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il blog di Mario Ricciardi


Diario


30 gennaio 2011

Pensare il futuro

Una proposta su cui riflettere

C’è un futuro per gli italiani? Credo di non essere il solo che se lo chiede. Da tempo si avvertono segni del progressivo allentarsi dei legami morali che ci hanno tenuto – bene o male – insieme per centocinquanta anni. Prima di Tangentopoli, e della crisi che ha portato alla fine dell’equilibrio politico su cui si era retta sin dalla nascita la Repubblica, era già all’opera buona parte dei fattori che hanno eroso le fondamenta su cui poggiava il compromesso costituzionale raggiunto nel dopoguerra. Squilibri di crescita, disarmonie culturali, modi inconciliabili di concepire la rappresentanza e il rapporto dei cittadini con le principali istituzioni politiche e sociali che appartengono alla struttura di base della società hanno sottoposto le premesse da cui dipende la lealtà civile a una pressione che si è rivelata insostenibile. Ciascuna con spiegazioni e dinamiche proprie, operando congiuntamente, queste tensioni hanno acuito fratture le cui origini appartengono al passato remoto. Ma che nessuno dei regimi post-unitari è riuscito a sanare del tutto.

 

L’accidentale incrocio tra la spregiudicatezza di Silvio Berlusconi e le inchieste giudiziarie dei primi anni novanta ha dato a questo disfacimento morale un contributo decisivo. Proprio quando forse stavano maturando le condizioni per accelerare la ricerca di un nuovo equilibrio politico, che verosimilmente sarebbe passata attraverso un rinnovamento culturale dei partiti più importanti, c’è stata una svolta inattesa, che ha poco a poco trasformato la vita pubblica di questo paese. Rimuovendone, a dispetto della ragionevolezza, l’orientamento verso il futuro. Nelle convulse giornate che segnano la fine della Prima Repubblica vengono gettati i semi di una pericolosa illusione. Si afferma l’idea che si possa fare a meno della politica, sostituendola con “l’amministrazione delle cose”. Per quasi venti anni siamo vissuti come farebbero persone convinte che il futuro non sia altro che un presente eterno. Una visione rassicurante, alimentata da una crescita – moderata – ottenuta senza pagare un prezzo troppo oneroso, priva di rischi eccessivi o responsabilità.

 

L’ascendente  che Berlusconi ha esercitato sugli italiani in questi anni dipende in larga misura dall’essere riuscito a trarre vantaggio da questa visione declinandola nel modo che gli era più congeniale. Alla luce di questo fenomeno si comprende anche la fase più recente della sua parabola politica e umana. L’essersi circondato di adulatori e mercenari. Lo sforzo di nascondere alle telecamere – perché a chiunque lo veda a occhio nudo non sfuggirebbero – le tracce del tempo che passa, per accreditare l’immagine di un presente eterno. La triste parodia di vitalità che si intravede ogni volta che si socchiudono le porte delle sue dimore. Nei giorni scorsi un amico mi ha detto dell’imbarazzo che prova nel rendersi conto dei turbamenti che giornali e telegiornali inducono nel figlio non ancora adolescente. Purtroppo non sarà solo l’educazione sentimentale dei nostri giovani a risentire di ciò che accade in questi giorni. Se il berlusconismo non è stato un regime nel senso proprio, nondimeno una sua fine repentina potrebbe innescare reazioni come quelle che accompagnano il crollo di un’autocrazia. Da cui non possiamo aspettarci nulla di buono.

 

