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il blog di Mario Ricciardi


Diario


3 novembre 2008

Giavazzi sui concorsi

L'ultima proposta sui concorsi universitari l'ha fatta Francesco Giavazzi che - in un intervento dal tono un po' concitato - invoca una serie di provvedimenti di urgenza. Tra questi, la sostituzione del sorteggio all'elezione come metodo per nominare i membri delle commissioni di concorso.

 

Sembra una grande idea, ma in realtà si tratta di un metodo che è già stato provato in passato - a quanto mi dicono - senza risultati brillanti. La spiegazione risiede probabilmente nel fatto che il sorteggio si limita a garantire le pari opportunità tra i possibili commissari, ma non è in alcun modo in grado di assicurare, o anche di rendere più probabile, la selezione dei candidati migliori. Infatti, in assenza di sanzioni istituzionali adeguate per chi sceglie candidati di scarso valore ciò che accade è che il sorteggiato si trova a questo punto ad avere un bargaining power che tenta di convertire in un vantaggio personale. Nessuno gli impedisce, in un sistema accademico strutturato come quello italiano, di scegliere chi gli pare. Anche perché si rende ben conto che ha scarse possibilità di far parte nuovamente di una commissione nel breve periodo.


Personalmente rimango convinto che l'unica proposta sensata sui concorsi è abolirli, concentrando invece gli sforzi di riforma sui meccanismi istituzionali che riguardano la distribuzione delle risorse e il legame che essa deve avere con la valutazione delle università.



Qui trovate una critica di Dino Cofrancesco al pezzo di Giavazzi


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 3/11/2008 alle 7:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 novembre 2008

Intervista a Michael Walzer



Michael Walzer è uno dei più autorevoli filosofi della politica contemporanei. Sin dal 1983 – quando fu pubblicato Spheres of Justice, il suo lavoro più influente – egli è considerato, con John Rawls, Ronald Dworkin e Robert Nozick, uno degli autori che hanno rinnovato la discussione sulla teoria della giustizia e sui fondamenti del liberalismo. Tuttavia, Walzer non è soltanto un accademico. Dall’Institute for Advanced Studies di Princeton, dove insegna Social Science, la sua voce si fa sentire con interventi lucidi e appassionati sulle più importanti questioni dell’agenda politica statunitense. Infatti, a differenza di altri filosofi del suo ambiente, Walzer crede fermamente nel ruolo pubblico dell’intellettuale e si è sempre impegnato per dare il proprio contributo alla crescita di una cultura democratica. La sua attività di commentatore – per riviste come Dissent di cui è condirettore, o la New York Review of Books – ne ha fatto uno dei punti di riferimento della cultura liberal d’oltreoceano. Nei giorni scorsi Walzer ha visitato il nostro paese per inaugurare il Master in “Civic Education” diretto da Maurizio Viroli per Ethica, un “forum di riflessione” sui temi della cultura civile che ha sede a Asti. Abbiamo approfittato di questa occasione per rivolgergli qualche domanda.

Nella sua lezione introduttiva per il master di Asti lei sostiene che l’etica dovrebbe essere insegnata nelle scuole. Potrebbe spiegarci perché?

MW: Mi sembra del tutto normale che si desideri insegnare ai giovani come ci si comporta, come trattare gli altri esseri umani, e come pensare alle responsabilità della cittadinanza. Ciò che è strano è che qualcuno possa pensare che questa non è una parte necessaria dell’educazione. Ovviamente, la scuola non è l’unico luogo per l’educazione morale; la famiglia è importante e lo sono anche la chiesa, la sinagoga o la moschea. Tuttavia, la scuola è il posto adatto per un insegnamento molto più riflessivo; che solleciti discussioni riguardanti il diritto e il torto, il giusto e l’ingiusto; è la sede per dibattere dilemmi morali e scelte tragiche. Dove altro potremmo farlo?

Ad alcuni, la sua appare una proposta benvenuta, ma non è difficile immaginare che queste persone sono probabilmente una minoranza. Oggi l’attitudine generale in molti paesi sembra essere piuttosto scettica relativamente alla stessa possibilità di accordarsi su una concezione condivisa di cosa sia l’etica. Cosa direbbe a questi critici per convincerli della fattibilità di corsi in cui si insegna l’etica?

