati negli ultimi anni incrementi salariali maggiori di quelli che si sono avuti nel privato. Ciò sarebbe avvenuto, a suo dire, a fronte di un’asimmetria di posizione tra i dipendenti pubblici – che hanno la garanzia del “posto fisso” – e chi lavora per un privato, che invece rimane esposto al rischio del licenziamento se l’economia va male. Gli statali sono colpiti, ma non dovrebbero lamentarsi perché sono più protetti.

 

L’argomento ha una certa forza. Tuttavia, esso non tiene conto di alcuni profili del pubblico impiego che andrebbero considerati perché non sono affatto irrilevanti. L’inamovibilità di alcune categorie di dipendenti pubblici non è un privilegio irragionevole, ma una garanzia di autonomia, che è giustificata dal pubblico interesse ad avere funzionari, magistrati o docenti che svolgano il proprio compito con serenità, senza essere sottoposti alla minaccia di perdere il posto di lavoro se si rifiutano di assecondare pretese irragionevoli o illegittime da parte di qualcuno. Non c’è dubbio che negli ultimi decenni all’ombra di questa garanzia c’è stato chi non ha fatto il proprio dovere, ma questa non è una buona ragione per ignorare il principio che giustifica la posizione di certi dipendenti pubblici. C’è spazio per rivedere ciò che non funziona, ma non si può assimilare dipendenti pubblici e privati come porterebbe a fare la tendenza – oggi molto popolare, soprattutto nella cultura di una parte del centro-destra – a confondere chi lavora per l’interesse generale e chi lavora alle dipendenze di un imprenditore. La Repubblica italiana non è un’impresa.

 

Inoltre, si dovrebbe tenere conto del fatto che all’interno del settore pubblico ci sono differenze che dovrebbero suggerire maggior cautela nel fare comparazioni con i dipendenti privati. Le fasce di retribuzione più basse hanno subito negli ultimi anni un relativo impoverimento a causa dell’aumento del costo della vita. Una busta paga che, al netto delle tasse, si aggira intorno ai duemila euro non è sufficiente da sola a mantenere un tenore di vita paragonabile a quello che avrebbe reso possibile l’equivalente in lire nel 1995. Un confronto affidabile poi dovrebbe tener conto anche delle rispettive qualificazioni. Siamo sicuri che, a parità di livello di istruzione, un lavoratore del settore pubblico abbia una retribuzione paragonabile a ciò che guadagnerebbe nel settore privato? Siamo certi che, dove c’è una differenza, essa sia compensata dalla sicurezza del posto di lavoro? Si potrebbe obiettare che lo scopo di questo provvedimento non è promuovere l’eguaglianza, o diminuire la disuguaglianza, tra gli italiani. La manovra finanziaria è indispensabile per evitare una situazione che sarebbe disastrosa per chiunque. Come nel caso dei provvedimenti necessari per affrontare un’emergenza sanitaria, anche in questo gli effetti distributivi non sono rilevanti. L’unica cosa che conta è l’efficacia delle misure. Tuttavia, se le ineguaglianze sociali ed economiche non sono giuste, l’applicazione del principio dell’interesse comune risulta ingiustificata.

 

Qualora l’operazione di salvataggio riuscisse, chi ha le aspettative più alte si avvantaggerebbe di più, perché ha più da perdere se le cose andassero male. Quindi non possiamo assumere il punto di vista dell’eguale cittadinanza per valutare la manovra, e dobbiamo invece chiederci quali effetti avrebbero i provvedimenti proposti per i meno avvantaggiati. Almeno, dovrebbe chiederselo chi attribuisce ancora qualche importanza alla giustizia.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 maggio 2010

Pubblicato il 30/5/2010 alle 21.30 nella rubrica diario.

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