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Sulle intercettazioni

“Non conosce l’uso del telefono”. Negli anni sessanta un membro della House of Lords ha liquidato con questa battuta la disavventura accaduta a un collega. Dovendo dare un parere sull’ammissione di uno studente troppo di sinistra al college di cui era il rettore, l’aristocratico aveva infatti commesso la leggerezza di annotare le motivazioni ideologiche del proprio parere negativo a margine del modulo contenente la domanda del “giovane radicale”. Diffuso alla stampa, il documento aveva provocato uno scandalo. Oggi sembra strano, ma non sono passati tanti anni da quando la comunicazione a telefono era considerata il paradigma della riservatezza. Estensione della conversazione viso a viso, quella telefonica ha rappresentato per alcune generazioni un’esperienza tipica della sfera privata, il momento in cui ci si scambiano informazioni e si conversa liberamente, senza il condizionamento di forma che la scrittura comporta inevitabilmente.

Non c’è da sorprendersi, dunque, se la progressiva elaborazione del diritto alla privacy ha visto nella comunicazione telefonica un campo privilegiato del riconoscimento e della tutela della libertà delle persone. Da qualche tempo, tuttavia, la situazione sta cambiando. In particolare dopo l’undici settembre, le polizie e i servizi segreti di tutto il mondo hanno rivendicato l’opportunità – se non addirittura la necessità – di ricorrere allo strumento delle intercettazioni per prevenire futuri attacchi terroristici. Nel nuovo clima di preoccupazione generato da questa minaccia, le opinioni pubbliche di diversi paesi occidentali hanno accettato – sia pure come “male minore” – di rinunciare a una parte della propria libertà di comunicare senza essere ascoltati per ottenere maggiore sicurezza. La stessa cosa è accaduta anche in Italia, con una differenza, di cui è indispensabile tener conto. Da noi il movimento in difesa della privacy si afferma più tardi e si innesta su una cultura politica tradizionalmente meno sensibile alle esigenze di tutela dell’individuo. Ciò spiega perché nel nostro paese l’allentarsi della difesa della privacy non è stata accompagnata – come è avvenuto negli Stati Uniti – da una maggiore vigilanza sull’uso che delle intercettazioni viene fatto dai pubblici poteri. Al contrario, anche a causa della contiguità ambientale e culturale tra magistratura giudicante e pubblica accusa, abbiamo assistito a un uso sempre più indiscriminato di uno strumento di indagine che, per sua natura, è ripugnante per la moralità politica liberale. Oltretutto, ciò non è avvenuto in inchieste che riguardano la sicurezza nazionale. Le conversazioni private di migliaia di persone sono state e sono registrate nell’ambito di indagini relative a storie di corruzione pubblica che hanno coinvolto, non sempre con fondamento, esponenti di diversi partiti politici e volti più o meno noti di questa nostra società che qualcuno ha chiamato – non a torto – “dello spettacolo”.

Spettacolo è stato, e non dei migliori. Brandelli di vita sono stati messi a nudo e esposti al pubblico ludibrio. Anche quando le voci erano fuggite dal senno di poveracci che nulla avevano a che fare con i reati su cui si indagava. Se poi l’intercettazione riguarda un volto noto, l’intrattenimento è assicurato. Giudizi precipitosi su datori di lavoro e colleghi, frasi poco rispettose nei confronti di superiori e compagni di partito, grotteschi vaneggiamenti a sfondo sessuale. Investigatori che a volte sembrano cogliere solo il senso letterale delle parole hanno giudiziosamente annotato ogni cosa. Lasciando al processo il compito di riconoscere l’esagerazione o la metafora e distinguerle da ciò che andrebbe preso sul serio perché costituisce un indizio di colpevolezza. Tutto è finito in un calderone dove è ormai arduo distinguere la limitazione giustificata di un diritto dalla sua sistematica violazione perpetrata con il consenso di chi dovrebbe difenderlo. Difficile credere che tutto ciò sia inevitabile. Impossibile che sia necessario per la sicurezza del paese.

Pubblicato su Il Riformista il 30 dicembre 2008


Pubblicato il 30/12/2008 alle 8.2 nella rubrica diario.

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