MW: Qualche concezione condivisa c’è certamente – relativa a ciò che c’è di sbagliato nell’omicidio, per esempio, alle azioni che causano danni, e all’inganno. Ma perfino sull’applicazione di questi semplici principi saremmo in disaccordo, e questa è proprio la ragione per cui abbiamo bisogno di parlarne. Le persone giovani hanno bisogno di imparare come si pensa alle difficoltà morali, come si prende parte a controversie morali che sono andate avanti per secoli, e come spiegare le proprie decisioni morali agli altri. Non c’è bisogno di condurli tutti a essere d’accordo; ma piuttosto di insegnar loro a essere in disaccordo in modi migliori, con maggiore conoscenza, in modo più serio, e con qualche comprensione dei punti di vista diversi.

Nel 1999 lei ha scritto ‘Drawing the Line’ un saggio su religione e politica che ha avuto una grande influenza nel dibattito sul ruolo della religione nella sfera pubblica. Recentemente sta diventando sempre più difficile “tracciare la linea” in un modo soddisfacente – perfino in paesi con una lunga tradizione di tolleranza religiosa come il Regno Unito o i Paesi Bassi. Scrivendo sullo stesso tema oggi, c’è qualcosa che cambierebbe del suo approccio in quel lavoro?

MW: Non era così facile tracciare la linea nemmeno nel 1999. Non credo che, scrivendo oggi, cambierei qualcosa in quel saggio. Ma c’è molto che si potrebbe aggiungere, in particolare per quel che riguarda l’integrazione delle comunità mussulmane nei paesi europei che non hanno lo stesso impegno nei confronti del pluralismo religioso che è stato sin dall’inizio centrale nell’esperimento americano. Per quel che riguarda gli Stati Uniti, spero che riusciremo a trattare gli immigrati mussulmani allo stesso modo in cui abbiamo trattato altri immigrati provenienti da altre comunità religiose. Io spero che le difficoltà poste dagli islamici radicali si riveleranno molto simili alle difficoltà poste dai fondamentalisti cristiani (che erano l’occasione immediata dello scritto del ’99). Tuttavia, l’esperienza europea è diversa, e sarà differente, perché molti paesi europei hanno tradizioni religiose forti e non plurali – cattoliche, luterane, anglicane – e voi avete sempre avuto problemi con le minoranze religiose, o, per meglio dire, le minoranze religiose hanno avuto talvolta problemi con voi. Non credo di poter dire agli italiani, o agli olandesi o agli inglesi, come tracciare la linea. Dovete rendervene conto in armonia con le circostanze e la cultura politica in cui vi trovate.

Molti commentatori di sinistra in Europa sono entusiasti della possibilità di un Presidente Obama. Lei vive e insegna negli Stati Uniti, ma è anche familiare con la cultura politica europea. Che consiglia a questi “entusiasti di Obama” in Europa. Che errore devono cercare di evitare nel valutare le politiche del candidato democratico?

MW: Non è uno di sinistra, il nostro Obama. La sua decisione di correre dal centro e di correre contro la partigianeria, “fuori dalla mischia” – questa è stata, ovviamente, una decisione strategica, ma credo essa rifletta anche il suo più profondo senso di sé. Lui si rivelerà (se eletto, come spero che sia) un presidente più radicale di quel che vuole essere – prima di tutto, per via della crisi economica e, poi perché nessuno a destra rispetterà il suo non essere di parte. Egli non sarà in grado di realizzare il programma di assistenza sanitaria che ha difeso, per esempio, senza un aspro scontro tra partigiani delle opposte visioni. Ma ciò nonostante, si terrà ancorato al centro al meglio che può; nominerà alcuni Repubblicani nel suo governo; sarà un leader cauto. Il cambiamento più “grande” che persegue è nell’atmosfera di Washington: vuole chiudere un aspro scontro ideologico. Vuole un pragmatismo tranquillo. Non lo avrà, ma nemmeno vuole trasformare gli Stati Uniti in una socialdemocrazia. Farà più di quel che vuole, ma meno di ciò che gli “entusiasti di Obama” vorrebbero. D’altro canto, ci pensi: chiuderà Guantanamo, interromperà le deportazioni clandestine, ripudierà i memorandum che autorizzavano la tortura. Un grande cambiamento!

