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il blog di Mario Ricciardi


Diario


30 maggio 2010

La finanziaria e l'equità

Con la presentazione, da parte del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Economia, dei lineamenti della prossima manovra finanziaria il dibattito politico è entrato in una nuova fase. Destinata a durare, salvo sorprese, fino all’approvazione del provvedimento da parte del Parlamento. Abbiamo letto in questi giorni delle prime reazioni dell’opposizione alle misure illustrate da Berlusconi e Tremonti. Alcuni si dicono disposti a ragionare nel merito delle proposte, riservandosi eventualmente di sostenerle qualora risultassero politicamente accettabili. Altri hanno già sbattuto la porta in faccia al Governo accusando la maggioranza di fare “macelleria sociale”. Sullo sfondo pesano le parole del Presidente della Repubblica che ha invitato le forze politiche e cercare soluzioni condivise a una crisi finanziaria che – come abbiamo avuto modo di vedere nelle scorse settimane – minaccia la stabilità della moneta unica europea e quella della stessa Unione. In casi come questo, prima di formulare un giudizio, si dovrebbe fare qualche passo indietro per mettere meglio a fuoco la questione sul piano dei principi. Perché è anche di questo che stiamo parlando: alla fine vogliamo capire non solo se la manovra ha qualche possibilità di essere efficace, ma anche se è giustificabile politicamente. Se i sacrifici che essa impone agli italiani sono equi o meno.

 

La prima cosa che dovremmo chiederci è da che punto di vista dovremmo valutare le misure che ci vengono proposte. Quali sono le posizioni sociali rilevanti nel valutarne gli effetti? Sappiamo che gli scontenti sono molti. Certamente i dipendenti pubblici, che hanno già duramente protestato per gli interventi che riguarderebbero le retribuzioni e le assunzioni. Una certa preoccupazione è stata manifestata anche da alcuni amministratori locali – non solo dei partiti di opposizione – che temono che i tagli li costringeranno a alzare le imposte per mantenere invariato il livello dei servizi offerti ai cittadini. Abbiamo appreso anche che gli imprenditori si sono detti, grosso modo, soddisfatti delle misure per il contenimento della spesa, pur rilevando che il governo dovrebbe fare di più per promuovere lo sviluppo. Dobbiamo concludere che questa finanziaria – come si sarebbe detto una volta – è scritta dal punto di vista dei padroni?

 

Proviamo a ragionare su un esempio. Nel corso della conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha sottolineato che gli interventi sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti sarebbero giustificati dal fatto che nel settore pubblico ci sono stati negli ultimi anni incrementi salariali maggiori di quelli che si sono avuti nel privato. Ciò sarebbe avvenuto, a suo dire, a fronte di un’asimmetria di posizione tra i dipendenti pubblici – che hanno la garanzia del “posto fisso” – e chi lavora per un privato, che invece rimane esposto al rischio del licenziamento se l’economia va male. Gli statali sono colpiti, ma non dovrebbero lamentarsi perché sono più protetti.

 

L’argomento ha una certa forza. Tuttavia, esso non tiene conto di alcuni profili del pubblico impiego che andrebbero considerati perché non sono affatto irrilevanti. L’inamovibilità di alcune categorie di dipendenti pubblici non è un privilegio irragionevole, ma una garanzia di autonomia, che è giustificata dal pubblico interesse ad avere funzionari, magistrati o docenti che svolgano il proprio compito con serenità, senza essere sottoposti alla minaccia di perdere il posto di lavoro se si rifiutano di assecondare pretese irragionevoli o illegittime da parte di qualcuno. Non c’è dubbio che negli ultimi decenni all’ombra di questa garanzia c’è stato chi non ha fatto il proprio dovere, ma questa non è una buona ragione per ignorare il principio che giustifica la posizione di certi dipendenti pubblici. C’è spazio per rivedere ciò che non funziona, ma non si può assimilare dipendenti pubblici e privati come porterebbe a fare la tendenza – oggi molto popolare, soprattutto nella cultura di una parte del centro-destra – a confondere chi lavora per l’interesse generale e chi lavora alle dipendenze di un imprenditore. La Repubblica italiana non è un’impresa.

 

Inoltre, si dovrebbe tenere conto del fatto che all’interno del settore pubblico ci sono differenze che dovrebbero suggerire maggior cautela nel fare comparazioni con i dipendenti privati. Le fasce di retribuzione più basse hanno subito negli ultimi anni un relativo impoverimento a causa dell’aumento del costo della vita. Una busta paga che, al netto delle tasse, si aggira intorno ai duemila euro non è sufficiente da sola a mantenere un tenore di vita paragonabile a quello che avrebbe reso possibile l’equivalente in lire nel 1995. Un confronto affidabile poi dovrebbe tener conto anche delle rispettive qualificazioni. Siamo sicuri che, a parità di livello di istruzione, un lavoratore del settore pubblico abbia una retribuzione paragonabile a ciò che guadagnerebbe nel settore privato? Siamo certi che, dove c’è una differenza, essa sia compensata dalla sicurezza del posto di lavoro? Si potrebbe obiettare che lo scopo di questo provvedimento non è promuovere l’eguaglianza, o diminuire la disuguaglianza, tra gli italiani. La manovra finanziaria è indispensabile per evitare una situazione che sarebbe disastrosa per chiunque. Come nel caso dei provvedimenti necessari per affrontare un’emergenza sanitaria, anche in questo gli effetti distributivi non sono rilevanti. L’unica cosa che conta è l’efficacia delle misure. Tuttavia, se le ineguaglianze sociali ed economiche non sono giuste, l’applicazione del principio dell’interesse comune risulta ingiustificata.

