Blog: http://Brideshead.ilcannocchiale.it

Suicidio assistito

 

 La trasmissione di Sky andata in onda nel Regno Unito nel corso della quale sono stati mostrati gli ultimi istanti di vita di Craig Ewart, suicidatosi con l’assistenza di un medico in una clinica svizzera, ha suscitato grande scalpore anche nel nostro paese. Minor rilievo ha ricevuto invece un’altra notizia diffusa dagli organi di stampa britannici nelle stesse ore: la decisione della pubblica accusa di non procedere a carico dei genitori di Daniel James, un giovane paralizzato in modo irreversibile in seguito a un incidente, che lo hanno accompagnato, sempre in Svizzera, dove la mano pietosa di un medico ne ha esaudito il desiderio di farla finita con una vita che egli aveva più volte affermato di trovare intollerabile. Per la pubblica accusa processare i genitori di James per quello che secondo la legge britannica è un reato non è nel “pubblico interesse”.


Si ha la sensazione che qualcosa sta cambiando nel Regno Unito per quel che riguarda l’attitudine diffusa del pubblico nei confronti del cosiddetto “diritto di morire”. A pochi anni di distanza dall’ultima proposta di legge per legalizzare il suicidio assistito – presentata nel 2006 da Lord Joffe – sembra che i sostenitori di una modifica dell’attuale legislazione che proibisce di aiutare una persona a suicidarsi siano più ottimisti che in passato sulla possibilità di ottenere ciò che chiedono. Di questo relativo ottimismo c’è testimonianza, ad esempio, nel libro che Mary Warnock – una delle più autorevoli studiose di bioetica del Regno, oggi membro della House of Lords – ha scritto con Elisabeth Macdonald, un’oncologa con una vasta esperienza nel campo dell’etica medica e dei rapporti tra medicina e diritto. Easeful Death. Is There a Case for Assisted Dying? (Oxford University Press, Oxford 2008) è una difesa delle ragioni per cui sarebbe giusto riconoscere ai malati terminali, o a chi si trova in condizioni di estrema sofferenza, il diritto di disporre del modo e del momento della propria morte. Ricevendo, se necessario, un aiuto qualificato per portare a termine il proprio proposito.

In realtà le autrici sarebbero in favore di un’interpretazione ancora più radicale del diritto di morire, che aprirebbe la strada anche all’eutanasia per le persone che non si trovano in condizione di compiere personalmente le azioni necessarie per suicidarsi ma che hanno chiesto di por fine alle proprie sofferenze, sia attraverso un documento redatto in precedenza sia manifestando questo desiderio direttamente, dopo che una  malattia o un incidente le ha private della possibilità di muoversi in modo autonomo. Per la Warnock e la Macdonald si sta avvicinando il giorno in cui sarà maturata nel pubblico la consapevolezza che la vita umana non è sacra, ma ha soltanto valore, e che nessuno deve esserne privato volontariamente a meno che non ci sia un valore ancora più alto che giustifichi tale atto. Nel libro ci sono alcune ipotesi su quali potrebbero essere questi valori più alti. Certamente il benessere delle persone, ma anche considerazioni relative a ciò che è nel loro interesse quando esse non siano più in condizione di valutare la propria vita e non abbiano lasciato disposizioni a riguardo. Ciò aprirebbe la strada anche a forme di eutanasia non volontaria, sia pure in casi estremi.


La discussione in corso nel Regno Unito ci riguarda perché una mutazione della sensibilità pubblica a Londra spesso anticipa analoghi cambiamenti nel resto d’Europa. Già in passato è successo e potrebbe accadere di nuovo. Sarebbe opportuno dunque che il parlamento – che si accinge a discutere delle proposte di legge sulle “disposizioni anticipate” o “testamento biologico” di cui da più parti si è segnalata la necessità in queste settimane – tenga conto della prospettiva più generale e non scelga per quieto vivere di ignorare il  problema morale posto dalla Warnock e dalla Macdonald: continuare a vivere è sempre nell’interesse di un paziente che è irrimediabilmente sofferente o che si trova in uno stato di inconsapevolezza permanente?


Pubblicato su Il Riformista il 12 dicembre 2008

Pubblicato il 12/12/2008 alle 20.0 nella rubrica Diario di etica pubblica.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web