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Heine e il potere delle idee

Nel suo scritto sulla storia della religione e della filosofia in Germania il poeta Heinrich Heine metteva in guardia gli “uomini d’azione” dal sottovalutare l’importanza delle idee. Per Heine, che scriveva nel 1834, i destinatari del suo monito non sono in realtà «niente altro che gli strumenti inconsapevoli degli uomini di pensiero, che nella loro quiete sommessa hanno spesso redatto i [loro] più precisi piani d’azione». Non è difficile immaginare cosa abbia ispirato le riflessioni del poeta tedesco. Per chi, come lui, era nato «alla fine dello scettico diciottesimo secolo» e nell’infanzia aveva «respirato l’aria della Francia» la capacità delle idee di esercitare la propria presa sulle menti di decine di migliaia di persone, spingendole all’azione, doveva essere del tutto evidente. Non avevano le idee di Rousseau armato la mano dei rivoluzionari? Non era lo stesso Napoleone in fondo ispirato da quelle idee? Heine aveva visto di persona l’imperatore dei francesi quando Bonaparte aveva visitato Duesseldorf, la città natale del poeta, nel 1811. Come altri membri della comunità ebraica, Heine era rimasto impressionato dal modo in cui l’imperatore si era comportato con il rabbino Abram Scheuer che – a nome dei ministri del culto di diverse fedi presenti in città – gli aveva rivolto un messaggio di benvenuto salutandolo come “il nuovo Ciro”. Napoleone rispose: «Davanti a Dio tutti gli uomini sono fratelli. Essi si devono amare e aiutare l’uno con l’altro senza considerare le differenze di religione». In quel momento il conquistatore francese deve essere apparso a Heine come l’incarnazione degli ideali dell’illuminismo. L’uomo d’azione che attraverso le sue vittorie militari poteva realizzare il sogno di una convivenza armoniosa tra le fedi di cui parlava Lessing nella sua parabola su Nathan, il saggio ebreo che convince il Saladino che nessuno può sapere quale sia la vera fede.

Heine è ben consapevole che quella forza delle idee che lo aveva colpito in gioventù quando era venuto in contatto con il messaggio di emancipazione proveniente dalla Francia può avere effetti devastanti. L’Europa degli anni trenta del diciannovesimo secolo non è affatto una comunità in cui popoli e fedi convivono armoniosamente. Al contrario, è scossa da fermenti di ogni tipo che faranno avvertire le proprie conseguenze per generazioni a venire. Ne avrebbe fatto le spese lo stesso Heine molti anni dopo – a quasi un secolo dalla sua morte, avvenuta nel 1856 – quando le truppe naziste entrano a Parigi. La tomba del poeta nel cimitero di Montmartre viene infatti distrutta per espresso ordine di Hitler nel marzo del 1941.

Forse anche Hitler temeva la forza delle idee, e voleva assicurarsi che nessuno potesse, visitando quella tomba, avere la curiosità di leggere gli scritti di un ebreo tedesco innamorato della Francia e della libertà, che in pagine dal tono profetico aveva annunciato al mondo la futura venuta di un nazionalismo sanguinario che sarebbe nato anch’esso dalle idee di filosofi e pensatori. Se il cristianesimo, scriveva l’ebreo Heine, «ha addolcito un poco la brutale bellicosità germanica; tuttavia non ha potuto distruggerla, e, quando […] il talismano lenitore, la croce, si rompe, allora si scatena nuovamente la ferocia degli antichi guerrieri». Ubriacate dalle idee di kantiani che «non vorranno saperne della pietà» e da quelle di fichtiani che «nel fanatismo della loro volontà, non potranno essere frenati né dalla paura né dall’interesse personale» queste schiere di guerrieri scuoteranno l’Europa. C’è da rimanere impressionati nel leggere queste pagine, che assomigliano davvero a una profezia che si avvera nell’abominio del nazismo.

Le pagine di Heine sul potere delle idee riecheggiano più volte negli scritti di storici e filosofi tra la fine dell’ottocento e la seconda metà del novecento. Nella famosa lezione inaugurale On the Study of History di Lord Acton, il grande storico inglese. Nelle pagine finali di The General Theory of Employment, Interest, and Money di John Maynard Keynes. Infine, in un’altra lezione inaugurale, quella su Two Concepts of Liberty di Isaiah Berlin. Per il filosofo liberale, infatti, il monito di Heine conserva tutta la sua attualità alla luce della storia del ventesimo secolo: «i concetti filosofici coltivati nella quiete dello studio di un professore possono distruggere una civiltà».

Vaneggiamenti da professore, potrebbe dire qualcuno. Può darsi. Tuttavia, ci sarebbe da riflettere sui guasti che l’ossessione della “rilevanza”, della “ricaduta pratica dei saperi” e delle “conoscenze utili” sta producendo nella nostra cultura pubblica. Sempre più abituati a pensare solo a ciò che ha un’applicazione immediata, corriamo il rischio di perdere la capacità di vedere le idee e il loro potere. Una miopia che potrebbe rivelarsi fatale.

Pubblicato su Il Riformista il 22 novembre 2009

Pubblicato il 22/11/2009 alle 10.9 nella rubrica Filosofia.

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