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Gli europei e la guerra

The Monopoly of Violence

«Le grandi potenze del nostro tempo sono come viaggiatori che non si conoscono tra loro e si trovano per caso nella stessa carrozza. Si osservano l’un l’altro e, quando uno mette la mano in tasca, i vicini preparano il proprio revolver per essere pronti a sparare il primo colpo». Questa era, secondo il cancelliere tedesco Otto von Bismarck, la situazione degli europei alla fine del diciannovesimo secolo. Una visione per niente rassicurante, ma non priva di realismo. Poco più di trent’anni dopo la conversazione in cui l’uomo politico tedesco espose a un diplomatico russo la sua idea dei rapporti tra gli europei, le nazioni del continente erano in guerra. Un conflitto preparato da interessi economici e strategici in contrasto, ma reso a un certo punto inevitabile dalla diffidenza reciproca.

Oggi pensiamo poco a quella guerra. La miopia della nostra cultura le impedisce di vedere oltre il fascismo. Eppure è proprio dalla “grande guerra europea” che distrusse definitivamente le illusioni di chi aveva creduto nel “concerto tra le nazioni” che si mette in moto la catena di eventi di cui il fascismo non è che un anello. La fine di tre imperi, la decimazione di una generazione, lo sfinimento economico e morale dei vinti come dei vincitori. Tutto questo pone le premesse di un’instabilità politica da cui l’Europa esce con la caduta del muro di Berlino.

La frase di Bismarck è il punto di partenza di un libro di James Sheehan, uno storico dell’università di Stanford, che si intitola The Monopoly of Violence. Why Europeans Hate Going to War (Faber and Faber, Londra 2007). Si tratta di un lavoro di grande interesse, che illustra la capacità della storia di entrare nel vivo del presente, gettando luce negli angoli oscuri, costringendoci a guardare ciò che non avevamo alcuna voglia di vedere. Sheehan ricostruisce la genesi di uno straordinario cambiamento culturale avvenuto dopo il 1945. Gli stessi popoli che per decenni avevano tenuto il dito sul grilletto, e che poi hanno combattuto due guerre devastanti nel giro di trenta anni, si impegnano nella costruzione di un nuovo ordine continentale, promosso da comuni interessi economici. Un progetto che muove i primi passi nel segno di esigenze industriali e di commercio, ma che finisce per aprire la strada a disegni politici di unificazione sempre più ambiziosi.

L’Unione Europea, per Sheehan, si fonda essenzialmente sull’impegno largamente diffuso tra gli europei di lasciarsi definitivamente alle spalle gli antagonismi distruttivi del passato, di uscire dallo “stato di natura” descritto da Bismarck. In questo senso, la costruzione dell’Europa unita è stata fino ad ora un successo straordinario. Che ci ha dato, come si usa dire, il più lungo periodo di pace che il continente abbia mai conosciuto. Lasciando da parte le statistiche, c’è un aspetto di questo processo che probabilmente non era prevedibile del tutto nel 1945, e ha mutato radicalmente il modo in cui la maggioranza degli abitanti dei paesi che aderiscono all’Unione vede la politica internazionale. Gli europei hanno progressivamente rimosso la guerra dal proprio orizzonte intellettuale. Rifiutano di ammettere che sia mai necessaria o giusta. Respingono anche solo l’idea di doverne combattere una nel futuro. Un cambiamento straordinario per un continente che per buona parte della sua lunga storia non solo ha fatto decine di guerre, ma ha “pensato la guerra”. Ne ha fatto la chiave di lettura del mondo, uno strumento indispensabile della politica.

Sheehan impiega l’espressione “Civilian State” (lo Stato dei civili) – introdotta dallo scienziato della politica Harold Lasswell – per caratterizzare la peculiare natura politica dell’Unione Europea e la cultura che la alimenta. Ispirata dal desiderio di distinguersi dai “Garrison State” (gli Stati guarnigione) del proprio passato recente, la nuova comunità politica degli europei cresce con un’inedita concezione della cittadinanza basata su «diritti e privilegi, non obbligazioni e impegni». Priva di un’identità nazionale, essa non tenta neppure di forgiarla. Le abitudini, i rituali, le istituzioni che tradizionalmente avevano anche lo scopo di rinforzare la lealtà dei cittadini in parte sopravvivono, ma non trovano una propria collocazione nel nuovo discorso pubblico. L’esempio più emblematico di questo cambiamento, su cui Sheehan si sofferma a lungo nel libro, è proprio l’esercito. Un tempo manifestazione primaria dell’unità della nazione, destinatario di attenzione per i governanti e motivo di orgoglio per i governati, oggi esso appare a molti europei qualcosa di cui si può fare a meno, o che andrebbe ridotto al minimo. Nonostante lo straordinario benessere economico – sostiene Sheehan – l’Europa non è diventata e non diventerà una superpotenza.

A una settimana dalla deposizione di Tony Blair davanti alla commissione di inchiesta sulla guerra in Iraq – e mentre da più parti si segnala l’incapacità delle istituzioni europee di esprimere una politica comune quando sono in gioco gli interessi nazionali, come sta avvenendo in questi giorni, a fronte della tensione innescata dalle notizie sul deficit di alcuni paesi membri – la lettura del libro di Sheehan offre qualche spunto di riflessione. Viene da chiedersi se è concepibile un’entità politica che pretende di aver bisogno «solo di consumatori e produttori, che riconoscono che la comunità serve i loro interessi e ne promuove il benessere». In un mondo che, fuori dai confini dell’Unione, non è molto diverso da quello che aveva in mente Bismarck parlando degli stranieri che si trovano sulla stessa carrozza, la forma di società politica immaginata dai fautori del Civilian State europeo potrebbe rivelarsi un’illusione.

Pubblicato su Il Riformista il 7 febbraio 2010

Pubblicato il 7/2/2010 alle 21.38 nella rubrica Libri.

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