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Su Eluana Englaro

Con la nuova pronuncia della Corte di Cassazione attesa nelle prossime ore dovrebbe concludersi la lunga e penosa vicenda giudiziaria che riguarda Eluana Englaro. Ciò non vuol dire che la decisione dei giudici ponga anche fine all’esistenza di un essere umano cui la sorte ha riservato, dopo l’incidente che l’ha privata della coscienza, anche il triste destino di diventare un simbolo, l’oggetto di una contesa di principio che talvolta è si è trasformata anche in contrapposizione ideologica. Una decisione che neghi la richiesta del padre di Eluana di interrompere l’alimentazione artificiale che la tiene in vita lascerebbe infatti questa giovane donna in una situazione che dell’esistenza personale ha soltanto il sostrato biologico. Senza ragionevole possibilità di recupero. Una decisione del genere sarebbe anche indirettamente una condanna per i familiari e per cari di Eluana, che non vogliono abbandonarla nello stato in cui si trova, ma ritengono che esso sia incompatibile con la concezione della dignità che ella aveva dichiarato in passato di condividere.

D’altro canto, anche una decisione favorevole non è priva di conseguenze morali. Essa infatti lascerebbe ancora una volta ai suoi cari, probabilmente al padre, l’onere di fare ciò che nessun genitore vorrebbe mai dover fare. Sia pure con l’aiuto di un medico pietoso. Comunque vada – e non certo per colpa dei giudici, che in questo caso non possono far altro che pronunciarsi sul diritto – un esito di cui nessuno dovrebbe gioire. Per chi ha a cuore le ragioni della giustizia e quelle della pietà non rimane che assistere all’ultimo atto di questa tragedia, con il rispetto che si deve a tutte le vittime. Dopo la sentenza, però, ci sarà da discutere. Stavolta, si spera, non di Eluana, ma del modo migliore di scrivere una legge che eviti – nei limiti del possibile – che situazioni come la sua si ripetano. A questo compito siamo chiamati tutti nella nostra qualità di cittadini di una democrazia e di persone in grado di esercitare le proprie capacità di ragionamento e di giudizio. Senza veti preventivi – come quello che il Vaticano ha appena opposto a una cauta dichiarazione di Barack Obama sulla possibilità di erogare nuovamente fondi pubblici per la ricerca sulle staminali embrionali – e nella consapevolezza che la ragion pubblica impone limiti che la fede non conosce.

 

Pubblicato il 12/11/2008 alle 19.43 nella rubrica diario.

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