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il blog di Mario Ricciardi


Diario


27 aprile 2010

Le dimissioni di Ciampi

Risorgimento Orfano?

Pur se dovute a ragioni personali, le dimissioni di Carlo Azeglio Ciampi da presidente del comitato dei garanti per le celebrazioni dei centocinquanta anni dell’unità d’Italia hanno suscitato un certo clamore. Anche perché alcuni membri dello stesso comitato, tra cui Dacia Maraini, Ugo Gregoretti e Gustavo Zagrebeski, hanno annunciato a loro volta l’intenzione di dimettersi. Sullo sfondo c’è la polemica – mai del tutto sopita – per la scarsa disponibilità da parte del governo a sostenere le celebrazioni, che si dice sarebbero poco gradite alla Lega. In realtà, almeno a giudicare da quel che ne ha scritto Antonio Carioti sul Corriere della sera, in questo caso le accuse sarebbero infondate. In un momento non facile per i conti pubblici, un impegno di risorse c’è stato. Semmai, ciò che si potrebbe obiettare è una certa mancanza di fuoco nell’iniziativa, che i garanti hanno sofferto anche perché non è molto chiaro quale sia il loro compito (come era stato denunciato, sempre sul Corriere, da Ernesto Galli della Loggia, che è stato il primo a richiamare l’attenzione sulla situazione preoccupante delle celebrazioni per l’anniversario dell’unità). A questo punto la situazione ha raggiunto probabilmente il punto di non ritorno, almeno per quel che riguarda l’attuale comitato. Meglio farebbero gli organismi competenti a porsi il problema se non sarebbe il caso di nominarne un altro – significativamente rinnovato nei suoi componenti – e meno ampio (quello attuale conta trenta membri). In questo modo sarebbe possibile ripartire da capo con la speranza di una maggiore efficacia.

 

Tuttavia, un comitato dei garanti non è tutto. Neppure si può imputare a questo organismo, e alle divisioni che sono emerse al suo interno, la responsabilità dei ritardi nella definizione del programma delle celebrazioni, di preparativi che appaiono in affanno, o di iniziative che, a detta di alcuni autorevoli osservatori che sono intervenuti sul tema negli ultimi mesi, sarebbero di qualità diseguale, e comunque non all’altezza di un anniversario di questa importanza.

 

A differenza del venticinque aprile, l’unità d’Italia è orfana da tempo, e non c’è chi ne rivendichi appieno la paternità. A pensarci bene, non si tratta di una sorpresa. Oggi nessuno sembra ricordarlo, ma il processo di revisione storica del Risorgimento, e la messa in discussione della lettura “in positivo” dell’unità, risale a molto prima che la Lega di Umberto Bossi diventasse l’arbitro della politica nazionale. Cominciata all’indomani dell’unità – alimentandosi di malcontento popolare e poi, con il passare dei decenni, anche dei contributi storici di studiosi seri – la critica alla “conquista” del Regno del Sud da parte degli “invasori” sabaudi ha a sua volta una lunga storia che ha trovato, di volta in volta, un pubblico nei quartieri più diversi, dai neoborbonici alla sinistra estrema. Chi è cresciuto in Campania negli anni settanta ricorda le invettive televisive di Angelo Manna. Che all’epoca apparivano eccessive nei toni e sgangherate nell’eloquio, e che oggi molti troverebbero normali.

 

La cultura liberale del Risorgimento, che pure era riuscita a sopravvivere, sia pure a livello di testimonianza, a due guerre mondiali e al fascismo, per non dire di un lungo dopoguerra dominato da partiti politici a essa ostili, appare ormai quasi estinta. Non ce ne è traccia nella Lega, ma neppure essa brilla nel PdL appiattito dalla “voce del padrone” o nel PD catatonico.

 

Destino anche peggiore è capitato all’altra grande forza che aveva dato il suo contributo, per convinzione e per interesse, alla costruzione dell’Italia unita. La monarchia, nel cui nome fu fatta la nazione, sembra non aver lasciato alcuna traccia nella cultura popolare. L’unico membro di quella che fu la famiglia regnante che gode di una certa popolarità è il giovane Emanuele Filiberto, che però sembra aver trovato la propria strada in un’attività diversa da quella degli antenati.

 

Forse è tardi per sperare in un sussulto di dignità, visto che l’orgoglio della nazione è spento. Speriamo che almeno ci risparmino l’umiliazione.