Pubblicata su Il Riformista del 2 novembre 2008


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 2/11/2008 alle 17:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 novembre 2008

Zolo su Bobbio



 

A quattro anni dalla morte, avvenuta nel gennaio del 2004, sono in molti ad avvertire la scomparsa di Norberto Bobbio come una perdita personale. L’autorevole studioso, una delle figure di maggior rilievo della cultura italiana del dopoguerra, è stato per un gran numero di lettori anche un punto di riferimento morale, un esempio di come sia possibile essere profondamente coinvolti dagli eventi del proprio tempo senza perdere la lucidità di giudizio e il rispetto per la verità. Per coloro – e sono tanti – che ne avvertono la mancanza, la pubblicazione de L’alito della libertà. Su Bobbio di Danilo Zolo è una felice opportunità per ascoltare ancora la voce del filosofo torinese. Farsi trasportare dalla forza del suo periodare essenziale sul filo di riflessioni di straordinaria attualità su alcuni dei temi fondamentali del nostro tempo. Nel suo volume, infatti, Zolo ha raccolto due conversazioni e venticinque lettere ricevute dallo studioso nel corso di un lungo sodalizio intellettuale. Si tratta in entrambi i casi di documenti di straordinario interesse sia per conoscere meglio la biografia intellettuale di Bobbio e lo sviluppo del suo pensiero, sia per comprenderne la personalità. Dalle pagine del carteggio, in particolare, emerge una persona sempre pronta a mettere in discussione le proprie idee, perennemente insoddisfatta dei risultati ottenuti. Disponibile a ripensare, correggere, rivedere, nello sforzo costante di avvicinarsi a una migliore comprensione della realtà. Le lettere più recenti commuovono per la determinazione con cui Bobbio, che ormai aveva superato gli ottanta anni, rimane caparbiamente fedele al proprio ideale di militanza intellettuale, anche quando le forze lo stanno inesorabilmente abbandonando, minandone la fiducia nel futuro. Ne viene fuori il ritratto inedito di un uomo che – pur se reso fragile dall’età – mantiene intatta la curiosità intellettuale e la voglia di continuare a dialogare a dispetto degli anni.

A questi documenti, che anche da soli avrebbero giustificato la pubblicazione del volume, Zolo ha aggiunto un lungo saggio su Bobbio. Si tratta di una sorta di bilancio di alcuni aspetti del pensiero del filosofo, in particolare della sua riflessione politica, redatto dal punto di vista di un allievo la cui capacità di giudizio non è mai offuscata dal rispetto o dall’affetto che nutre per il maestro. Le osservazioni di Zolo sono un’occasione preziosa per ripercorrere gli scritti di Bobbio sulla guerra, sulla democrazia, sull’eguaglianza, enucleandone gli argomenti più significativi. Tra gli aspetti di maggior interesse di questo scritto c’è l’interpretazione che l’autore propone del ruolo dell’intellettuale, un tema cui Bobbio ritorna continuamente nei suoi scritti. Per Zolo tale figura coincide con “l’immagine di un uomo di cultura intellettualmente e moralmente integro, che non si appaga delle risposte che la società cui appartiene dà per scontate” anche a costo di “apparire paradossale, eccentrico o astruso, e di restare isolato, perché continua a dubitare anche quando tutti gli altri esibiscono certezze”. Un tipo ideale le cui caratteristiche sfumano fino a confondersi con quelle del cittadino consapevole, che non rinuncia a difendere la propria autonomia in qualsiasi circostanza.

Dobbiamo essere grati a Danilo Zolo per aver contribuito con questo lavoro a rinnovare la memoria di una delle voci più significative della cultura italiana.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 2 novembre 2008

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