Blog: http://Brideshead.ilcannocchiale.it

Eluana Englaro e Nancy Cruzan

In una democrazia liberale si possono criticare le sentenze. Anzi, si potrebbe sostenere che si deve, quando si è convinti che contengono un ragionamento fallace o che non sono adeguatamente argomentate. Tuttavia, il legittimo – e talvolta salutare – controllo da parte dell’opinione pubblica dovrebbe sempre essere esercitato con rispetto sia di chi giudica, e delle parti, sia della verità. Purtroppo nel nostro paese spesso non ci si attiene a questa regola elementare del dibattito pubblico, con conseguenze perniciose. Un esempio di questo tipo di distorsione lo abbiamo davanti in questi giorni con alcune reazioni alla sentenza sul caso di Eluana Englaro. In particolare, colpisce la disinvoltura con cui è stata richiamata la vicenda di Terry Schiavo, affermando che ci troveremmo di fronte alla stessa situazione. In realtà le cose non stanno in questo modo.

Se è vero che, dal punto di vista medico, i due casi sono simili, da quello legale e morale essi presentano asimmetrie che non è possibile trascurare. Nel caso della Schiavo, infatti, le testimonianze relative alla volontà della donna di non essere sottoposta indefinitamente a trattamenti che la tenessero in vita se si fosse trovata in stato vegetativo senza ragionevole possibilità di recupero, non erano affatto concordanti. Contro quella del marito, di suo fratello e della cognata, c’erano le deposizioni della madre della donna e di un’amica di infanzia che affermavano il contrario. La Corte alla fine ha ritenuto che le prime fossero più attendibili delle seconde, autorizzando la sospensione dell’alimentazione. Un verdetto che molti hanno criticato anche alla luce della personalità di Michael Schiavo, il marito di Terry, le cui motivazioni sono apparse a diversi commentatori non del tutto limpide.


Nel caso di Eluana Englaro, invece, nessuno ha mai proposto testimonianze discordanti relative alla volontà della donna di non essere tenuta in vita artificialmente. Nemmeno è mai stata messa in dubbio l’attendibilità o la buona fede dei testimoni sentiti nel corso del processo. Se proprio si volesse richiamare un precedente rilevante per criticare le decisioni della magistratura italiana sul caso Englaro – ma non l’ultima sentenza della Cassazione che, è bene ricordarlo, riguarda soltanto una questione procedurale – si dovrebbe guardare piuttosto alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Cruzan v. Director Missouri Department of Health del 1990. Si tratta di una pronuncia relativa a un caso del tutto simile a quello della Englaro perché fondato su testimonianze concordanti. In quel procedimento, la Corte Suprema Federale decise a maggioranza di confermare la decisione della Corte Suprema del Missouri che aveva respinto la richiesta di sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali in quanto ritenne che le condizioni imposte dai giudici locali per concedere l’autorizzazione non fossero incostituzionali. In particolare, la Corte del Missouri aveva stabilito che in assenza della dichiarazione formale prevista dalla legislazione statale sulle disposizione anticipate (il c.d. Living Will) ci fossero almeno “chiare e convincenti, intrinsecamente affidabili” prove della volontà della paziente di non essere sottoposta a trattamento per tenerla in vita in circostanze come quelle in cui si trovava al momento della sentenza. Pur ammettendo l’esistenza di un diritto costituzionale di rifiutare un trattamento sanitario, l’estensore della sentenza della Corte Suprema Federale (l’allora Chief Justice Rehnquist) ha sostenuto che gli Stati possono stabilire requisiti di prova stringenti quando la volontà di morire deve essere ricostruita indirettamente.


La sentenza del caso Cruzan è considerata tuttora un precedente dotato di autorità nella giurisprudenza della Corte Suprema in materia di diritto morire. Gli argomenti di Rehnquist sono stati criticati, ad esempio da Ronald Dworkin, ma rimangono ancora oggi una testimonianza importante di come si possa tentare di conciliare il diritto delle persone di rifiutare un trattamento sanitario con l’esigenza pubblica di tutela della vita di chi si trova in una situazione di vulnerabilità. Per quel che riguarda il nostro paese, la sentenza Cruzan offre due spunti di riflessione importanti per il dibattito in corso. In primo luogo che, anche se si ammette che c’è un diritto costituzionale di lasciarsi morire, la volontà di esercitarlo dovrebbe essere espressa in modo univoco e formale. In secondo luogo che, in assenza di uno strumento legale per disporre dei trattamenti cui si viene sottoposti, le prove testimoniali presentano un rischio maggiore di abusi o errori.

Pubblicato su Il Riformista il 19 novembre 2008


Pubblicato il 19/11/2008 alle 6.41 nella rubrica Diario di etica pubblica.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web