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Le dimissioni di Ciampi

Risorgimento Orfano?

Pur se dovute a ragioni personali, le dimissioni di Carlo Azeglio Ciampi da presidente del comitato dei garanti per le celebrazioni dei centocinquanta anni dell’unità d’Italia hanno suscitato un certo clamore. Anche perché alcuni membri dello stesso comitato, tra cui Dacia Maraini, Ugo Gregoretti e Gustavo Zagrebeski, hanno annunciato a loro volta l’intenzione di dimettersi. Sullo sfondo c’è la polemica – mai del tutto sopita – per la scarsa disponibilità da parte del governo a sostenere le celebrazioni, che si dice sarebbero poco gradite alla Lega. In realtà, almeno a giudicare da quel che ne ha scritto Antonio Carioti sul Corriere della sera, in questo caso le accuse sarebbero infondate. In un momento non facile per i conti pubblici, un impegno di risorse c’è stato. Semmai, ciò che si potrebbe obiettare è una certa mancanza di fuoco nell’iniziativa, che i garanti hanno sofferto anche perché non è molto chiaro quale sia il loro compito (come era stato denunciato, sempre sul Corriere, da Ernesto Galli della Loggia, che è stato il primo a richiamare l’attenzione sulla situazione preoccupante delle celebrazioni per l’anniversario dell’unità). A questo punto la situazione ha raggiunto probabilmente il punto di non ritorno, almeno per quel che riguarda l’attuale comitato. Meglio farebbero gli organismi competenti a porsi il problema se non sarebbe il caso di nominarne un altro – significativamente rinnovato nei suoi componenti – e meno ampio (quello attuale conta trenta membri). In questo modo sarebbe possibile ripartire da capo con la speranza di una maggiore efficacia.

 

Tuttavia, un comitato dei garanti non è tutto. Neppure si può imputare a questo organismo, e alle divisioni che sono emerse al suo interno, la responsabilità dei ritardi nella definizione del programma delle celebrazioni, di preparativi che appaiono in affanno, o di iniziative che, a detta di alcuni autorevoli osservatori che sono intervenuti sul tema negli ultimi mesi, sarebbero di qualità diseguale, e comunque non all’altezza di un anniversario di questa importanza.

 

A differenza del venticinque aprile, l’unità d’Italia è orfana da tempo, e non c’è chi ne rivendichi appieno la paternità. A pensarci bene, non si tratta di una sorpresa. Oggi nessuno sembra ricordarlo, ma il processo di revisione storica del Risorgimento, e la messa in discussione della lettura “in positivo” dell’unità, risale a molto prima che la Lega di Umberto Bossi diventasse l’arbitro della politica nazionale. Cominciata all’indomani dell’unità – alimentandosi di malcontento popolare e poi, con il passare dei decenni, anche dei contributi storici di studiosi seri – la critica alla “conquista” del Regno del Sud da parte degli “invasori” sabaudi ha a sua volta una lunga storia che ha trovato, di volta in volta, un pubblico nei quartieri più diversi, dai neoborbonici alla sinistra estrema. Chi è cresciuto in Campania negli anni settanta ricorda le invettive televisive di Angelo Manna. Che all’epoca apparivano eccessive nei toni e sgangherate nell’eloquio, e che oggi molti troverebbero normali.

 

La cultura liberale del Risorgimento, che pure era riuscita a sopravvivere, sia pure a livello di testimonianza, a due guerre mondiali e al fascismo, per non dire di un lungo dopoguerra dominato da partiti politici a essa ostili, appare ormai quasi estinta. Non ce ne è traccia nella Lega, ma neppure essa brilla nel PdL appiattito dalla “voce del padrone” o nel PD catatonico.

 

Destino anche peggiore è capitato all’altra grande forza che aveva dato il suo contributo, per convinzione e per interesse, alla costruzione dell’Italia unita. La monarchia, nel cui nome fu fatta la nazione, sembra non aver lasciato alcuna traccia nella cultura popolare. L’unico membro di quella che fu la famiglia regnante che gode di una certa popolarità è il giovane Emanuele Filiberto, che però sembra aver trovato la propria strada in un’attività diversa da quella degli antenati.

 

Forse è tardi per sperare in un sussulto di dignità, visto che l’orgoglio della nazione è spento. Speriamo che almeno ci risparmino l’umiliazione.

 

Pubblicato su Il Riformista il 27 aprile 2010

Pubblicato il 27/4/2010 alle 12.57 nella rubrica Diario di etica pubblica.

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