 

Qualora l’operazione di salvataggio riuscisse, chi ha le aspettative più alte si avvantaggerebbe di più, perché ha più da perdere se le cose andassero male. Quindi non possiamo assumere il punto di vista dell’eguale cittadinanza per valutare la manovra, e dobbiamo invece chiederci quali effetti avrebbero i provvedimenti proposti per i meno avvantaggiati. Almeno, dovrebbe chiederselo chi attribuisce ancora qualche importanza alla giustizia.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 maggio 2010


28 maggio 2010

Su Thomas Pogge

Povertà mondiale e diritti umani

Thomas Pogge è un filosofo che non si limita a interpretare il mondo, ma cerca di cambiarlo. Per capire in che modo, e perché oggi Pogge è una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla giustizia internazionale, bisogna ripercorrere il percorso intellettuale di questo studioso che, nato ad Amburgo, in Germania, nel 1953, dopo una laurea in sociologia nel suo paese, si è trasferito negli Stati Uniti per continuare i propri studi sotto la guida di John Rawls, l’autore di A Theory of Justice (1971) il libro di filosofia politica più influente della seconda metà del ventesimo secolo. In quel lavoro, Rawls proponeva un nuovo modo di affrontare il classico problema della giustizia attraverso una rilettura della tradizione contrattualista, fortemente influenzata dal pensiero di Kant. Al cuore della complessa macchina argomentativa costruita da Rawls c’era una situazione di scelta originaria in cui le parti, che ignorano quale sarà la posizione in cui si troveranno nella società che si apprestano a regolamentare, devono accordarsi sui principi che la reggeranno. Secondo Rawls, in tali circostanze, facendo leva soltanto sulla razionalità intesa nel senso più ristretto – quello corrente nella teoria economica – le parti si accorderebbero su due principi: il primo, che stabilisce che ciascuno ha un eguale diritto al più esteso schema di eguali libertà fondamentali compatibilmente con un simile schema di libertà per gli altri; e il secondo, che impone che le ineguaglianze sociali e economiche devono essere combinate in modo da essere (a) ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno; e (b) collegate a cariche e posizioni aperte a tutti. Sviluppando questa prima formulazione, sempre nel libro del 1971, Rawls approdava poi a una riformulazione del secondo principio che faceva dipendere l’accettabilità delle diseguaglianze dal fatto che si mostri che esse sono necessarie a migliorare la posizione di chi sta peggio, cioè di chi è meno avvantaggiato dalla cooperazione sociale.

 

Sin dalla sua pubblicazione il libro di Rawls ha innescato una discussione vivace che si è estesa ben oltre i confini dell’accademia, per coinvolgere il più vasto pubblico di chi crede che la giustizia sia la principale virtù delle istituzioni sociali. Anche nel nostro paese ci sono stati diversi intellettuali – tra gli altri, bisogna ricordare almeno Salvatore Veca e Sebastiano Maffettone – che hanno visto nel pensiero di Rawls il punto di riferimento ideale di una sinistra liberale e riformista. Pogge ha preso parte a questo dibattito a cominciare dalla fine degli ottanta, quando ha pubblicato Realizing Rawls, un libro che era allo stesso tempo un’autorevole esposizione del pensiero del suo maestro e una critica di quelli che già allora egli aveva individuato come certi suoi limiti. In particolare, il fatto che la teoria della giustizia di Rawls assumesse la prospettiva di una società chiusa, concepita come una comunità politica autonoma e autosufficiente, senza fare i conti fino in fondo con la realtà della politica internazionale e con la sempre maggiore interdipendenza delle economie nazionali. Furono proprio le critiche di Pogge, tra l’altro, a spingere Rawls a tornare sulla giustizia internazionale in un libro pubblicato nel 1999, The Law of Peoples. Tuttavia, alla fine degli anni novanta, Pogge aveva preso ormai una strada che lo ha portato con il passare del tempo a sviluppare un teoria della giustizia globale che per molti versi si presenta come un superamento di quella di Rawls.

 

Di questo nuovo approccio c’è ora una testimonianza anche in italiano, grazie alla pubblicazione di Povertà mondiale e diritti umani, appena uscito per i tipi di Laterza. In questo volume – arricchito da una bella prefazione di Luigi Caranti che introduce il pensiero di Pogge ai lettori che non sono familiari con le sue opere precedenti – ci sono i lineamenti di un’agenda politica ragionevole e radicale per combattere la povertà, il più pericoloso “serial killer” con cui abbiamo a che fare. Di particolare interesse sono le proposte, articolate nel dettaglio e sostenute sulla base di una mole impressionante di dati, per intervenire sulle cause globali di questo fenomeno. Chi avesse voglia di farsi di farsi un’idea su come potremmo cambiare in meglio il mondo trova importanti spunti di riflessione nel progetto per un fondo internazionale che potrebbe alleviare in modo significativo gli effetti che dipendono dai costi eccessivi dei medicinali per i paesi più poveri. Una lettura istruttiva, che dovrebbe suscitare la curiosità di quel che rimane della sinistra in questo paese.