Mentre si assiste alle convulsioni senili del berlusconismo, sarebbe politicamente sterile ripercorrere le vicende del passato recente per tenere la contabilità degli errori e dei torti. Se la fine del berlusconismo non fosse rapida e cruenta, e l’agonia di cui siamo testimoni durasse ancora a lungo, credo che essa ridurrebbe in macerie quel poco che rimane in piedi dell’architettura istituzionale disegnata dai costituenti. Precipitando in tal modo l’ulteriore dissoluzione delle convezioni costituzionali e delle pratiche sociali che hanno garantito la stabilità del nostro paese anche in fasi drammatiche della sua storia recente. In ogni caso, mi sembra che ciò cui stiamo andando incontro non ha precedenti perché mai – nemmeno dopo il 25 luglio del 1943 – abbiamo affrontato una crisi politica profonda così privi di direzione. Al punto in cui siamo, sarebbe una manifestazione di saggezza lasciare agli storici il compito di tirare le somme finali e consegnarci il saldo netto di una stagione che ha visto scomparire, o ridursi all’irrilevanza, buona parte delle forze politiche e sociali che hanno accompagnato – e contribuito a plasmare – la storia unitaria d’Italia. Consegnando con esse all’oblio la capacità e la voglia di pensare politicamente il futuro. Sarei curioso di sapere se c’è qualcuno che possa onestamente sostenere che moralmente stiamo meglio oggi.

 

Bisogna ricominciare a pensare politicamente il futuro. Per quel che riguarda la sinistra, direi che di errori e torti ce ne sono stati diversi, di cui molto si è dibattuto e – temo – si discuterà ancora a lungo. La sofferta metamorfosi del PCI e la riduzione a un ruolo di testimonianza del PSI hanno lasciato un buco nella politica italiana che il Partito Democratico fa fatica a colmare. Una voragine di cui si vedono nitidamente i contorni in questi giorni. Indietro non si torna, su questo non c’è dubbio. Nemmeno credo si possano inseguire soluzioni che non hanno radici profonde nella nostra tradizione politica e che, anche nei paesi dove sono nate, vengono oggi messe in discussione. Fare “come questo” o “come quello” è un sintomo di confusione mentale. Proviamo fare come dobbiamo, per quanto ne siamo capaci. Cominciando da alcune proposte concrete di riforma che siano riconoscibilmente orientate verso una società più giusta. Una patrimoniale che sia – come ha suggerito su queste pagine Enrico Morando – parte di un intervento per istituire termini equi di cooperazione per un nuovo contratto sociale è un buon punto di partenza.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 gennaio 2011


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25 gennaio 2011

The Rich and The Rest

A margine del Lingotto

Per una curiosa coincidenza, nelle stesse ore in cui Walter Veltroni faceva il suo appello per restituire slancio al Partito Democratico rilanciandone la capacità di attrarre alleati politici e potenziali elettori – che di recente è piuttosto scarsa sia verso i primi sia verso i secondi – arrivava nelle edicole l’ultimo numero dell’Economist, con una bella copertina su cui si vedono in controluce due persone. La prima guarda la seconda dall’alto in basso (da un’altezza considerevole), con un atteggiamento che si intuisce piuttosto rilassato. La seconda, che sta sotto, ha con sé una scala, ma non è in condizione di usarla per raggiungere l’altra persona, che la osserva dalla sommità di una colonna, perché è troppo corta. A sinistra c’è il titolo, The Rich and Rest, che ci fa capire che l’autorevole settimanale britannico in questo numero si occupa di disuguaglianza.

 

Infatti, nelle pagine interne troviamo un interessante “special report” sulla “global elite”, ovvero sui pochi che sono in condizione di influenzare le vite dei molti perché hanno accesso a una porzione più ampia di opportunità e risorse. Nell’editoriale che presenta il dossier e ne riassume le conclusioni si dice che la crisi finanziaria e i tagli di spesa, che sono destinati a colpire soprattutto chi sta peggio, rendono il vecchio (verrebbe da dire “classico”) tema dell’eguaglianza politica nuovamente centrale nella discussione pubblica. A testimoniarlo ci sarebbero recenti interventi di figure che per il resto hanno ben poco in comune come David Cameron, Hu Jintao, Warren Buffett e Dominique Strauss-Kahn.

 

La coincidenza tra il discorso di Veltroni e la pubblicazione del dossier dell’Economist è significativa perché ci mette in condizione di fare un raffronto tra l’agenda del dibattito pubblico nel nostro paese e quella del resto del mondo, con uno sguardo particolare ai paesi occidentali. Traendone qualche spunto di riflessione.

