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Su Thomas Pogge

Povertà mondiale e diritti umani

Thomas Pogge è un filosofo che non si limita a interpretare il mondo, ma cerca di cambiarlo. Per capire in che modo, e perché oggi Pogge è una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla giustizia internazionale, bisogna ripercorrere il percorso intellettuale di questo studioso che, nato ad Amburgo, in Germania, nel 1953, dopo una laurea in sociologia nel suo paese, si è trasferito negli Stati Uniti per continuare i propri studi sotto la guida di John Rawls, l’autore di A Theory of Justice (1971) il libro di filosofia politica più influente della seconda metà del ventesimo secolo. In quel lavoro, Rawls proponeva un nuovo modo di affrontare il classico problema della giustizia attraverso una rilettura della tradizione contrattualista, fortemente influenzata dal pensiero di Kant. Al cuore della complessa macchina argomentativa costruita da Rawls c’era una situazione di scelta originaria in cui le parti, che ignorano quale sarà la posizione in cui si troveranno nella società che si apprestano a regolamentare, devono accordarsi sui principi che la reggeranno. Secondo Rawls, in tali circostanze, facendo leva soltanto sulla razionalità intesa nel senso più ristretto – quello corrente nella teoria economica – le parti si accorderebbero su due principi: il primo, che stabilisce che ciascuno ha un eguale diritto al più esteso schema di eguali libertà fondamentali compatibilmente con un simile schema di libertà per gli altri; e il secondo, che impone che le ineguaglianze sociali e economiche devono essere combinate in modo da essere (a) ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno; e (b) collegate a cariche e posizioni aperte a tutti. Sviluppando questa prima formulazione, sempre nel libro del 1971, Rawls approdava poi a una riformulazione del secondo principio che faceva dipendere l’accettabilità delle diseguaglianze dal fatto che si mostri che esse sono necessarie a migliorare la posizione di chi sta peggio, cioè di chi è meno avvantaggiato dalla cooperazione sociale.

 

Sin dalla sua pubblicazione il libro di Rawls ha innescato una discussione vivace che si è estesa ben oltre i confini dell’accademia, per coinvolgere il più vasto pubblico di chi crede che la giustizia sia la principale virtù delle istituzioni sociali. Anche nel nostro paese ci sono stati diversi intellettuali – tra gli altri, bisogna ricordare almeno Salvatore Veca e Sebastiano Maffettone – che hanno visto nel pensiero di Rawls il punto di riferimento ideale di una sinistra liberale e riformista. Pogge ha preso parte a questo dibattito a cominciare dalla fine degli ottanta, quando ha pubblicato Realizing Rawls, un libro che era allo stesso tempo un’autorevole esposizione del pensiero del suo maestro e una critica di quelli che già allora egli aveva individuato come certi suoi limiti. In particolare, il fatto che la teoria della giustizia di Rawls assumesse la prospettiva di una società chiusa, concepita come una comunità politica autonoma e autosufficiente, senza fare i conti fino in fondo con la realtà della politica internazionale e con la sempre maggiore interdipendenza delle economie nazionali. Furono proprio le critiche di Pogge, tra l’altro, a spingere Rawls a tornare sulla giustizia internazionale in un libro pubblicato nel 1999, The Law of Peoples. Tuttavia, alla fine degli anni novanta, Pogge aveva preso ormai una strada che lo ha portato con il passare del tempo a sviluppare un teoria della giustizia globale che per molti versi si presenta come un superamento di quella di Rawls.

 

Di questo nuovo approccio c’è ora una testimonianza anche in italiano, grazie alla pubblicazione di Povertà mondiale e diritti umani, appena uscito per i tipi di Laterza. In questo volume – arricchito da una bella prefazione di Luigi Caranti che introduce il pensiero di Pogge ai lettori che non sono familiari con le sue opere precedenti – ci sono i lineamenti di un’agenda politica ragionevole e radicale per combattere la povertà, il più pericoloso “serial killer” con cui abbiamo a che fare. Di particolare interesse sono le proposte, articolate nel dettaglio e sostenute sulla base di una mole impressionante di dati, per intervenire sulle cause globali di questo fenomeno. Chi avesse voglia di farsi di farsi un’idea su come potremmo cambiare in meglio il mondo trova importanti spunti di riflessione nel progetto per un fondo internazionale che potrebbe alleviare in modo significativo gli effetti che dipendono dai costi eccessivi dei medicinali per i paesi più poveri. Una lettura istruttiva, che dovrebbe suscitare la curiosità di quel che rimane della sinistra in questo paese.

 

Pubblicato su Il Riformista il 28 maggio 2010

 

Pubblicato il 28/5/2010 alle 16.19 nella rubrica Libri.

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