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L'occupazione che non c'è

La notizia l’ho avuta ieri mattina dalla prima pagina del principale quotidiano nazionale: sono partite le occupazioni a Roma e a Milano. La cosa mi incuriosisce. Nell’università lavoro da più di dieci anni, di cui una parte felicemente trascorsi proprio alla Statale di Milano, dove attualmente insegno teoria generale del diritto. Naturale, dunque, l’interesse. Oltretutto, nel pomeriggio avrei lezione. A giudicare da quel che leggo, c’è stata un’occupazione del rettorato lunedì, nel corso della quale un gruppo di studenti avrebbe tentato di ottenere dal rettore la firma di un documento che “condanna la legge Gelmini” (sic). La minaccia è di quelle da far tremare i polsi a una persona che è responsabile di un ateneo frequentato da più di sessantamila iscritti: “o firmi questa lettera o blocchiamo le lezioni”. Nonostante il tono perentorio, il rettore Decleva non cede e rifiuta di firmare. Quel che segue non è molto chiaro. Secondo l’articolo i dimostranti hanno occupato il rettorato, esposto uno striscione e improvvisato “un corteonei chiostri della Statale”.

A questo punto, devo confessare che ho cominciato ad avere qualche perplessità. Non sulla veridicità del racconto, di cui non ho ragione di dubitare, ma sull’entità dell’episodio. L’altro ieri, infatti, ero anch’io in università, e non mi sono accorto di nulla. Sono arrivato nel primo pomeriggio, mentre l’assalto al rettorato c’è stato alla undici. Tuttavia, l’atmosfera era quella di un giorno normale. Anche a lezione non ho notato nulla di insolito. Le stesse facce che vedo da qualche settimana. Nessuna protesta, nemmeno un’allusione all’occupazione.

In effetti, secondo le cronache, gli occupanti sarebbero “quasi un centinaio”. Un altro quotidiano nazionale dice settanta. Sul numero complessivo degli iscritti a questo ateneo non si può certo dire che si tratti di una percentuale significativa. Oltretutto, i manifestanti sarebbero esponenti dei collettivi della Statale, della Bicocca, del Politecnico e dell’Accademia di Brera. Che tradotto in cifre non equivale a una partecipazione di massa alla protesta. Comunque, rimane un problema. Non ho capito se il rettorato è occupato. Non mi rimane che andare a controllare di persona, anche perché nel pomeriggio avrei di nuovo lezione. Nella tarda mattinata di martedì l’unico segno di qualcosa di diverso dal solito è la porta del rettorato chiusa. Chiedo al custode, che mi risponde che anche lui ha letto sul giornale che il rettorato è occupato, ma degli occupanti all’interno non c’è traccia. Interrogo i colleghi, chiedo a qualche studente, ma nessuno sembra essersi accorto di nulla. C’è qualcuno che è al corrente del malcontento per i provvedimenti del governo e – soprattutto tra docenti e ricercatori – manifesta apprensione. Ma del “nuovo sessantotto” di cui parlavano i giornali di ieri nessuna traccia. Nemmeno la più piccola. La situazione si è rianimata soltanto nel pomeriggio, quando un gruppo non molto più numeroso di dimostranti, ha stretto d’assedio il senato accademico riunito in seduta, anche in questo caso chiedendo l’adesione a un documento contro gli ultimi provvedimenti del governo. Anche in questo caso con scarsi risultati.

La cronaca di questi primi due giorni del nuovo “autunno caldo” dell’università italiana vista dal cortile della Statale di Milano assomiglia a una fiction televisiva. Gli attori sono pochi, una gran parte recita male, i dialoghi sono prevedibili e mostrano, più di ogni altra cosa, che gli autori sono in una drammatica crisi di idee. Tutto questo mentre l’università italiana – come scrive Roberto Perotti nel suo saggio L’università truccata, appena pubblicato da Einaudi – è alla deriva. L’analisi di Perotti, basata su una solida ricerca, mostra che una buona parte delle affermazioni fatte da chi ha inscenato le proteste di questi giorni è destituita di fondamento. Un confronto con quella britannica, anch’essa pubblica, mostra che il problema dell’università italiana non è tanto l’entità del finanziamento pubblico, che non è molto inferiore rispetto a quello erogato nel Regno Unito, quanto piuttosto la qualità della ricerca. Un risultato che non si spiega con uno scarso intervento pubblico, ma al contrario con un funzionamento distorto delle istituzioni che impediscono una reale competizione tra gli atenei e di promuovere chi – ricercatori e docenti – lavora nel modo migliore.

La ricetta proposta da Perotti non è più intervento pubblico, ma più autonomia. In particolare, più libertà da parte degli atenei di fissare il prezzo dei propri servizi, facendone pagare i costi a chi dovrebbe trarne beneficio, ovvero gli stessi studenti. Solo in questo modo, sostiene l’economista della Bocconi, è possibile creare le condizioni per un reale controllo della qualità. Saranno infatti gli stessi studenti, e le loro famiglie che spesso li sovvenzionano, a esigere che il titolo di studio abbia un valore reale – che si trasformi cioè in concrete opportunità di lavoro – e non soltanto uno legale, come avviene in questo momento. Non è difficile immaginare che le tesi di Perotti sono destinate a essere impopolari in un paese che si è abituato a considerare il conseguimento della laurea un diritto umano fondamentale. Tuttavia, solo il superamento di questo pregiudizio potrebbe consentire di riprendere la discussione sull’università su nuove basi, per avvicinarci a un sistema che coniughi finalmente l’efficienza e l’equità e non generi, come quello attuale, il massimo dell’inefficienza rendendo al contempo quasi impossibile la mobilità sociale.

In tale prospettiva sarebbe possibile per l’opposizione mettere in campo argomenti credibili per contrastare gli aspetti più discutibili delle misure proposte dal governo Berlusconi. Un esempio, tra gli altri, vale la pena di essere richiamato. In questi giorni si stanno levando grida di dolore da ogni parte del paese contro la norma che prevede la possibilità di trasformare le università in fondazioni. Anche il PD si è unito al coro delle proteste, dimenticando che la stessa proposta era stata presentata nella precedente legislatura da Nicola Rossi, senatore di quel partito. In realtà, come configurato nella proposta di Rossi, il cambiamento di regime giuridico era concepito come un’opportunità per le università – e ce ne sono – che sarebbero in grado di contare su un territorio in cui ci sono le risorse private su cui far leva, approfittando delle possibilità che una regolamentazione più agile offre sul piano dello sviluppo. D’altro canto, è difficile immaginare che questa opportunità sia alla portata di tutte le università italiane, nonostante quel che sembra pensare il ministro Gelmini. Rimane allora da chiedersi cosa dovrebbe fare chi non è in condizione di fare il salto verso una gestione “privatistica”. Chiudere? Continuare a fare affidamento esclusivamente sul finanziamento pubblico? Ripartito in che modo? L’opposizione “senza se e senza ma” che si annuncia nel cortile della Statale di Milano in questi giorni non risponde a queste domande.

Pubblicato su Il Riformista il 15 ottobre 2008


 

Pubblicato il 15/10/2008 alle 20.6 nella rubrica diario.

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