 

Pubblicato su Il Riformista il 28 maggio 2010

 


23 maggio 2010

Democrazia e rigore

L'Europa e la crisi

Sono giorni difficili per le cancellerie europee. Alle prese con una crisi economica di cui non si vede ancora la fine, e con turbolenze finanziarie e valutarie che potrebbero persino mettere a rischio la sopravvivenza della moneta unica, i governanti dell’Unione si interrogano su come venir fuori dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Nel breve periodo, c’è da reperire le risorse per mettere al sicuro la Grecia e gli altri paesi che sono in bilico. Nel medio periodo, invece, il problema è come fare in modo che una situazione come quella in cui ci troviamo non si ripeta. Entrambi gli obiettivi non sono affatto semplici da realizzare. Nel primo caso, quello delle risorse, la soluzione è che i paesi che non sono immediatamente a rischio mettano mano alla borsa per aiutare quelli che si trovano in difficoltà. Impresa non da poco, visto che i problemi di bilancio della Grecia e degli altri partner in difficoltà dell’Unione sono in parte dovuti alla negligenza – per non dir peggio – di governi e parlamenti che hanno assecondato la tendenza dei cittadini a vivere al di sopra dei propri mezzi. Angela Merkel sta avendo in queste ore i suoi dispiaceri per far digerire ai tedeschi il fatto che devono pagare per gli errori commessi dai greci o dai portoghesi. Non aiuta certamente la circostanza che le cicale europee sono quasi tutte nell’area mediterranea. Con l’eccezione dell’Irlanda, che però ha una cultura pubblica ben diversa da quella dei paesi protestanti del nord Europa. Ai signori Schmidt, van den Brink o Andersen comprensibilmente scoccia pagare per l’incoscienza di un signor Teodorakis o Martinez. Comunque, anche dando per scontato che le risorse si trovino, e risultino sufficienti per uscire dall’emergenza, le prospettive per il futuro non sono rosee.

 

Basta sfogliare la stampa internazionale per rendersi conto che le misure di cui si parla per prevenire il ripetersi di situazioni come quella attuale sono ispirate dallo stesso atteggiamento mentale che ha facilitato l’insorgere di problemi come quelli che abbiamo oggi. Si pensi, tanto per fare un esempio, all’idea di sottoporre i bilanci dei paesi membri  a un controllo preventivo da parte degli organismi dell’Unione prima dell’approvazione nei parlamenti nazionali. Ponendo le premesse per nuove, e potenzialmente ancor più drammatiche, tensioni tra organi rappresentativi che rispondono direttamente ai propri elettori e istanze sovranazionali  che – al netto delle chiacchiere – hanno una legittimazione democratica almeno discutibile. Tra l’altro, c’è una cosa che non è chiara nel modo in cui dovrebbero funzionare questi controlli preventivi. Facciamo il caso della Grecia. In queste settimane si è detto più volte che i conti pubblici dei nostri vicini ellenici non erano del tutto trasparenti, che tra le pieghe dei bilanci si nascondevano voci di spesa pubblica del tutto irragionevoli. Questo lascia supporre che i partner europei hanno sbagliato a fidarsi di ciò che gli esponenti del governo greco hanno dichiarato nella fase di adesione alla moneta unica. Come facciamo a evitare che casi del genere si verifichino di nuovo? Gli imprenditori sanno bene che c’è solo un modo affidabile per impedire che un partner in affari presenti “carte false” nel corso di una trattativa: controllare che ciò che dichiara corrisponde a verità. Per questo prima di una fusione si fanno le “due diligence”. Ora il problema della “due diligence” quando oggetto di ispezione non sono i conti di un privato ma quelli di un ente sovrano che ha le proprie strutture di deliberazione e controllo democratico si presenta come molto più spinoso di quel che alcuni vorrebbero farci credere.

 

Difficile immaginare che una cosa del genere sia possibile senza attribuire ai controllori poteri di ispezione piuttosto ampi. Siamo sicuri che una cosa del genere sia politicamente praticabile? Che regga anche nei periodi di “vacche magre” e non solo quando l’economia tira e tutti sono ragionevolmente contenti e non fanno troppe domande? Mi permetto una certa dose di scetticismo. Se i rimedi di medio periodo sono questi siamo messi male.

 

Immagino già la replica: “vero, ma quel che dici mostra che c’è bisogno di maggiore integrazione politica”. Obiezione alla quale rispondo che in concreto ciò non vuol dire proprio nulla se qualcuno non ci spiega come si risolve davvero il problema del grave deficit di legittimazione democratica delle istituzioni europee. Quando le cose vanno male, la rappresentanza indiretta non è più sufficiente, e le persone, per tutelare i propri interessi, si rivolgono a chi hanno a portata di piede, perché sanno che, all’occorrenza, possono prenderlo a calci.

 

Tutto l’edificio dell’Unione si regge sull’illusione di Saint-Simon, ovvero che “il governo delle persone sarà sostituito dall’amministrazione delle cose”. Un’idea che risulta accattivante ai tecnocrati che hanno pilotato fino a ora il processo di unificazione. Lo abbiamo già visto in occasione dei referendum per la ratifica del Trattato di Lisbona. Come le istitutrici di una volta, i fautori di una sempre maggiore unità hanno imposto agli elettori di ripetere l’esercizio fino a quando non davano la risposta desiderata. Una curiosa concezione della sovranità popolare. Per chi oltre all’economia e al diritto ha studiato un po’ di storia, e magari anche di filosofia politica, quei referendum sono stati un campanello d’allarme. Che purtroppo ha suonato invano.