 

Con una battuta, si potrebbe dire che Veltroni è riuscito a farsi scavalcare a sinistra dall’House Organ del liberalismo economico. In realtà, le cose non stanno proprio in questo modo. Leggendo con attenzione l’editoriale e il dossier pubblicati dall’Economist  si scopre che i cantori del libero mercato non si sono affatto convertiti al socialismo. La ricetta che essi propongono rimane saldamente nel solco della tradizione liberale, e fa perno soprattutto sull’idea di ampliare le opportunità liberando energie e talenti. L’idea di fondo è che solo attraverso il rilancio dell’economia, e l’aumento nella produzione della ricchezza, che si può davvero ridurre la distanza tra chi ha tanto e chi ha poco (o quasi nulla). Livellare verso il basso non è un’opzione accettabile. Una conclusione che probabilmente sarebbe condivisa anche da Veltroni. Tuttavia, tra i difensori del capitalismo di Londra e il leader politico italiano c’è una differenza importante, che mi pare andrebbe sottolineata. Nell’intervento di Veltroni al Lingotto l’eguaglianza non ha affatto la centralità che la rivista britannica le attribuisce e che, secondo gli autori del rapporto, diversi osservatori qualificati e policy makers sono concordi nel riconoscerle.

 

Si badi bene, non intendo dire che le cose di cui Veltroni ha parlato con l’eguaglianza non abbiano nulla a che fare. Basterebbe ricordare i passaggi sui rapporti di lavoro o sulla necessità di restaurare in questo estenuato paese il senso di appartenenza a una comunità liberale, con il significativo richiamo che Veltroni ha fatto a Ronald Dworkin.

 

Ciò che mancava al Lingotto era un’idea forte che tenesse insieme tutte quelle cose. Quale idea migliore, per un partito democratico, dell’eguaglianza? Eguaglianza davanti alla legge, equa eguaglianza di opportunità, eguaglianza di rispetto, non sono queste le cose che evidentemente mancano in Italia e che ci stanno portando al disastro?

 

Mi rendo perfettamente conto che proporre l’eguale libertà come orizzonte per un partito politico può sembrare anacronistico quando si dice che bisogna andare oltre le ideologie per parlare anche agli elettori moderati. Tuttavia, mi chiedo se non stiamo facendo un torto ai moderati di questo paese pensando che non siano persone in grado di apprezzare un partito che piuttosto di disperdersi in un pulviscolo di proposte per non scontentare nessuno abbia il coraggio di dare un nome alla propria motivazione. Invitando chi deve votare a scegliere qualcosa che sia riconoscibilmente diverso dalle minestrine riscaldate che hanno avuto in pasto dagli ultimi governi di centrosinistra, ma che sia allo stesso tempo riconoscibilmente distante da una politica di destra che non si cura dei deboli. In fondo, il Partito Democratico era nato anche per questo.

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 gennaio 2011


16 gennaio 2011

Ancora sulla Fiat

Dopo il referendum

La sconfitta del “no” nel referendum cui hanno preso parte i lavoratori è indiscutibile. Chi ha votato contro l’accordo è in minoranza. Tuttavia, la distanza rispetto ai favorevoli risulta meno netta del previsto. Anche la distribuzione, tra lavoratori che svolgono mansioni diverse, dei consensi al nuovo contratto è degna di nota. L’impressione è che ci sia stata una vittoria di misura dei favorevoli, ottenuta con il contributo decisivo di chi è più avvantaggiato dai termini proposti dall’azienda (tra gli operai, quelli addetti alla verniciatura rispetto a quelli che si occupano di montaggio o lastratura). Se la Fiat e i sindacati che hanno firmato l’accordo possono dire di aver prevalso, la Fiom dal canto suo può rivendicare un risultato notevole da cui – pur non avendo dato indicazioni esplicite per il voto – potrebbe trarre consensi, e la forza per ingaggiare una battaglia su altri fronti. A cominciare da quello legale, come i suoi dirigenti hanno già annunciato nei giorni scorsi, quando si era ormai delineata la probabilità di una sconfitta dei sostenitori del “no” nel referendum. Direi che del nuovo contratto di lavoro a Mirafiori sentiremo parlare ancora.

