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il blog di Mario Ricciardi


Diario


11 febbraio 2009

Disposizioni anticipate

 

Dunque si riparte dal progetto di legge sulle “dichiarazioni anticipate di volontà” proposto da Guido Calabrò che era in attesa di discussione al senato. Si tratta di un testo che ha già raccolto consenso e ha buone probabilità di essere approvato rapidamente. L’esito della vicenda di Eluana Englaro ha infatti convinto anche chi ne dubitava che è necessario un intervento da parte del parlamento. Una legge è inevitabile, e non solo perché serve a stabilire una cornice normativa che sia – nei limiti del possibile – più certa e stabile rispetto alla ricostruzione dei principi operata dalla giurisprudenza. L’ideale di scelte di fine vita compiute nella penombra da medici pietosi e saggi e da parenti amorosi che avrebbero a cuore soltanto l’interesse del paziente – che è stato evocato da molti in questi giorni – per quanto attraente, non è realistico. La gestione “privata” di queste vicende è incompatibile con la tendenza consolidata ormai da anni a mettere in discussione la concezione “paternalista” della medicina, con la conseguente trasformazione di principi e regole della responsabilità del medico. Anche chi dubita che questi siano stati cambiamenti per il meglio non può fare a meno di riconoscere che la legge è indispensabile per garantire sia il medico sia il paziente.


Ciò detto, mi pare che il testo che deve essere discusso dal senato presenti limiti che inducono a dubitare che esso realizzi il compromesso ragionevole che si auspica. Una lettura attenta mostra infatti che il progetto è stato redatto in modo da escludere completamente il diritto del paziente di rifiutare in anticipo i trattamenti sanitari che egli giudica contrari al proprio interesse o incompatibili con la propria concezione della dignità, anche se ciò comporta come conseguenza la morte. Ciò si evince dal quarto comma dell’art. 1 che afferma che “la vita è inviolabile e indisponibile” e dal primo comma dell’art. 6 secondo il quale “le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono obbligatorie né vincolanti”. In altre parole, la legge non si limiterebbe a consentire – come sarebbe ragionevole – di ignorare le disposizioni anticipate quando esse appaiano superate dai progressi della medicina. Di fatto essa riconosce a chi le sottoscrive solo la facoltà di esprimere desideri o auspici che possono essere disattesi a giudizio del medico. Casomai l’orientamento di fondo di questo testo non fosse chiaro, interviene il comma sesto dell’art. 5 a renderlo esplicito quando si legge che “alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. Per intenderci, ciò significa che una persona non potrebbe disporre l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione se venisse a trovarsi in una situazione analoga a quella in cui è stata Eluana Englaro per diciassette anni.

Anche le modalità per manifestare validamente le proprie disposizioni anticipate, regolamentate dall’art. 6 del progetto, sono opinabili. Si tratta infatti di un procedimento inutilmente oneroso, che prevede la presenza di un medico al momento della redazione dell’atto presso un notaio, per attestare che la persona che lo sottoscrive sia informata in modo chiaro “delle possibili situazioni cliniche e dei possibili trattamenti di fine vita, al fine di rendere pienamente consapevole la dichiarazione”.

Francamente non si capisce perché, se le disposizioni non sono vincolanti, non sia sufficiente una dichiarazione dell’interessato di essere stato informato. Oltretutto, mentre il notaio dovrebbe partecipare alla redazione “a titolo gratuito” nulla si dice sull’eventuale remunerazione del medico. Piuttosto che un compromesso ragionevole, questa appare una ingiustificata vessazione per una persona che – nel momento in cui manifesta la propria volontà – è legalmente capace ed autonoma e si presume sia in possesso delle proprie facoltà di giudizio.

Pubblicato su Il Riformista, 11 febbraio 2009.

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