 

Pubblicato su Il Riformista il 23 maggio 2010


16 maggio 2010

Una settimana da ricordare

Londra e Bruxelles

Credo che ci ricorderemo della settimana che si è appena conclusa. Le elezioni che hanno portato al primo governo di coalizione nel Regno Unito dopo la seconda guerra mondiale e la crisi finanziaria che per qualche giorno ha tenuto l’Europa con il fiato sospeso hanno buone probabilità di entrare nei libri di storia come due eventi cruciali, le cui conseguenze verranno avvertite a lungo. Cominciamo da Londra. L’ingresso di David Cameron a Downing Street, alla guida di un governo che mette insieme Liberaldemocratici e Tories, è una novità per gli elettori britannici. Non perché sia senza precedenti nella storia recente – dal 1900 al 1945 Westminster ha espresso soprattutto governi di minoranza o di coalizione – ma perché potrebbe segnalare una svolta per gli orientamenti di fondo della politica britannica. La prima da un trentennio. Dopo decenni di “rivoluzione permanente” forse è arrivato il momento dei controrivoluzionari.

 

La rivoluzione di cui stiamo parlando viene avviata dalla Thatcher alla fine degli anni settanta, quando arriva alla guida del partito Conservatore sconfiggendo Edward Heath. La sua difesa di un individualismo estraneo alla tradizione dei Tories coagula un nuovo clima di opinione ostile a un modo di fare politica che premiava sopra ogni cosa il valore della stabilità, garantita dalla capacità di mediazione delle classi dirigenti, non solo all’interno del parlamento. L’esempio più significativo di questa concezione tradizionale della politica britannica è la progressiva – e tutto sommato relativamente incruenta – dismissione dell’Impero.

 

Contrariamente a quel che si sente spesso dire, il radicalismo della Thatcher non è andato lontano sulla strada cui l’avrebbe condotta la politica di “rolling back the State” invocata dai libertari. Le privatizzazioni e le liberalizzazioni non hanno attaccato il cuore del modello universalista di Welfare ereditato dalle riforme introdotte nel corso del novecento, che – è il caso di ricordarlo – erano il risultato di interventi legislativi promossi o sostenuti anche dagli stessi conservatori. L’offensiva ideologica della Thatcher ha colpito duro soprattutto sul piano della cultura politica, proponendo un modello basato essenzialmente sull’ideale della “sovranità del consumatore”. Un messaggio che un ceto medio la cui presa di coscienza era in parte proprio il prodotto delle grandi riforme del passato ha accolto con entusiasmo. Questa donna straordinaria ha prima fatto piazza pulita dei “grandees” che reggevano il suo partito, e poi ha cambiato la società nel suo complesso. Attaccando lancia in resta qualsiasi corporazione o corpo sociale intermedio che si trovasse sulla sua strada. Università, gruppi professionali, amministrazioni pubbliche, tutti hanno dovuto fare i conti con un nuovo stile politico che non ammetteva mediazioni e sfumature. La frase: “the Lady is not for turning” – pronunciata al congresso del partito nel 1980 – esprimeva perfettamente questo nuovo modo di pensare, ed era studiata apposta per dare un brivido di piacere a un elettorato che non si riconosceva più nel paternalismo “soft” dei politici britannici.

 

Come ha sostenuto John Gray, c’è un’amara ironia nella vicenda politica della Thatcher. Determinata a cambiare il modo di pensare dei suoi concittadini (“economics are the method, the object is to change the soul” è un’altra sua frase entrata nella storia), la “Lady di ferro” ha contribuito alla nascita di una società molto diversa da quella basata sui valori tradizionali vittoriani cui pure diceva di ispirarsi. Una società meno condizionata dai vecchi schemi di classe, ma anche meno eguale sul piano economico. Meno monoculturale, ma più insicura e più libera nei costumi. Soprattutto – sostiene Gray – una società ossessionata dall’ideale della realizzazione personale e completamente priva di quelle potenti forze stabilizzatrici che ne avevano assicurato la sopravvivenza in tempi non facili. Da questo punto di vista, il New Labour di Blair è stato davvero l’erede della Thatcher. Non perché, come dicono alcuni suoi critici da sinistra, ne abbia riprodotto fedelmente le politiche. Ma perché ne ha accettato la visione della modernità. Cercando semmai di moderarne gli eccessi attraverso l’appello a una concezione comunitaria della società. La conferma più evidente di questa continuità si trova nelle riforme costituzionali introdotte dai Laburisti, senza dubbio le più incisive degli ultimi cento anni, al punto che si parla oggi di “a New British Constitution”.

 

La sfida che attende David Cameron e Nick Clegg è di restituire stabilità a un paese che si è reso conto di essere sull’orlo dell’abisso, e non ha più fiducia nelle proprie risorse collettive. Se la crisi economica colpisse duramente Londra, come fecero le bombe dei nazisti, i suoi abitanti temono di non essere più in grado di resistere spavaldamente come fecero tra il 1940 e il 1941. Lo “spirito del Blitz” è svanito per sempre con la società che lo sosteneva. Oggi a nessuno verrebbe in mente di affiggere il cartello “business as usual” sulle macerie di una banca. Chi cade si rende conto che non può contare sull’aiuto del proprio vicino per rialzarsi.

 

Se la paura si fa sentire a Westminster, e spinge due partiti fino a ieri distanti a formare una sorta di “gabinetto di guerra” – la presenza di Vince Cable in un ruolo chiave nell’esecutivo è da questo punto di vista significativa – non si può certo dire che a Bruxelles regni l’ottimismo. Tuttavia, c’è una differenza significativa nei modi in cui il Regno Unito e l’Unione Europea si preparano a affrontare i prossimi mesi. La risposta di Londra è stata fino in fondo politica. Innescata da un risultato elettorale, essa sarà gestita da un governo che risponderà ai propri cittadini delle misure che si appresta a varare. A Bruxelles le cose non funzionano in questo modo. L’ulteriore trasferimento di poteri che si annuncia a favore di organismi comunitari non ha lo stesso tipo di legittimità, e dunque è ben più vulnerabile all’ira popolare se le cose dovessero andare male.