 

D’altro canto, era difficile che il voto nel referendum sciogliesse tutti i nodi di questa complessa questione. La strada che può condurre al rilancio della produzione negli stabilimenti Fiat del nostro paese è lunga, e per un bel tratto è ancora in salita. Intendiamoci, le difficoltà di cui parlo non dipendono unicamente dall’ostilità che una parte consistente dei lavoratori ha mostrato con il voto alle nuove condizioni di lavoro. Tanto per fare un esempio, le misure che il governo cinese sta prendendo per scoraggiare l’aumento del traffico nelle maggiori città del paese sono tali da creare in prospettiva problemi per diversi produttori di auto, non solo per la Fiat. La competizione per i mercati internazionali (in Asia o in Africa) potrebbe presto avere nuovi concorrenti cinesi, più agguerriti rispetto agli storici produttori statunitensi e europei. Alla fine, è verosimile che la scommessa per rilanciare la produzione dell’auto in Italia sarà vinta o persa per via di un’intricata combinazione di fattori – non solo il lavoro – e circostanze.

 

Lascio volentieri il compito di fare previsioni a chi è più competente di me su queste cose per limitarmi a fare alcune osservazioni politiche. Un eventuale rafforzamento della Fiom sul piano del consenso dentro e fuori le fabbriche non è qualcosa che lascia promettere nulla buono per le prospettive della sinistra moderata e riformista. Nel corso di questa vicenda i dirigenti di quel sindacato hanno costantemente – e temo volutamente – alimentato un equivoco, affermando che il referendum fosse viziato dai termini della proposta rivolta dall’azienda ai lavoratori, che erano quelli di un’offerta-minaccia (se fai a, avrai accesso a b, che potrebbe rivelarsi per te un vantaggio, ma se non lo fai, io faccio c, che per te è certamente uno svantaggio). Non c’è dubbio che le “offerte-minaccia” impongano limiti alla libertà di scelta delle persone cui sono rivolte. Tuttavia, il quesito posto nel referendum non aveva questa forma. L’equivoco colpevole è alimentato dal fatto che i dirigenti della Fiom estendono in modo indebito alla trattativa contrattuale concetti e principi che trovano la propria applicazione alle istituzioni politiche fondamentali.

 

In una trattativa sindacale – come in qualsiasi negoziato – l’offerta-minaccia non è necessariamente illegittima sul piano morale. Anche se la sua efficacia dipende dai rapporti di forza tra le parti, che possono essere la conseguenza di ingiustizie passate. Comunque, ci sono circostanze in cui accettare una proposta che ha questa forma è, tutto considerato, la cosa migliore da fare, nel senso che tutte le alternative appaiono meno attraenti. Tentando di trasformare una trattativa contrattuale in una battaglia politica di principio la Fiom è anche riuscita a tenere in secondo piano il fatto di non avere un’alternativa credibile da offrire ai lavoratori. Non c’è dubbio che il nuovo contratto è per certi versi meno vantaggioso e che la possibilità di avere accesso alle opportunità che esso offre ai lavoratori, ad alcuni più che ad altri, dipende dal successo del rilancio della produzione, un esito niente affatto certo o determinabile, come abbiamo detto. Ma la prospettiva di lotta di cui parla la Fiom ha esiti francamente ancora meno certi e di dubbio vantaggio.

 

Detto questo, rimane da rilevare che i lavoratori che ieri hanno partecipato al referendum lo hanno fatto in una condizione di profonda solitudine politica. Gli unici che sono andati a cercarli sono stati gli agitatori professionali della sinistra della chiacchiera. Dal partito che dovrebbe essere il punto di riferimento della sinistra moderata, liberale e riformista, hanno avuto ben poco. Nemmeno la consolazione di sentirsi dire che se ora non c’è alternativa, da domani ci impegneremo per migliorare le condizioni di vita di chi è costretto a fare sacrifici per tenersi stretto un posto di lavoro. In qualche caso, si sono sentiti (e letti) persino infastiditi rimbrotti per chi aveva la sfrontatezza di non capire in quale direzione marcia il progresso. Uno spettacolo di povertà ideale che un tempo sarebbe stato inimmaginabile. Ancora più triste se si pensa che, dall’altra parte, Marchionne ha goduto del sostegno convinto e un po’ vigliacco di tutti quelli che sono ben felici che sia qualcun altro a fare la voce grossa, per poi goderne i vantaggi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 16 gennaio 2011


