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Sul decreto Gelmini

L’approvazione al Senato del decreto sull’università proposto dal governo segna una vittoria per Maria Stella Gelmini. Non c’è dubbio, infatti, che la titolare del ministero dell’istruzione è riuscita a chiudere con abilità – e senza perdere l’iniziativa – quella che si annunciava come una partita difficile. Meno bene ne esce il PD. Infatti, dopo aver fatto gesti distensivi, che lasciavano intendere la possibilità di una conversione bipartisan del decreto, il principale partito dell’opposizione ha votato contro. Senza una spiegazione chiara e con il dissenso di un suo autorevole esponente, Nicola Rossi, che è uscito dall’aula per non partecipare al voto.


Come siamo arrivati a questo risultato? Per comprenderlo bisogna fare un passo indietro, ritornando alla fine dell’estate, quando Walter Veltroni ha individuato in Maria Stella Gelmini l’anello debole del governo, quello che poteva essere colpito con la speranza di spezzarlo. Così nasce una strategia che, rinunciando quasi completamente a presentare e difendere un programma alternativo a quello del governo per scuola e università, puntava tutto sulla speranza che un autunno caldo per il dicastero di viale Trastevere si trasformasse in una sconfitta per Berlusconi e i suoi alleati e in un vantaggio per il PD.

Tuttavia, scommettere sull’Onda si è rivelato un grave errore. In primo luogo, perché il movimento di protesta nato nelle scorse settimane si è rivelato – come lasciavano intendere le sue prime manifestazioni – piuttosto confuso. Prive di un senso politico, le proteste studentesche hanno esibito il solito catalogo di intemperanze, lamentele, disagi esistenziali e sfoghi creativi con cui siamo familiari da anni. Ben lungi dall’essere il nuovo sessantotto di cui alcuni hanno vaneggiato, l’Onda ha solo increspato un po’ le acque. Anche perché, e questa è la novità politica degli ultimi mesi, stavolta la solita protesta d’autunno contro le “riforme” di scuola e università ha trovato un interlocutore meno disposto a lasciarsi chiudere nell’angolo. Con abilità di cui bisogna darle atto, Maria Stella Gelmini è partita al contrattacco riuscendo a trasformare la sua debolezza in forza. Prima ha presentato una serie di provvedimenti sulla scuola, alcuni dei quali erano ispirati da esigenze di bilancio piuttosto che da un chiaro disegno di riforma, come interventi positivi. Attaccata su queste misure, la Gelmini ha reagito accentuando la dimensione di novità e di rottura con il passato delle proprie proposte. Dopo qualche settimana di polemiche, e grazie all’Onda, un pacchetto normativo minimalista è diventato a furor di popolo la “riforma Gelmini” della scuola.


Lo stesso schema si è ripetuto anche per l’università. Un decreto scritto in fretta – e male – per rispondere a una sollecitazione di Francesco Giavazzi si è riempito strada facendo di contenuti, alcuni dei quali sarebbero forse condivisibili ma avrebbero meritato più seria discussione, fino a diventare una sorta di miniriforma dell’università che interviene in modo significativo su diversi profili, dal reclutamento e alle progressioni di carriera di docenti e ricercatori fino al finanziamento delle sedi e alla ripartizione dei fondi. Anche in questo caso Maria Stella Gelmini ha trasformato una debolezza iniziale in un punto di forza, presentando i tagli imposti da ragioni di bilancio come iniziative in positivo, e cavalcando con abilità l’indignazione dell’opinione pubblica per certi episodi di malcostume accademico. Ci sarebbe da discutere, e ieri l’ha fatto – con ottimi argomenti – Domenico Marinucci, sul modo distorto in cui l’università italiana viene presentata in questi giorni da certi organi di stampa. La discussione seria e pacata su ciò che non funziona e sui modi migliori per migliorare la situazione è stata sostituita ormai da una caccia alle streghe in cui tutti coloro che appartengono alla “casta” accademica sono per ciò stesso sospetti, e probabilmente colpevoli, di ogni genere di nefandezze. In questo clima il PD è apparso privo di una linea, oscillando tra la tentazione di accodarsi agli attacchi ai “baroni” e quella di correggere attraverso gli emendamenti le parti meno condivisibili di un decreto sull’università approvato in fretta e furia e senza un’adeguata riflessione.

La scelta di non votare ieri è la nuova oscillazione del pendolo. Incomprensibile ai più, e verosimilmente destinata a essere raffigurata dai sostenitori della Gelmini come motivata dal desiderio di difendere i privilegi degli indifendibili “baroni”. Insomma, un fallimento da cui nessuno può trarre giovamento. Certamente non il PD, probabilmente nemmeno l’università.

Pubblicato su Il Riformista il 29 novembre 2008

Pubblicato il 29/11/2008 alle 16.0 nella rubrica diario.

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