 

Pubblicato su Il Riformista il 16 maggio 2010

 


16 maggio 2010

Su Thomas Nagel

Secular Philosophy and the Religious Temperament

Thomas Nagel appartiene a una generazione che ha cambiato la filosofia statunitense. Nel secondo dopoguerra – quando questo gruppo di studiosi si è affacciato alla vita accademica – la filosofia negli Stati Uniti era una disciplina il cui prestigio dipendeva più dal ruolo di intellettuali pubblici di alcuni suoi cultori che dalla sua capacità di proporre idee nuove e interessanti. Alcune vecchie glorie, come Dewey e Whitehead, dominavano ancora un panorama in cui le uniche novità venivano dalla logica e dalla filosofia delle scienza, grazie alla massiccia emigrazione di studiosi europei seguita alla presa del potere da parte dei nazisti in Germania. Per giovani come Thomas Nagel, John Searle, Robert Nozick, Gilbert Harman e Thomas Scanlon, e per John Rawls, leggermente più anziano di loro, il polo d’attrazione principale era Oxford, l’università in cui insegnavano buona parte degli autori più significativi attivi a quel tempo nei paesi di lingua inglese. Nel giro di poco più di un ventennio, e in parte anche con il contributo di Nagel, l’equilibrio dei poteri nel campo della filosofia è cambiato al punto che oggi sono gli studiosi britannici a recarsi periodicamente presso le università statunitensi alla ricerca di nuovi stimoli per le proprie ricerche.

 

Un ruolo centrale in questo straordinario cambiamento ha avuto John Rawls. Dalla pubblicazione di A Theory of Justice nel 1971, le università e le riviste degli Stati Uniti cominciano a esercitare una vera e propria egemonia nel campo della filosofia politica e morale, facilitata probabilmente anche dal fatto che in quel paese, molto più che in Europa, i filosofi interagiscono in modo positivo con gli sviluppi più avanzati delle scienze sociali, e in particolar modo dell’economia, che stanno diventando sempre più autorevoli nel campo del dibattito pubblico. Anche se sarebbe riduttivo considerarlo esclusivamente un filosofo della politica, è al lavoro che ha svolto a partire dagli anni settanta sulla scia di Rawls che Nagel deve buona parte della sua notorietà. In particolare i suoi lavori sulla giustizia e sull’eguaglianza sono ancora oggi tra le letture obbligate degli studenti su entrambe le sponde dell’Atlantico. Oggi Nagel insegna alla New York University, dove tiene corsi sia presso la facoltà di filosofia sia presso quella di diritto. Una testimonianza della vastità dei suoi interessi si trova nell’ultima raccolta dei suoi saggi, Secular Philosophy and the Religious Temperament, appena licenziata dalla Oxford University Press. In questi saggi, pubblicati tra il 2002 e il 2008, egli si occupa di temi centrali nel dibattito contemporaneo, dal ruolo della religione nella vita pubblica fino ai fondamenti del liberalismo e alla natura della giustizia internazionale. Di questo tema, nello specifico, si occupa in un lungo saggio che è una critica serrata alla pretesa – molto diffusa – che sia possibile promuovere i diritti umani e l’eguaglianza nel contesto internazionale senza fare leva sulle istituzioni politiche. Nagel sostiene che se è vero che i doveri universali negativi possono essere rispettati senza alcun intervento istituzionale, solo astenendosi dal violarli, è impossibile soddisfare quelli positivi e adempiere alle obbligazioni che abbiamo nei confronti dei nostri simili fuori dai confini nazionali senza la mediazione di strutture che hanno il compito di agire per ottenere questi risultati.

 

Un altro nucleo tematico del libro su cui vale la pena di richiamare l’attenzione è quello cui allude il titolo del saggio da cui la raccolta prende il nome. In questo scritto, Nagel discute con finezza ciò che egli chiama il “temperamento religioso” in filosofia, mostrando che esso non è affatto incompatibile con la ricerca della verità illuminata dalla ragione. Anche un filosofo agnostico può ammettere l’importanza e il valore delle domande che tradizionalmente sono state affrontate dai teologi, riconoscendo che esse sono una sfida per il naturalismo oggi dominante in filosofia in quanto mettono di questione i confini che esso assegna al dominio della spiegazione razionale. Un punto di vista non convenzionale, che certamente farà discutere.

 

Pubblicato su Il Sole ventiquattrore il 16 maggio 2010

 

 

 Thomas Nagel, Secular Philosophy and the Religious Temperament. Eassays 2002-2008, Oxford University Press, Oxford 2010, pp. 171, $ 27.95.


