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Letizia Gianformaggio

 

Con la scomparsa di Letizia Gianformaggio la filosofia del diritto italiana perde non solo una studiosa di valore, autrice di contributi importanti ai diversi ambiti della disciplina, ma anche una persona di grande sensibilità, disponibile e attenta nei confronti di ogni interlocutore. Nata a Spello nel 1944, Letizia Gianformaggio aveva incontrato, studentessa diciottenne del primo anno della facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Perugia, un docente carismatico, diventato in seguito collega, Uberto Scarpelli, che ne aveva guidato gli studi e ispirato la scelta di una vita dedicata all’insegnamento e alla ricerca. Per chi li ha conosciuti entrambi, era facile riconoscere nel rigore e nella dedizione dell’allieva l’impronta dell’esempio del maestro. Una somiglianza che aveva riscontro anche nello stile, asciutto e denso, dei suoi scritti. La sorte ha voluto che proprio a Scarpelli fosse dedicato l’ultimo contributo della Gianformaggio, in cui l’autrice rievocava l’entusiasmo delle discussioni seminariali perugine, così diverse dalla pomposità a quei tempi comune nell’Università italiana. Qualcosa dello spirito di quei seminari è rimasto negli incontri che per anni Letizia Gianformaggio ha organizzato presso l’Università di Siena, felici occasioni di confronto scientifico per tutti i partecipanti e di educazione all’etica della ricerca per i giovani studiosi.

Difficile riassumere in poche righe il contributo scientifico di Letizia Gianformaggio. Certamente si deve ricordare il libro su Perelman del 1973, una critica acuta e originale dei presupposti filosofici degli studi sull’argomentazione del filosofo belga; e una monografia su Helvétius del 1979, che ricostruiva con lucidità le tesi di questo precursore dell’utilitarismo, mostrandone la rilevanza per la discussione, particolarmente vivace in quegli anni, sul garantismo. A questi due lavori ha fatto seguito una produzione costante di contributi alla teoria del ragionamento (in particolare un libro del 1987, In difesa del sillogismo pratico) e a questioni normative. Quest’ultimo filone degli interessi della Gianformaggio, diventato infine prevalente, era testimonianza di un altro aspetto della sua personalità, una tensione etica non comune, che non mancava di colpire chi la ascoltasse discutere di argomenti a lei cari, come l’eguaglianza – in particolare la discriminazione tra sessi – e la tolleranza. Proprio con una riflessione sulla tolleranza si chiude lo scritto in memoria di Scarpelli, che la malattia le aveva impedito di presentare di persona alla conferenza Milanese in ricordo dello studioso. Per la Gianformaggio, “tollerare comporta comunque un mettersi in gioco, e produce sempre l’assunzione di un rischio. Il rischio, assunto credo consapevolmente, stavolta è quello di perdere l’opportunità di comunicare. L’individuo, nel momento della scelta, è grandiosamente e tragicamente solo. Ma è anche lontano”. Lette oggi queste parole suonano come un congedo, l’enunciazione del credo laico di una persona che ha avuto il coraggio di ragionare, fino alla fine.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 19 settembre 2004

Pubblicato il 19/9/2004 alle 23.19 nella rubrica Obituaries.

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