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il blog di Mario Ricciardi


Diario


30 giugno 2009

Anima e Corpo

Le considerazioni sul “discredito” dell’anima svolte dal pontefice nel corso dell’omelia per la festa dei Santi Pietro e Paolo ci interrogano tutti – credenti e non – e ci esortano a riflettere sulle cause profonde del disagio morale da cui sono affette le nostre società. Per i credenti esse hanno la forza di un richiamo alla fedeltà, per i non credenti di un invito alla discussione. Cominciamo dal primo aspetto.

Nel suo discorso, Benedetto XVI si rivolge direttamente a chi, all’interno della Chiesa, sostiene che il modo in cui la dottrina cattolica concepisce la natura umana finirebbe per accreditare l’idea che essa consiste di due sostanze – l’anima e il corpo – ciascuna delle quali sarebbe indipendente dall’altra. Non è difficile capire perché questo modo di concepire l’essere umano metta in imbarazzo diversi cattolici. La distinzione tra anima e corpo appare infatti a molti incompatibile con le correnti dominanti del pensiero contemporaneo e aliena alla sensibilità diffusa di una cultura che ha fatto del culto del corpo una delle sue poche certezze. Si ha l’impressione che meglio sarebbe lasciare sullo sfondo gli aspetti della dottrina che gli stessi credenti hanno ormai difficoltà a comprendere per porre l’accento invece sulla dimensione sociale e comunitaria del cristianesimo.

Oltretutto, per alcuni cattolici ciò avrebbe il vantaggio di attenuare l’impressione di solitudine che il modo tradizionale di intendere l’anima trasmette a molti credenti. Un’anima disincarnata è qualcosa che si ha difficoltà a immaginare, e che comunque sembra ben distante da tutto ciò che si associa normalmente alla felicità terrena.

Col suo discorso, Benedetto XVI ci ricorda che ciò che si imputa alla Chiesa è in realtà il frutto di una tendenza di pensiero che non le appartiene. Per i grandi pensatori cristiani – che in questo seguono una tradizione greca – anima e corpo sono un’unità indivisibile. La separazione dal corpo non è affatto lo stato naturale dell’anima, ma un momento di transizione, che cessa con il ricongiungimento che avviene con la resurrezione dei corpi. Non è affatto vero che “la salvezza delle anime come meta della fede” indichi “un cristianesimo individualistico, una perdita di responsabilità per il mondo nel suo insieme, nella sua corporeità e nella sua materialità”. La resurrezione dei corpi rivela l’importanza centrale di ciò che appartiene alla materia nel processo di redenzione annunciato dalla Chiesa cattolica.

La rimozione della resurrezione, come sosteneva Sergio Quinzio, è ciò che spiega il tentativo di trasformare il cristianesimo in una morale laica. Un esito che il vicario di Cristo non può accettare senza ammettere il fallimento del proprio mandato.

Sul piano teologico non c’è dubbio che le osservazioni del pontefice siano in armonia con la tradizione. La Chiesa cattolica non è, e non è mai stata, una setta di manichei, e questo è forse ciò che le ha consentito di rimanere – pur con tutte le difficoltà che ci sono state e ci sono – in dialogo anche con chi non crede. La visione cristiana proposta da Benedetto XVI non riguarda soltanto l’ineffabile destino di anime disincarnate, ma una prospettiva di salvezza integrale. Certo, chi non crede ha difficoltà a seguire il messaggio della Chiesa quando ci chiede di ammettere la resurrezione dei corpi e il loro ricongiungimento finale con le anime. Se l’idea aristotelica di un’unita indissolubile non è necessariamente incompatibile con quel che sappiamo della biologia umana, quella cristiana di una separazione momentanea – e di una sussistenza autonoma dell’anima mentre il corpo si decompone – risulta incomprensibile. Tuttavia, ciò non rende il discorso di Benedetto XVI irrilevante dal punto di vista di chi segue la ragione ma non ha la fede.

Le parole del Papa sono anche un atto di accusa nei confronti di una cultura che per sfuggire alla paura della morte, e del decadimento fisico che la preannuncia, si è progressivamente costruita una religione del corpo concepito non più come ciò che rende possibile l’interazione con il mondo – e con gli altri esseri umani – ma come un feticcio. Un simulacro da preservare per poterne far mostra e compiacersene come si gode di un oggetto. Un involucro da restaurare per nascondere le offese del tempo nell’illusione che una mano di pittura o un’iniezione di cemento al punto giusto gli restituiscano lo splendore originale.

La Chiesa non fa politica, almeno non solo nel senso ordinario del termine, eppure è difficile non notare la rilevanza del richiamo del pontefice in un momento in cui il nostro paese attraversa una crisi istituzionale le cui origini prossime sono nell’incapacità di invecchiare con dignità del nostro presidente del consiglio.

Parlare dell’anima al tempo delle escort non è un modo per eludere le ingiunzioni del mondo. Al contrario, potrebbe essere il modo più appropriato per andare al fondo di quel che siamo e di ciò che corriamo il rischio diventare. Un paese che si illude di avere un futuro, ma che sta solo cercando di prolungare il presente per non fare i conti con la vita.

Pubblicato su Il Riformista il 30 giugno 2009

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