11 maggio 2010

Michael Sandel e Allen Buchanan

Genetic Enhancement and Ethics

La maratona di Boston è uno degli appuntamenti più popolari per i cultori di questo tipo di sport negli Stati Uniti. Dal 1897, l’anno in cui si è disputata per la prima volta, questa gara consente ai partecipanti di misurarsi con una delle discipline più antiche e prestigiose, le cui origini risalgono alla Grecia antica. Chi partecipa oggi a questa competizione può contare – a differenza dei pionieri che rilanciarono la disciplina alla fine dell’ottocento – sugli straordinari risultati che negli ultimi anni sono stati raggiunti dai fabbricanti di scarpe nel mettere a punto prodotti sempre più sofisticati, fatti con materiali leggeri e confortevoli, che aiutano a sopportare meglio la fatica. Non c’è dubbio che la tecnologia che c’è dietro questi piccoli gioielli abbia consentito ai partecipanti alla gara che si svolge nella città statunitense di migliorare le proprie prestazioni. Se l’allenamento rimane indispensabile per avere qualche possibilità di vincere – o almeno di arrivare al traguardo – non bisogna sottovalutare il contributo dato dalle scarpe adatte. Eppure, noi non consideriamo scorretto il miglioramento delle prestazioni di un atleta ottenuto grazie a un paio di scarpe. Se lo stesso tipo di calzature sono disponibili anche per gli altri partecipanti alla gara che desiderano usarle, nessuno solleva obiezioni. Ben diversa sarebbe la nostra reazione se scoprissimo che il buon risultato di un atleta non dipende dalla scelta oculata delle scarpe da indossare per la corsa ma dal fatto che ha preso la metropolitana. Anche le linee ferroviarie urbane migliorano le nostre prestazioni perché ci consentono di muoverci velocemente da un punto all’altro di una grande città. Tuttavia, prendere il treno non è un modo accettabile per migliorare le proprie prestazioni atletiche. Chi ci prova e viene scoperto, come è capitato a una maratoneta che partecipava alla gara di Boston nel 1980, viene squalificato.
 
L’esempio della maratoneta che si aiuta prendendo la metropolitana è uno di quelli impiegati da Michael Sandel, uno dei più autorevoli filosofi statunitensi, per illustrare il punto di partenza della sua riflessione sui dilemmi etici che ci pongono gli straordinari progressi fatti nel campo della genetica in un libro che ha fatto molto discutere, The Case Against Perfection, pubblicato nel 2007. Sandel è un filosofo della politica che insegna a Harvard, di orientamento progressista, me nel suo libro egli presenta diverse critiche all’atteggiamento prevalente tra i liberali sull’uso dei risultati della ricerca genetica nel migliorare le capacità degli esseri umani. Come Jurgen Habermas, un altro filosofo progressista, Sandel sostiene che l’eugenetica “liberale” rischia di erodere aspetti essenziali della nostra concezione condivisa di ciò che vale, dando luogo a affetti moralmente perversi.
 
Come si è detto, a differenza dei nostri antenati, noi oggi abbiamo a disposizione metodi sempre più efficaci per migliorare le nostre prestazioni. Non si tratta solo di scarpe più confortevoli o di mezzi di trasporto più veloci e sicuri. La genetica ci mette in condizione di aumentare le nostre abilità da diversi punti di vista – che vanno dalla capacità di attenzione alla resistenza fisica – e non è fuori luogo sostenere che a breve la possibilità di “disegnare” esseri umani in modo da renderli sempre più efficienti nell’ottenere certi risultati sarà una possibilità reale, che potrebbe essere accessibile anche a larghe fasce della popolazione nei paesi più sviluppati. Secondo alcuni non è più una fantasia immaginare un futuro in cui saremo in grado di intervenire per correggere i nostri difetti o per migliorare le nostre capacità fisiche e mentali in modi che oggi appiano incredibili. In diversi casi questi interventi sono infatti possibili già oggi, almeno per quel che riguarda i non ancora nati, adoperando le nuove tecniche sugli embrioni.
 
L’esempio del maratoneta scorretto serve a Sandel per mostrare che non è affatto vero che ogni miglioramento, per il semplice fatto di essere tale, sia auspicabile. Nello sport, ad esempio, un miglioramento delle prestazioni che avviene a prezzo di una scorrettezza non è accettabile perché contrario al dovere di “fair play” che ogni giocatore dovrebbe rispettare nei confronti dei concorrenti. Ovviamente, nel caso dei miglioramenti ottenuti attraverso le tecnologie genetiche, il problema che si pone non riguarda solo la correttezza (fairness), come nel caso delle competizioni sportive. L’obiezione di Sandel è che, anche se non avessero controindicazioni dal punto di vista della salute e fossero disponibili a tutti, alcuni di questi interventi – sia quelli già possibili, sia quelli soltanto concepibili – ne avrebbero di carattere morale. Si pensi, tanto per richiamare un altro esempio che Sandel richiama nel suo libro, al caso di due lesbiche sorde che hanno chiesto e ottenuto che una delle due venisse fecondata con il seme di un donatore affetto dallo stesso problema, proveniente da una famiglia in cui la sordità è presente da diverse generazioni.
 
Questo esempio ci disturba in modo particolare perché troviamo intuitivamente ingiusto infliggere a una persona non ancora nata una condizione di oggettivo svantaggio – come la sordità indiscutibilmente può essere, anche in paesi sviluppati – soltanto perché i genitori ritengono che quel difetto sia un tratto importante della propria identità personale che desiderano trasmettere ai propri figli. La tesi di Sandel è che dovremmo trovare altrettanto spiacevole l’idea di “disegnare” i propri figli anche in casi in cui il tratto che viene trasmesso al nascituro non è necessariamente causa di svantaggio, come potrebbe essere per certe caratteristiche fisiche (si pensi a chi cerca di ottenere figli con un certo colore dei capelli o degli occhi, oppure con un certo tipo di conformazione fisica). La questione di fondo sollevata dal filosofo statunitense è che tutti questi tentativi di migliorare gli esseri umani soffrono di uno stesso difetto morale, che egli identifica nella tentazione di esercitare controllo sulla vita, cancellandone il valore di “dono”.
 