 

Pubblicato su Il Riformista il 27 aprile 2010


25 aprile 2010

La svolta di Fini

Popolo non partito

La cosa non è giunta inattesa. Segni premonitori l’avevano annunciata. Prima la “svolta del predellino”. Poi i gazebo per la consultazione sul nome della nuova formazione politica. La maggioranza dei partecipanti si era pronunciata per “popolo” delle libertà, invece di “partito”. Dobbiamo confessare di aver sottovalutato la portata di questi eventi. In fondo, abbiamo pensato, la scelta del consumatore è sovrana – il suo verdetto insindacabile – e quindi, se da un sondaggio risulta che preferisce “popolo” a “partito”, è fuori luogo sollevare obiezioni. Anche perché, sia nello scrivere sia nel parlare, tutti tendiamo a usare degli acronimi. PdL è comodo e succinto. La “L” è essenziale perché aiuta a distinguerlo dal PD, che suona quasi nello stesso modo ma è all’opposizione. La “P” è meno importante. Chi volete che faccia caso alla parola che rappresenta? Va bene è “popolo”, ma potrebbe essere anche “parallelepipedo”, “parco” oppure “perimetro”, che differenza volete che faccia? Nel paese dove l’amore trionfa sull’odio un parco della libertà ci starebbe benissimo. Quella del perimetro della libertà, poi, è una splendida immagine.

 

Ci siamo sbagliati. Sarà stata arroganza o forse distrazione, ma alla fine ci siamo convinti che comunque di un partito si stava parlando. Un partito personale – indubbiamente – ma pur sempre un partito. Poi arriva il giorno della resa dei conti con il “cofondatore” Fini, e qualcuno dal palco dell’auditorium della Conciliazione ci ricorda che “nomina sunt consequentia rerum”. Mica abbiamo scherzato, ci avverte con voce stentorea, proprio di popolo si trattava. Non un partito, che chiunque sarebbe in condizione di mettere insieme, ma qualcosa di nuovo, di diverso e di ineffabile. Perché lo sappiamo bene che i partiti hanno un’organizzazione, una struttura, degli organi decisionali. La loro attività è retta da regole, scandita da procedure. Si fanno le convocazioni, si discute e si vota. La leadership può finire in minoranza. Tutte cose noiose e datate. Che sanno di vecchia politica. Poco televisive. Inadatte alla nuova era in cui abbiamo la fortuna di vivere. Un popolo invece esiste prima delle regole e delle procedure. Non c’è bisogno di convocarlo o di farlo votare. Al contrario, un popolo si manifesta perché il Capo ne interpreti lo spirito e lo trasformi in azione. Come ha fatto Fini a non capire? Anche lui non ha colto i segni che annunciavano l’avvento. Non ha riconosciuto l’epifania cui aveva il privilegio di assistere da una posizione di prima fila. Quale follia lo ha accecato? Quale perfido veleno si è insinuato nel suo animo?

 

Poteva sedere al desco del Capo. Ascoltarne la parola, illuminarsi per la sua saggezza, ridere per le sue barzellette. Invece no, si è accanito nel voler avere delle idee, e nell’esprimere dei dubbi, cose decisamente sconvenienti nella nuova era. La vecchia politica si vantava di essere basata sulle idee. Chiacchiere, che non si addicono a un popolo. Non ha capito che oggi c’è una sola cosa che conta davvero: fare. Fare sempre e comunque, fare qualsiasi cosa, purché si possa dire di averla fatta. Perché un popolo è sempre in movimento, non si ferma mai, altrimenti c’è il rischio che cominci a pensare, e anche questa è una cosa poco televisiva.

 

Ormai è troppo tardi per cambiare idea e per pentirsi. Lo strappo si è consumato. Chi nelle prossime ore si pentirà e chiederà scusa potrà contare sulla generosità del capo, che ha un gran cuore e lo accoglierà a braccia aperte. Invece, chi persiste nell’errore verrà cacciato con ignominia dalla sua casa e costretto a vagare per sempre nelle tenebre, in compagnia di comunisti e pubblici ministeri. Per gli ingrati non c’è futuro nel paese dell’amore. A noi non rimane altro che fare ammenda per essere stati ancora una volta non all’altezza della situazione. Per aver creduto che questa del “popolo” invece del partito fosse solo un’altra trovata da piazzista. 

