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Giudici Globali?



Nel concludere le sue osservazioni su un libro recente di Sabino Cassese che discute l’emersione e la crescente importanza delle giurisdizioni internazionali, Sergio Romano osserva che il fenomeno di cui si occupa lo studioso, che attualmente è uno dei membri della Corte Costituzionale del nostro paese, pone problemi di grande rilievo per le democrazie. C’è, si chiede Romano, il rischio che esse si trasformino in “jurecrazie”? La questione non è affatto peregrina, ed è stata già sollevata in modo autorevole da diversi studiosi. Per fare solo l’esempio degli Stati Uniti, la domanda se la sono posta sia un giudice di orientamento conservatore come Robert Bork sia un costituzionalista progressista come Cass Sunstein. Pur con accenti diversi, entrambi hanno sottolineato che il problema della legittimità del diritto – che le democrazie tradizionalmente hanno risolto, almeno in linea di principio, attraverso i meccanismi della rappresentanza – è destinato a risorgere qualora si accettasse l’idea che ci sono giurisdizioni che applicano regole che non sono state deliberate da alcun parlamento, e che talvolta sono soltanto il prodotto del ragionamento dei giudici a partire da standard formulati in maniera vaga e spesso niente affatto perspicua. Tra le righe dell’intervento di Romano si legge lo scetticismo di un conservatore che diffida di poteri che non rispondono a nessuno e a cui non corrispondono contrappesi istituzionali che siano in grado di moderarne gli eccessi. Si tratta di una perplessità condivisibile. Non è certo nostra intenzione negare che la ricostruzione proposta da Cassese sia persuasiva, e che il fenomeno che egli descrive sia destinato a segnare una genuina trasformazione nel nostro modo di pensare il diritto. Ciò che ci pare meriti l’attenzione di chi ha a cuore le sorti del liberalismo non è il fatto illustrato da Cassese, ma le conseguenze che ne traggono alcuni. Anche chi crede che ci sono standard morali non soggettivi per valutare la bontà del diritto positivo – e molti liberali ne sono convinti – ha un sussulto al pensiero che le proprie vicende personali siano decise da giudici che non rispondono a nessuno. Specie quando essi sono, come accade normalmente, persone che hanno una preparazione esclusivamente tecnica che li rende probabilmente del tutto inadatti a una funzione che richiederebbe oltre che sapere anche saggezza. Un grande giudice britannico del diciassettesimo secolo, sir Edward Coke, difendeva le prerogative della giurisdizione contro quelle del sovrano richiamando il carattere di “ragione artificiale” del diritto. Tuttavia, i giudici di cui Coke prendeva le parti contro la pretesa di Giacomo I di essere l’unica fonte del diritto positivo si alimentavano della grande tradizione filosofica del diritto naturale e cercavano di non perdere mai di vista “la natura delle cose”. Oggi i sistemi con cui si selezionano i giudici non sono necessariamente i più adatti a coltivare l’equilibrio e la cultura che sarebbero necessarie per l’ideale che aveva in mente Coke. In tali circostanze, la prudenza suggerisce di tenersi leggi imperfette e giudici delle competenze limitate.

Pubblicato su Il Riformista il 19 luglio 2009

Pubblicato il 19/7/2009 alle 11.39 nella rubrica Diario di etica pubblica.

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