13 gennaio 2011

La lotteria naturale


9 gennaio 2011

Perplessità riformiste

Sulla Fiat e le innovazioni di Marchionne

Sono certo che tra i dirigenti del PD c’è qualcuno che ricorda ciò che Marx scrive a proposito del tempo, ovvero che è lo spazio dello sviluppo umano. Un’osservazione di cui si dovrebbe tener conto nelle circostanze attuali, dato che di tempi del lavoro, tra l’altro, si parla quando si discute di Marchionne, della Fiat e dei sindacati. Sono rimasto piuttosto perplesso nell’assistere alla spettacolo di tanti riformisti e democratici che in questi giorni si sono precipitati a salutare in Marchionne l’uomo che porterebbe avanti una rivoluzione nelle relazioni industriali da condividere e appoggiare politicamente. Nella tranquillità del mio studio mi chiedo se il vecchio barbuto di Treviri non troverebbe questo giudizio un tantino sbrigativo, un modo per fare i riformisti con i tempi e le possibilità di sviluppo altrui. Per scacciare il pensiero mi alzo, e osservo con attenzione la mia immagine riflessa nello specchio: i segni dell’età ormai sono visibili, ma non sono cambiato tanto. Nonostante il cardigan di cachemire non ho l’aspetto di un comunista.

 

Se non sono affetto da comunismo presenile, come mai tiro in ballo Marx e le sue osservazioni sul tempo e lo sviluppo umano a proposito della Fiat? Banalmente perché mi sembrano condivisibili, forse persino vere. Se pensiamo alla vita come qualcosa che si sviluppa e che, nelle circostanze favorevoli, migliora – almeno fino a un certo punto – prima di declinare definitivamente, non possiamo avere un atteggiamento superficiale nei confronti del tempo. Nemmeno, mi pare, dovremmo essere sbrigativi con le preoccupazioni di chi teme di essere costretto a cedere una parte del proprio tempo per soddisfare le richieste di un datore di lavoro. Non so come la pensano i paladini di Marchionne, ma io prima di vendere anche solo a una manciata di minuti del mio tempo vorrei sapere se è indispensabile che lo faccia e se ne vale la pena. Altrimenti, preferirei tenermeli, e con essi difendere lo spazio che ho a disposizione per sviluppare la mia vita.

 

Chi prende sul serio l’idea che ciascuno è proprietario del proprio tempo – come sia Marx sia diversi liberali fanno – dovrebbe prestare attenzione alle opzioni che abbiamo a disposizione quando ci viene chiesto di venderne una parte per lavorare. Dal punto di vista di un liberale non dovrebbe essere difficile simpatizzare con una persona che resiste alla prospettiva di cedere una parte del proprio tempo perché ritiene che ciò che le viene offerto in cambio non sarebbe sufficiente in condizioni ideali per compensare la perdita. Ancor di più se la persona in questione afferma di essere convinta che nella situazione in cui si trova accetterebbe uno scambio come quello che le viene proposto soltanto perché non ha un’alternativa preferibile. In casi come quello degli operai della Fiat si può ragionevolmente dubitare che la scelta sia pienamente libera.

 

La questione non ha a che fare con la violazione dei diritti dei lavoratori. Da quel che capisco, l’offerta che hanno ricevuto gli operai degli stabilimenti Fiat è legittima sul piano del diritto vigente, ma è di quelle che non si possono rifiutare: una sorta di “offerta-minaccia”. Se accettano, perdono una parte del proprio tempo, ma ricevono in cambio l’opportunità di guadagnare di più nel medio periodo. Se non accettano, niente investimenti e possibile trasferimento della produzione, con conseguente perdita del posto di lavoro e di tutto ciò che da esso dipende (reddito, sicurezza…). Anche se fosse vero, e temo che lo sia, che quella prospettata da Marchionne è l’unica strada aperta per recuperare competitività e rilanciare la produzione, ciò mostra solo che accettare le nuove condizioni di lavoro è razionale per gli operai nella situazione in cui si trovano. Rifiutarle, infatti, avrebbe un esito peggiore rispetto all’opzione che hanno oggi, ovvero rinunciare a una parte del proprio tempo scommettendo sul buon risultato futuro dell’azienda per cui lavorano. Tuttavia, un’azione razionale non è necessariamente giusta o equa, e nemmeno tale da rendere felice chi la compie.

