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Lauree Honoris Causa

 

Gregorio Peces Barba, chi era costui? C’è da chiedersi se nelle stanze del ministero dell’Università qualcuno si è posto l’imbarazzante interrogativo prima di prendere il provvedimento che blocca le procedure di assegnazione delle lauree “honoris causa”. Se lo avessero fatto, avrebbero scoperto che lo studioso spagnolo non è semplicemente uno dei più illustri filosofi del diritto europei, ma anche una figura eminente dell’opposizione antifranchista e uno dei padri della costituzione democratica spagnola. Rifiutargli, anche provvisoriamente, il riconoscimento che l’Università del Piemonte Orientale intendeva conferirgli non è certo un segnale incoraggiante. Più o meno è come se un’università straniera avesse a suo tempo sospeso la procedura di assegnazione della laurea “honoris causa” a Norberto Bobbio o a Sandro Pertini. La cosa lascia ancora più perplessi, e non è destinata a migliorare l’opinione che del sistema educativo italiano è diffusa all’estero, quando si apprende che il mancato riconoscimento a Peces Barba è frutto della classica mentalità burocratica del nostro paese. Per impedire a qualcuno di prendere un’iniziativa discutibile il pubblico potere decide di emettere un provvedimento generale, che inibisca tutte le iniziative dello stesso tipo, pur se virtuose. Anche se all’apparenza quella delle lauree “honoris causa” è una vicenda minore, la cui importanza appare trascurabile se confrontata con i problemi del paese, la decisione del ministro Mussi è un esempio della concezione irrimediabilmente dirigista che la classe politica italiana, sia di destra sia di sinistra, ha dell’università e più in generale dell’istruzione.

Da alcuni anni si fa un gran parlare in questi settori di autonomia. Tuttavia, c’è una resistenza caparbia da parte del ceto politico e della burocrazia nei confronti del correlato necessario dell’autonomia, ovvero la responsabilità per le proprie scelte. Invece di lasciare, come sarebbe giusto e efficiente, al pubblico il giudizio sulla serietà di un’università che conferisce diplomi onorari a figure discutibili, la reazione del ministero è quella di sospendere l’autonomia, cioè la libertà di scelta, per tutti, in attesa di nuovo ordine. Che poi non è difficile immaginare quale sia. Una nuova prescrizione “legale” dei requisiti per l’assegnazione di una laurea “honoris causa”, compilata nella neolingua dei ministeri, con formulazioni che appaiono stringenti al comune cittadino, ma che difficilmente reggeranno all’estro interpretativo di chi voglia sostenere che il tal imprenditore, o il talaltro uomo di spettacolo, meriti il prezioso riconoscimento accademico.

Sottoposta ad autorizzazione preventiva, l’autonomia perde il suo valore e diventa niente altro che un altro passaggio nella catena delle autorizzazioni al cui vertice c’è un’entità benigna e impalpabile, che per impedire a qualcuno di fare una sciocchezza, proibisce a tutti gli altri di usare nel modo migliore le proprie risorse. Vale la pena di sottolineare che quel che accade oggi per le lauree “honoris causa” è già avvenuto in passato per il sistema di reclutamento dei docenti. Spaventati dalle possibili distorsioni dell’autonomia, che indubbiamente ci sono state, gli araldi del paternalismo hanno richiamato a gran voce il ritorno al “concorso nazionale”, una mostruosità che non conosce eguale nei paesi che sono all’avanguardia nella ricerca. Nessuno sembra essere stato sfiorato dal dubbio che gli italiani sono perfettamente in grado di distinguere un’università prestigiosa da una che non lo è, tanto è vero che sempre più spesso, quelli che possono, mandano i propri figli a studiare, almeno per l’alta formazione, negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Chi preferisce frequentare l’università sotto casa, anche se ha dato una laurea “honoris causa” a un calciatore, non lo fa perché non sia in grado di percepire la differenza rispetto a Cambridge o Yale, ma solo perché il valore legale del titolo di studio comporta che questo sia ancora un investimento conveniente.

Gli italiani amano immaginarsi furbi, ma la somma delle furbizie individuali produce stupidità collettiva. L’unico modo di porre rimedio a questo fenomeno, che ci sta progressivamente spingendo ai margini nel campo della ricerca e dell’innovazione, è liberare le risorse individuali, non mortificarle. Consentire gli errori, se questo è il prezzo per liberare il talento. Ammettere che l’istruzione ha un costo, che in parte deve essere pagato da chi ne riceve i benefici. Attribuire alle singole università la facoltà di regolarsi come credono rendendo più facile il finanziamento privato e liberalizzando la retribuzione dei docenti. Concentrare le risorse pubbliche esclusivamente sul piano degli incentivi, premiando i risultati nella ricerca e promuovendo gli sforzi degli studenti meno abbienti. Nei paesi in cui l’università è davvero autonoma, dare una laurea “honoris causa” o reclutare un docente vuol dire, per i responsabili dell’istituzione, giocarsi la reputazione. Una perdita che nessun provvedimento ministeriale, nessun “valore legale”, è in grado di sostituire.

Pubblicato su Il Riformista del 9 agosto 2007

Pubblicato il 9/8/2007 alle 14.59 nella rubrica diario.

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