Gli argomenti di Sandel sono ben formulati, e fanno pensare. Tuttavia, lasciano uno spazio importante ai difensori della “eugenetica liberale” che è stato sfruttato in questi anni da Allen Buchanan, un altro filosofo statunitense, per sostenere che ci sono dei casi in cui i miglioramenti di cui parla Sandel avrebbero vantaggi benefici per gli esseri umani, e per la società nel suo complesso, che sarebbe sbagliato ignorare. Si pensi, ad esempio, alle straordinarie potenzialità che la genetica offre sia nelle cura di malattie sia nel prevenirne l’insorgere. Su questi temi Buchanan è già intervenuto in passato, e ora sta scrivendo un libro che dovrebbe uscire alla fine dell’anno per Oxford University Press, Beyond Humanity?, in cui replica alla tesi di Sandel. Insomma, la discussione sulla “gen-etica” continua, e dobbiamo esseri grati agli organizzatori dell’incontro tra i due filosofi che si è svolto ieri al San Raffaele di Milano, per aver messo a disposizione del pubblico italiano un’importante opportunità per riflettere su una questione che è destinata a avere rilievo crescente nel dibattito pubblico e nella discussione politica di tutti i paesi negli anni a venire.
 
Pubblicato su Il Riformista l'11 maggio 2010


9 maggio 2010

Gli effetti morali del capitalismo finanziario

All That is Solid...

«Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria». All’inizio del 1848, quando a Londra viene pubblicato il Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, l’intero continente europeo sta precipitando in una delle crisi più drammatiche della sua storia. Altre, più sanguinose, tragedie la seguiranno, in una lunga sequenza che si interrompe soltanto alla fine della seconda guerra mondiale, quasi un secolo dopo. Ma il “quarantotto” rimane un anno speciale (come ha spiegato di recente lo storico Mike Rapport nel suo bel libro, 1848. Year of Revolution, Abacus, London 2008), al punto che quella data rimane a lungo “la cifra” di eventi destabilizzanti: “è successo un quarantotto” era un modo di dire diffuso ancora di recente.

Nel pubblicare quell’agile libretto, i due attivisti politici tedeschi si candidano – dalla capitale dell’Impero Britannico, la punta avanzata dell’economia mondiale – a diventare il punto di riferimento del movimento operaio internazionale. La parola d’ordine dei due scrittori è la stessa di tutti i radicali e i cospiratori di quel turbolento periodo: “rivoluzione”. Tuttavia, nel redigere il loro atto di accusa nei confronti del capitalismo essi non hanno in mente semplicemente le rivendicazioni politiche che nel giro di poche settimane faranno traballare più di un trono europeo, provocando sconcerto e smarrimento nelle corti, che speravano di essersi lasciate definitivamente alle spalle il fantasma del luglio del 1789, con tutte le sue conseguenze. Marx e Engels sono convinti che c’è un fiume che scorre sotto la superficie delle istituzioni – parlamenti, governi, associazioni – e ne erode le fondamenta. Da tempo le pareti vibrano, e i due sono convinti di aver individuato la spiegazione dell’instabilità in ciò che c’è sotto l’edificio della società europea.

«Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, tutto ciò che è sacro viene profanato, e l’uomo è infine costretto ad affrontare con lucidità le reali condizioni della sua vita e le sue relazioni con i suoi simili». Per il sociologo Marshall Bermann in questa frase c’è una delle più acute caratterizzazioni della modernità. La straordinaria forza corrosiva del capitalismo erode le strutture tradizionali della società europea fino a dissolverle: All That is Solid Melts into Air è il titolo di un fortunato libro del sociologo statunitense, pubblicato nel 1982 da Verso Books, che propone una suggestiva ricostruzione del modernismo culturale che prende come proprio punto di partenza proprio la diagnosi di Marx e Engels. Rispetto ai due firmatari del Manifesto (anche se il secondo, con caratteristica generosità, diceva che il primo ne era il vero autore) noi abbiamo meno certezze.

La previsione di un imminente collasso del capitalismo ci appare infondata, come tutte le ipotesi troppo vaghe, la cui falsificazione è impossibile. Eppure, leggendo le notizie di questi ultimi giorni, è difficile fare a meno di pensare che c’è qualcosa di vero e di importante nella descrizione degli effetti “morali” del capitalismo di Marx e Engels, anche se non sono affatto sicuro che i due avrebbero trovato la qualificazione accettabile. Quella in cui siamo entrati da qualche mese non è la crisi finale del capitalismo, il “crollo” di cui i marxisti hanno per decenni affermato l’inevitabilità, fino a perdere credibilità presso l’opinione pubblica internazionale. Probabilmente ciò che accade va interpretato in maniera diversa. Non del collasso finale si tratta, ma di uno dei più gravi tra gli smottamenti che la costante erosione provocata dalla trasformazione di tutto in merce è destinata a provocare.

Nell’ottocento le crepe si vedono a occhio nudo. Marx è un avido lettore di scrittori contemporanei che raccontano le conseguenze della modernità nella vita delle persone. Le opere di Dickens e Thackeray sono tra quelle che l’inviato del Chicago Tribune vede nella libreria del profeta del comunismo quando si reca a intervistarlo nel 1878. Negli anni quaranta, Engels lavora al “Cotton Exchange” (la Borsa del cotone) di Manchester. Le condizioni degli operai di quella città, il cuore pulsante del mercato internazionale del cotone, sono quotidianamente davanti ai suoi occhi. Per noi le cose sono molto diverse. Quando Lehman Brothers si è dissolta “into thin air” un mattino di settembre del 2008, pochi sapevano che l’edificio fosse pericolante. Le crisi provocate dalle turbolenze del capitalismo finanziario non hanno ancora il loro Dickens. Se l’irrazionalità dei mercati ha trovato in Maynard Keynes il suo Adam Smith, come ormai sostengono in molti, non mi pare che ci sia in circolazione un Marx per il capitalismo dei derivati. Abituati a dare un prezzo a qualsiasi cosa, i ragazzi usciti dalle business schools che manovrano quei prodotti finanziari danno l’impressione di non essere più in grado di riconoscere il valore di niente. Chiamati a rispondere delle proprie azioni davanti al Congresso degli Stati Uniti, sembrano incapaci di vedere il problema.

