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Sergio Cotta



A Firenze, la città in cui era nato nel 1920, si è spento Sergio Cotta. Con lui scompare una delle figure più rappresentative della nostra cultura giuridica, su cui ha lasciato un’impronta destinata a durare attraverso l’insegnamento degli allievi e l’attività di una delle più antiche e illustri riviste italiane, la “rivista internazionale di filosofia del diritto”, di cui è stato a lungo direttore. Un documento dell’influenza del pensiero di Cotta sulla filosofia del diritto italiana è un volume di scritti in suo onore curato da Francesco D’Agostino nel 1995.

Dopo gli studi nella città natale, la carriera accademica di Cotta era proseguita presso l’ateneo di Torino, dove era stato assistente prima di Gioele Solari e poi di Norberto Bobbio. Proprio all’atmosfera culturale torinese sono legati i primi lavori su alcuni classici del pensiero politico moderno. Lo studio su Montesquieu del 1953 e quello su Filangieri del 1954 si leggono ancora con profitto. Colpisce, in particolare, la sensibilità di Cotta per la dimensione teoretica di due autori che sono stati letti in questi anni soprattutto per il loro interesse storico, ma di cui egli sapeva mettere in luce invece la rilevanza per il dibattito contemporaneo. Di Montesquieu, Cotta apprezzava “l’amore per la libertà, ma nello stesso tempo il rifiuto della posizione rivoluzionaria che crede in formule semplici e semplificatrici per raggiungere il bene dell’umanità”. C’è, in questo giudizio, la cifra intellettuale di un liberale che ha sempre diffidato di un certo radicalismo giacobino che tanta fortuna ha avuto nella cultura politica italiana. In tal senso, è significativo che l’altro autore del diciottesimo secolo cui Cotta ha dedicato il proprio impegno di studioso sia Jean-Jacques Rousseau. In retrospettiva, lo stesso Cotta ha dichiarato che l’interesse per Rousseau, “più che rappresentare un distacco da Montesquieu, ha fatto parte di una mia più ampia esplorazione degli approcci moderni al tema politico. In qualche modo lo studio dei due grandi autori settecenteschi mi è servito, attraverso una sorta di implicito confronto, ad approfondire le mie riflessioni sulla politica e sui suoi problemi. […] I miei studi sul Ginevrino servivano a metter in luce il vicolo cieco nel quale finisce il ragionamento di questo autore e in sostanza i limiti della politica come strumento di risoluzione dei problemi fondamentali dell’uomo”. Proprio i “limiti della politica” è il titolo di una raccolta degli scritti (Il Mulino, Bologna 2004) che è un bilancio di questa parte del suo itinerario intellettuale.

Ai lavori su Montesquieu e Rousseau sono legati anche sodalizi intellettuali importanti, come quelli con André Masson e Robert Shackleton (conosciuti durante soggiorni di studio a Parigi alla fine degli anni quaranta) e a Maurice Cranston (di cui Cotta è stato collega presso l’Università Europea a Firenze alla fine degli anni settanta). Ripercorrendo le biografie intellettuali di questi studiosi si entra in contatto con un mondo che è ormai quasi scomparso. La figura del “gentleman scholar”, di cui Cotta incarnava, anche nell’aspetto, l’ideale, è stata travolta dall’evoluzione dell’educazione superiore in buona parte dei paesi europei. Per questi uomini lo studio del pensiero politico non era mai del tutto rimosso da un attaccamento profondo per le istituzioni liberali. Nel caso di Cotta l’impegno intellettuale si è affiancato alla passione civile e all’amore per la libertà, anche in momenti in cui essere liberali comportava esporsi a gravi pericoli. Di questo aspetto della sua vicenda umana è testimonianza la medaglia d’argento ricevuta per l’impegno nella resistenza.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 6 Maggio 2007

Pubblicato il 6/5/2007 alle 23.15 nella rubrica Obituaries.

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