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Mobilità accademica

Tra le tante critiche che in questi giorni vengono mosse al nostro ceto accademico c'è quella che è poco mobile. Si dice che, nei paesi che dovremmo prendere a esempio, ricercatori e docenti cambiano sede diverse volte nel corso della propria carriera, mentre da noi molti non si sono mai mossi dal luogo in cui si sono laureati. Non ho a disposizione dati, ma credo che ci sia qualcosa di vero nel fatto che nell'università italiana ci sia una minore mobilità rispetto a quella che c'è negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Tuttavia, non sono sicuro che l'interpretazione dei fatti che viene proposta sia del tutto corretta. Cominciamo da qui. Perché un giovane studioso americano all'inizio della carriera decide di spostarsi dal luogo dove ha conseguito la laurea? In linea di massima - escludendo quelli che lo fanno per motivi personali - le spiegazione sono due. La prima è che non c'è posto disponibile dove ha studiato. La seconda, che andare altrove può essere utile per la propria carriera. Se sono laureato in un'università poco prestigiosa del mid-west tentare di fare il dottorato a Princeton o a Harvard mi conviene perché aumenta le mie chances di avere un buon lavoro nel lungo periodo. Inoltre, in un ambiente che privilegia - giustamente - la specializzazione, si tende a muoversi verso i luoghi dove è possibile specializzarsi, perché anche questa è una buona strategia.

Quindi il nostro giovane collega americano non si muove perché il movimento è cosa buona in quanto tale, ma perché muoversi è un mezzo per uno scopo. Tra l'altro, vale la pena di sottolineare che se il movimento fosse da Princeton all'università di provincia, non verrebbe affatto considerato buon segno per le prospettive di carriera del futuro PhD.

Bisogna poi fare attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze. La forte mobilità dipende in larga misura dalla competitività e dalla scarsità relativa dei posti a disposizione nelle migliori università. Se uno ha la fortuna di poter proseguire la propria carriera nella stessa prestigiosa università dove si è laureato, nessuno lo biasimerà solo per questo. Ci sono diversi esempi di illustri studiosi che non hanno mai cambiato università nella vita, e questo non ha certo danneggiato il loro lavoro. Al contrario, in alcuni casi li ha messi nelle migliori condizioni per proseguirlo con successo.

Per quel che riguarda il nostro paese, poi, non si capisce bene quale sia il rimedio proposto. Ascoltando alcuni commenti in questi giorni si ha l'impressione che sia sempre il solito: fare una legge. Si dice che dovrebbe essere vietato fare il dottorato dove si è conseguita la laurea, o diventare ordinari dove si è stati associati. Insomma, il "wandering scholar" per decreto.

Si tratta ovviamente di un'assurdità, che probabilmente sarebbe destinata a non conseguire l'effetto desiderato. Un po' come i marinai borbonici - per apparire efficienti - saremmo tutti costretti a "fare ammuina" muovendoci da prua a poppa senza costrutto, solo perché così daremmo l'impressione di fare quel che i nostri colleghi americani o inglesi fanno spontaneamente quando ritengono necessario o utile farlo. Davvero una trovata geniale.

Pubblicato il 16/10/2008 alle 9.45 nella rubrica diario.

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