 

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 aprile 2010

 


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 25/4/2010 alle 10:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 aprile 2010

Sull'ultimo libro di Tony Judt

Ill Fares the Land

«Ill fares the land, to hastening ills a prey, where wealth accumulates, and man decay». Questi versi da The Deserted Village di Oliver Goldsmith (1770), hanno suggerito a Tony Judt, uno dei più autorevoli storici contemporanei, che  insegna alla New York University dove dirige il Remarque Institute, il titolo del suo ultimo lavoro. Ill Fares the Land. A Treatise on Our Present Discontents (Allen Lane, London 2010) è un libro che si legge d’un fiato. In poco più di duecento pagine l’autore condensa un bilancio dell’esperienza di quasi cento anni di promozione dell’eguaglianza attraverso l’intervento pubblico, spiegando perché questa tendenza politica rallenta, e infine si interrompe, alla fine del ventesimo secolo. Con il collasso dell’Unione Sovietica anche le socialdemocrazie entrano in crisi. Da un lato, sembrano aver realizzato i propri scopi, dall’altro, hanno progressivamente perso i propri riferimenti sociali. Gli anni dal 1989 al 2009, scrive Judt, sono “consumati dalle locuste” che segnano l’ascesa di un nuovo senso comune. L’individualismo prende il sopravvento sull’eguaglianza. Si afferma l’idea che il perseguimento del proprio interesse materiale sia una virtù, l’unica a dare un senso di direzione collettiva a persone che conoscono il prezzo di ogni cosa, ma ne ignorano il valore. Ecco perché “la ricchezza si accumula, e gli uomini vanno in rovina”.

 

Come ben sanno i lettori dei suoi libri e degli interventi che scrive per la New York Review of Books, Judt può essere eloquente e suggestivo. Tuttavia, questo non è un libro che fa leva solo sull’indignazione che molti provano per lo stato presente dei nostri costumi. Tutt’altro. Grazie alla sua straordinaria competenza di storico della contemporaneità, Judt mette insieme dati economici e idee politiche, trasformazioni sociali e della cultura, in un quadro affascinante e pieno di spunti di riflessione. Riprendendo la tesi di Richard Wilkinson e Kate Pickett – gli autori di The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better, London, Allen Lane 2009 – egli sostiene che «l’ineguaglianza è corrosiva. Fa marcire la società dall’interno. L’impatto delle differenze materiali ci mette un po’ per mostrarsi: ma col passare del tempo la competizione per lo status e per i beni cresce; le persone sentono un crescente senso di superiorità (o di inferiorità) per via dei propri averi; i pregiudizi nei confronti di chi occupa i gradi più bassi della scala sociale diventano più radicati; il crimine si diffonde e le patologie che dipendono dallo svantaggio sociale diventano più marcate. L’eredità della ricchezza senza regole è davvero amara».

 

Oltretutto, la situazione in cui ci troviamo dipende in larga misura da una distorsione concettuale, frutto dell’illusione che sia possibile edificare una scienza economica priva di presupposti morali. Come in altri libri usciti negli ultimi mesi, anche in questo c’è una rivalutazione del pensiero di John Maynard Keynes, che viene contrapposto ai difensori delle capacità di autoregolazione dei mercati. Per Judt, gli ultimi venti anni mostrano che non è affatto vero che, lasciato completamente libero, il capitalismo genera sempre maggiore ricchezza, che andrà a vantaggio di tutti. Al contrario, anche se la percezione della diseguaglianza è in molti casi diminuita, ciò non vuol dire che in termini reali le persone siano oggi più vicine di quanto lo fossero negli anni settanta, al culmine della grande stagione delle socialdemocrazie e del riformismo liberale. Non c’è dubbio che i liberali di sinistra che in questi anni hanno sostenuto che è possibile coniugare la libertà e l’eguaglianza devono una risposta a quei critici, come Judt, che li accusano di aver commesso un grave errore.

 

La crisi economica ha reso nuovamente palese la straordinaria diseguaglianza che c’è nelle società occidentali. Per questo Judt propone per la sinistra un ritorno alla socialdemocrazia, ma nello spirito di una “socialdemocracy of fear” (l’espressione è ispirata da quella impiegata da Judith Shklar per caratterizzare la prima fase del liberalismo europeo). Una socialdemocrazia consapevole di muoversi in un mondo ostile, che deve recuperare il terreno perduto mettendo in primo piano l’esigenza di restaurare la stabilità e la sicurezza per le generazioni future in una società che altrimenti sarebbe destinata a un conflitto sociale crescente. Una proposta su cui vale la pena di riflettere, anche alla luce di quel che è successo nelle ultime elezioni.

 

Pubblicato su Il Riformista il 4 aprile 2010

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