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Liberalismo e compromesso

Faceva freddo a Milano nel dicembre del 1800. Magari non tanto freddo quanto in questi giorni, ma comunque più freddo che a Napoli. Possiamo immaginare con quale nostalgia Vincenzo Cuoco pensasse agli inverni napoletani, alle splendide giornate di sole che a volte regalano. Milano è lontana da Napoli. Diversi i costumi e poco familiare la parlata, al punto che tra le nuove frequentazioni di Cuoco c’è chi dubita che napoletani e milanesi appartengano davvero alla stessa nazione. Comunque, per quanto lontano da casa, a Milano è possibile fermarsi, riposare, raccogliere le idee. Dopo un lungo viaggio attraverso il mare fino a Marsiglia, e poi su per le «nude montagne» della Savoia. Queste «deserte e orribili montagne» che gli fanno sembrare ancor più felici «i giorni più belli» della sua vita «sulle deliziose colline di Posillipo».

 

Ricorda e riflette, Cuoco. Sul proprio ruolo negli eventi della rivoluzione napoletana del 1799. Sulle cause che l’hanno provocata e sul perché è fallita. Sul sangue dei rivoluzionari versato per le strade e sul patibolo. A Napoli, scrive, «[i] primi repubblicani furono tutti delle migliori famiglie della capitale e delle province: molti nobili, tutti gentiluomini, ricchi e pieni di lumi; cosicché l’eccesso istesso de’ lumi, che superava l’esperienza dell’età, faceva lor credere facile ciò che realmente era impossibile per lo stato in cui il popolaccio si ritrovava. Essi desideravano il bene, ma non potevano produrre senza il popolo una rivoluzione; e questo appunto è quello che rende inescusabile la tirannica persecuzione destata contro di loro». Esule e sconfitto, Cuoco non è disposto a perdonare. Gli impedisce di farlo la brutalità della repressione. La violenza, le umiliazioni, lo scherno. Subite dai capi del movimento rivoluzionario – i giacobini – e da chi non era colpevole d’altro se non di avere l’aspetto del «signore» o di aver manifestato simpatie per le idee liberali.

 

Nel 1801 il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli viene pubblicato a Milano. Si tratta di una delle opere più significative del pensiero politico italiano prima dell’unificazione. Una rara testimonianza, nel nostro paese, del liberalismo moderato che altrove ha avuto maggior fortuna, lasciando la sua impronta in quel miracolo di stabilità che è la costituzione britannica. Se invece di rifugiarsi a Milano si fosse trasferito a Londra, Vincenzo Cuoco avrebbe probabilmente trovato interlocutori congeniali nel partito Whig. In persone come Edmund Burke, l’autore dell’altra grande opera sulle rivoluzioni giacobine del diciottesimo secolo, le Reflections on the Revolution in France (1790). Sin dalla prima lettura, colpisce l’affinità di spirito tra i due libri. Entrambi sono frutto delle riflessioni di liberali – ben distanti quindi da anti-rivoluzionari reazionari come De Maistre o Donoso Cortes – che riconoscono il valore della moderazione e del compromesso in politica.

 

Come Burke, Cuoco è consapevole del potere delle idee. La rivoluzione napoletana fallisce perché i suoi promotori hanno un’idea troppo astratta della libertà. Essi non si rendono conto che il salto in avanti che essi vogliono far compiere al Regno di Napoli è per i suoi abitanti un tuffo nel vuoto. Pur non avendo grande considerazione per il «popolaccio», Cuoco riesce a comprenderne i sentimenti. Soprattutto, si rende conto che nessun cambiamento politico è possibile senza il popolo. Ciò comporta necessariamente un compromesso. La stessa verità era ben chiara a Burke, che nelle sue riflessioni si scaglia contro la cecità dei giacobini francesi che vogliono in un sol colpo cancellar la storia e si fanno beffe della tradizione, alienandosi in tal modo le simpatie del popolo, che dall’una e dall’altra trae conferma delle proprie certezze.

 

Quando viene pubblicato il saggio di Cuoco, Burke è già morto da diversi anni. Ma non c’è dubbio che il Whig irlandese avrebbe condiviso la diagnosi del pensatore molisano sulle cause del fallimento della rivoluzione napoletana. Per Burke, infatti, l’arte del governo – e la stessa possibilità del progresso e della virtù – si fonda sul compromesso (compromise) e sullo scambio (barter). Di questo insegnamento si giova il nuovo partito liberale che, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, promuove una serie di riforme che cambieranno profondamente le istituzioni e la politica britannica. Anzi, si potrebbe dire che la capacità di trovare un compromesso onorevole tra gli astratti ideali e la rozza materia è uno dei tratti distintivi del riformismo d’oltre Manica, che sopravvive al declino del partito liberale, per essere assimilato nel ventesimo secolo dalla cultura del partito laburista. Di questo atteggiamento si trova un’eloquente testimonianza in On Compromise (1874) di John Morley, biografo di Gladstone e dello stesso Burke, uno dei principali esponenti del partito liberale britannico tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo.

 

La storia politica italiana è molto diversa da quella britannica. Da noi il compromesso in politica è guardato con sospetto perché viene considerato un sintomo di scarsa tempra morale se non addirittura di un realismo privo di principi. Specie a sinistra e tra i progressisti, la moderazione raccomandata da Cuoco e da Burke ha il sapore amaro della resa. Tuttavia, chi oggi nega la possibilità di un compromesso onorevole dovrebbe riflettere su quanto ha scritto Avishai Margalit, uno dei più importanti filosofi liberali israeliani, in un libro uscito da qualche settimana. On Compromise and Rotten Compromises (Princeton University Press, Princeton N.J. 2009) è una difesa articolata delle virtù del compromesso onorevole in politica. La tesi di Margalit è che solo con i nemici dell’umanità il compromesso non è mai giustificabile. Ci sono circostanze in cui le esigenze della concordia e della pace sociale sono più importanti della fedeltà alla propria interpretazione della giustizia. In casi del genere, senza rinunciare alle proprie convinzioni, si può accettare il compromesso come unica strada percorribile per porre fine a un conflitto.

 

 

Pubblicato su Il Riformista il 22 dicembre 2009

Pubblicato il 22/12/2009 alle 9.49 nella rubrica Filosofia.

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