 

Qui veniamo al punto politico della faccenda Marchionne e alla sua rilevanza per il PD. Dato per scontato che il compito di un partito non si esaurisce nel dare consigli agli operai (o a chiunque altro) su ciò che per costoro sarebbe razionale fare nelle diverse circostanze della vita, la questione diventa capire se, e in che misura, ciò che sta accadendo alla Fiat può diventare l’esempio a partire dal quale costruire un modello normativo per una riforma delle relazioni industriali, e più in generale, dei rapporti di lavoro che soddisfi ragionevoli principi di giustizia.

 

Sul punto vale la pena di ricordare quanto ha scritto Pietro Ichino, uno studioso che si è espresso favorevolmente su alcuni aspetti della proposta fatta da Marchionne agli operai della Fiat: «la garanzia migliore di benessere per chi risulta perdente alla lotteria naturale e sociale non è costituita dall’imposizione dall’alto di un alto contenuto assicurativo nel rapporto di lavoro regolare, sia essa disposta per legge o mediante contratto collettivo. Essa può essere data invece da una rete universale di sicurezza costituita da un sistema di servizi scolastici, di formazione mirata agli sbocchi occupazionali effettivamente possibili, di informazione e orientamento professionale, di assistenza alla mobilità geografica, di ricerca intensiva e personalizzata della nuova occupazione, oltre che di sostegno del reddito per la durata del periodo di disoccupazione. Misure e servizi tanto più intensi e attivi quanto più debole è la posizione della persona interessata: cioè mobilitati efficacemente per neutralizzare il suo deficit naturale di competitività, anche a costo di un ingente prelievo dal prodotto nazionale lordo, necessario per il finanziamento di tali servizi». Uno scettico direbbe “vaste programme”. Però credo sarebbe il caso di parlare anche di questo quando si discute di riforma del mercato del lavoro. O c’è qualcuno nel PD che davvero crede che ciò che è bene per la Fiat (e per Marchionne) è anche giusto, equo e fonte di felicità per tutti, inclusi gli operai?

 

Pubblicato su Il Riformista il 9 gennaio 2011


6 gennaio 2011

Cohen on Conservatism

Sto leggendo 'A Truth in Conservatism: Rescuing conservatism from the Conservatives' una lecture di Jerry Cohen, che è stato il Chichele Professor di Social and Political Theory a Oxford fino a poco prima della sua prematura scomparsa, nel 2009. Per chi fosse interessato all'argomento inserisco il video di una delle presentazioni pubbliche del paper. Consigliato sopratutto a chi ha una forte inclinazione al conservatorismo ma trova molti Conservatori poco piacevoli.


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 6/1/2011 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 gennaio 2011

Su Michael Oakeshott

La condizione civile

Michael Oakeshott distingue due forme di associazione tra esseri umani, quella di impresa (enterprise association) e quella civile (civil association). Nel primo caso le persone si associano per realizzare uno scopo in comune. Nel secondo, invece, l’associazione non viene posta in essere in vista di uno scopo. Essa consiste nel mutuo riconoscimento della propria posizione in quanto esseri intelligenti e liberi che perseguono ciascuno i propri scopi da parte delle persone che si associano. In entrambi i casi un ruolo cruciale è svolto dalle regole che le governano. Tuttavia, mentre nell’associazione di impresa le regole sono orientate al soddisfacimento dell’obiettivo che definisce l’oggetto dell’attività comune, in quella civile esse non hanno lo stesso tipo di finalità. Le regole dell’associazione civile sono costitutive, nel senso che esse pongono condizioni da soddisfare nello svolgimento delle diverse attività cui esseri intelligenti e liberi possono scegliere di dedicarsi, ma non determinano il comportamento perché non prevedono prestazioni specifiche.