Pubblicato su Il Riformista il 9 maggio 2010


7 maggio 2010

Buchanan e Sandel al San Raffaele

On Enhancement and Genetics

 

 

 

Segnaliamo un dibattito che vale la pena di seguire, organizzato al San Raffaele da Roberto Mordacci. Discutono due dei più autorevoli filosofi contemporanei. Introduce Armando Massarenti.

 

 

 

 

 


7 maggio 2010

Reading Marx

Food for thought

All that is solid melts into air, all that is holy is profaned, and man is at last compelled to face with sober senses, his real conditions of life, and his relations with his kind.

Karl Marx and Friedrich Engels, The Communist Manifesto, London 1848

 

 

 

 




permalink | inviato da Mario Ricciardi il 7/5/2010 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 maggio 2010

Le dichiarazioni di Bagnasco

La Chiesa e il Risorgimento

La scorsa settimana, commentando le difficoltà cui stanno andando incontro le celebrazioni per i centocinquanta anni dell’unità di Italia, abbiamo scritto che esse dipendono, in ultima analisi, dal fatto che il Risorgimento è orfano. Figlio del liberalismo e della monarchia, il movimento ideale e politico che ha portato all’unificazione del paese è oggi privo di difese – come chi non ha una famiglia – nei confronti degli attacchi cui viene sottoposto da certi esponenti del centrodestra.

 

La notizia è che da ieri l’orfanello ha trovato qualcuno che è disposto ad adottarlo. Le dichiarazioni del cardinal Bagnasco, che ha invitato i vescovi italiani a prender parte alle celebrazioni, dando il proprio contributo al recupero del valore dell’unità nazionale, sono una novità significativa sia sul piano dei contenuti politici sia su quello dei simboli. Dal primo punto di vista, il presidente della Cei prende le distanze dagli umori antirisorgimentali che sin dall’ottocento – comprensibilmente – albergano in certi ambienti ecclesiali e in parte del mondo cattolico. Superando l’impostazione concordataria, che si muoveva ancora nella prospettiva del trattato di pace tra due entità sovrane per por fine a una controversia che aveva origine da un atto di aggressione militare, Bagnasco accetta il “fatto compiuto” dell’unità sottolineandone l’importanza per tutti gli italiani, quindi anche per i cattolici. Non si torna indietro. La Chiesa universale non rimpiange il potere temporale. Libera, come auspicava Cavour, di quel fardello, essa può far sentire la propria voce senza ambiguità quando le ragioni del magistero cui si sente chiamata le impongono di intervenire nel dibattito pubblico.

 

Sul piano simbolico, l’esortazione a rinnovare “l’innammoramento” per la patria comune è forse ancor più significativa. Le parole di Bagnasco ci ricordano che la nazione vive nel sentimento. L’amore, proprio la Chiesa lo insegna, non è soltanto passione. Esso richiede intelligenza, solidarietà e abnegazione. Anche in politica, come avviene nei rapporti tra marito e moglie, per sopravvivere ai pericoli cui la vita in comune inevitabilmente lo espone, l’amore ha bisogno di impegno. Come ha scritto Edmund Burke, per poter essere amata la nazione deve essere resa amabile. Ciò comporta uno sforzo della fantasia nel trovare nuovi modi di ricordare il passato comune e una disponibilità a lasciarsi trasportare dall’immaginazione per credere che c’è ancora un futuro insieme. Uno spazio aperto per la speranza anche nei momenti più difficili.

 

A chi considera la politica una tecnica governata dalla ragione questo lessico – che la modernità ha relegato nella dimensione pre-politica – non piace. Per costoro evocare il sentimento è soltanto una mossa propagandistica. Un tentativo, da parte di una Chiesa in difficoltà per i suoi problemi di immagine, di accreditarsi come interlocutore per chi teme il salto nel buio di un federalismo dai contorni ancora indefiniti e dai costi niente affatto certi. Eppure, proprio la storia del nostro Risorgimento ci dice che le cose non stanno in questo modo. Se poeti, pensatori e musicisti non avessero alimentato il sentimento collettivo per la patria “bella e perduta” oggi non saremmo dove siamo, non potremmo parlare con una voce sola nella conversazione dell’umanità. La Chiesa italiana l’ha capito, e di questo bisogna darle atto. Così facendo, essa ha lanciato una sfida che il Presidente Napolitano ha fatto bene a raccogliere. Se è vero che l’unità politica della nazione passa anche attraverso la breccia di Porta Pia, non è soltanto a quel momento che bisogna guardare per valutarne la portata e il significato odierno. La storia politica e morale dell’Italia unita è fatta anche del lungo e accidentato percorso che ci ha condotto, attraverso due guerre e il fascismo, alla costituzione repubblicana e all’orizzonte di valori che essa riconosce e tutela. Di questa storia i cattolici italiani sono stati una parte importante. Per questo oggi è giusto festeggiare insieme a loro, sottolineando ciò che ci unisce piuttosto che quel che ci ha diviso.

 

Pubblicato su Il Riformista il 5 maggio 2010 


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 5/5/2010 alle 6:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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