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L'ultima parola sulla vicenda Englaro

La Cassazione ha finalmente detto l’ultima parola sulla vicenda di Eluana Englaro. Respingendo il ricorso della procura, la corte ha aperto la strada alla cessazione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali che l’hanno trattenuta in vita in questi anni. Per il padre della ragazza, che tanto ha lottato per ottenere il riconoscimento del diritto a lasciar morire dignitosamente sua figlia, comincia l’ultima parte di un lungo calvario, che speriamo si svolga al riparo da ulteriori clamori.

Se la controversia giudiziaria si conclude, ciò non vuol dire che tutti i problemi siano risolti. Lo spazio concettuale entro il quale hanno dovuto muoversi i giudici non è di quelli dove ci sono confini ben delineati. Ricordiamo brevemente quali sono i nodi principali da sciogliere. Da un lato c’è la questione del diritto di un malato di rifiutare le cure. La nostra Costituzione – sia pure con qualche limite – riconosce questo diritto. Dall’altro c’è il diritto a non essere privati ingiustamente della vita. Nel passaggio dai principi all’azione ci sono diverse difficoltà che il caso di Eluana Englaro ha illustrato in modo drammatico. Se il paziente non è più cosciente, e non ha manifestato in precedenza in modo univoco la propria volontà di non essere sottoposto a certi tipi di cura, risulta difficile immaginare che qualcun altro – per quanto ben intenzionato – abbia il diritto di decidere al suo posto. La controversia giudiziaria sulla sorte di Eluana è nata in parte proprio dall’incertezza relativa alle sue volontà, che sono note solo perché riportate da testimoni. Una traccia che molti considerano – non a torto – troppo labile per sostenere il peso di una decisione importante come quella di interrompere i trattamenti che la mantengono in vita.

Sul piano morale le alternative lasciate aperte dalla sentenza hanno comunque implicazioni che non si possono accettare a cuor leggero. Lasciar morire una persona quando si potrebbe impedirlo normalmente è equivalente a ucciderla. Interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali di una persona in coma, anche se siamo ragionevolmente sicuri che essa non ha alcuna possibilità di riprendersi, comporta come conseguenza la morte per disidratazione o denutrizione. Una conseguenza, è bene sottolinearlo, che non possiamo considerare accidentale.

Da questi dilemmi tragici, che la magistratura ha cercato di sciogliere come meglio poteva, dobbiamo ripartire per impedire che casi come quello di Eluana accadano in futuro. Per questo è necessaria una legge che trovi un equilibrio ragionevole tra la difesa della vita di un essere umano inerme e il giusto riconoscimento del diritto di ciascuno di decidere della propria esistenza. Che comporta inevitabilmente il potere di metterle fine, o di chiedere che ciò avvenga in modo dignitoso, e in un ambiente adeguato, quando andare avanti è diventato insostenibile. Tuttavia, questo diritto deve essere esercitato in piena coscienza e manifestato in modo chiaro da persone al riparo da pressioni e condizionamenti psicologici. Non è accettabile che la libertà di disporre della propria vita diventi lo strumento attraverso il quale passa l’eliminazione di chi è ormai soltanto un peso per la società. “Non voglio più vivere così” è un pensiero che può attraversare la mente di chiunque – specialmente persone vulnerabili come gli anziani o i malati gravi –  in un momento di disperazione. Nel caso di pazienti che si trovano nelle condizioni in cui era Eluana ciò richiede dunque la necessità di ricorrere a disposizioni anticipate redatte in modo da impedire abusi o decisioni avventate. In caso di dubbio, infatti, una legislazione liberale dovrebbe comunque dare precedenza al diritto fondamentale a non essere privati ingiustamente della vita. Solo in questo modo è possibile andare oltre le polemiche di questi anni facendo un progresso nella direzione di una società più giusta anche con chi non è più in grado di far sentire la propria voce perché non ne ha la forza o ne ha perso la possibilità.

Pubblicato su Il Riformista il 14 novembre 2008


Pubblicato il 14/11/2008 alle 7.16 nella rubrica Diario di etica pubblica.

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