 

Messa in questi termini la distinzione può apparire oscura, ma un esempio potrebbe chiarirne il senso. Si pensi a quel che accade quando due persone concludono un contratto. Stipulare un contratto comporta entrare in una forma di associazione con un’altra persona. Di solito, ciascuna delle parti ha motivi per concludere il contratto, che non sono necessariamente dello stesso tipo. In ogni caso, possiamo assumere che entrambi i contraenti abbiano uno scopo che sperano di realizzare attraverso la conclusione del contratto. In una compravendita, lo scambio di un bene contro il pagamento di un prezzo illustra questo tipo di relazione. Chi compra vuole procurarsi il bene, mentre il venditore aspira a realizzare un guadagno. Sulla base di questa caratterizzazione si potrebbe concludere che un contratto è semplicemente una forma di associazione attraverso la quale due persone realizzano i propri interessi. Pur essendo una descrizione che cattura quel che normalmente accade quando si conclude un contratto, quella che abbiamo proposto ha però un difetto, che ne segnala la parzialità. L’esperienza ci dice, infatti, che è possibile che il contratto non soddisfi effettivamente gli interessi di una delle parti, o non li soddisfi del tutto. Ci sono circostanze in cui l’associazione che è stata posta in essere dalle parti risulta in seguito non conveniente, eppure questa non è una ragione sufficiente per sottrarsi ad essa. Ciò dipende dal fatto che la conclusione di un contratto presuppone sullo sfondo un’associazione civile tra persone. Sottrarsi a un impegno assunto liberamente non è accettabile perché tale comportamento negherebbe le condizioni che le parti accettano in quanto partecipanti a questo tipo di associazione. In effetti, ciò che distingue un contratto come relazione giuridica da uno scambio è proprio il mutuo riconoscimento tra le parti che accettano, concludendo l’accordo, di assumere ciascuna lo stesso atteggiamento nei confronti dell’altra.

 

L’esempio è utile anche per illustrare un’altra caratteristica della tesi di Oakeshott. Le due modalità di relazione sono mutuamente esclusive solo sul piano concettuale. Su quello concreto il rapporto tra persone può partecipare della natura di entrambe. Ciò, avviene non solo nel caso di un contratto, ma anche in quello delle associazioni politiche.

 

Lo Stato moderno deve la sua distintiva ambiguità, per Oakeshott, proprio al fatto che in esso sono presenti entrambi i motivi. Da un lato lo Stato viene concepito come uno strumento attraverso il quale realizzare degli obiettivi, dall’altro esso costituisce una forma distintiva di relazione tra persone. Dal prevalere dell’una o dell’altra modalità possono discendere dunque conseguenze di grande rilievo. Se prevale la dimensione dell’agire strumentale su quella dello stare insieme disinteressato, viene negata la dimensione morale dell’azione che è resa possibile dal soddisfacimento delle condizioni poste dall’associazione civile.

 

Per distinguere le regole dell’associazione civile Oakeshott utilizza il termine latino ‘lex’ proprio per chiarire che esse non coincidono con il diritto di fatto applicato dalle corti. L’uso di questo termine, e in generale la tendenza di Oakeshott a impiegare parole non di uso comune, ha dato luogo però a fraintendimenti e alienato diversi lettori. Ritornando su questi temi nel suo ultimo lavoro filosofico sul diritto, pubblicato per la prima volta nel 1983 e poi ristampato nella raccolta On History and Other Essays (Liberty Press, Indianapolis 1999) curata da Timothy Fuller, Oakeshott cerca di superare questo problema impiegando invece l’espressione inglese “rule of law” per descrivere il tipo di rapporto tra regole e azione delle persone che è tipico dell’associazione civile. Così facendo, egli si riallaccia implicitamente a una delle tradizioni del pensiero liberale, che vede appunto nella supremazia del diritto la caratteristica di una comunità politica nella quale la sottomissione all’autorità non comporta la negazione della libertà individuale.

 

Pubblicato su Il Riformista il 2 gennaio 2011

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