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9 marzo 2010

Su Alberto Ronchey

 

Del giornalismo si dice, non a torto, che è un mestiere effimero. Si lavora sotto la pressione dell’attualità per licenziare un prodotto che dura lo spazio di un mattino. La fama che se ne ottiene, per quelli che riescono a realizzarla, dipende dal giudizio del lettore, che tende a essere capriccioso. Messe insieme, queste sono caratteristiche che sconsiglierebbero ai meticolosi o ai riflessivi di frequentare le redazioni dei quotidiani. Per fortuna, non è sempre così. La fioritura di un’opinione pubblica attenta e consapevole dipende infatti dal lavoro di tanti professionisti che non accettano lo stereotipo del giornalista superficiale, sempre pronto a cercare l’effetto facile e il consenso a buon mercato, e invece affrontano il proprio lavoro come una vocazione – il “Beruf” di cui parlava Max Weber – cui corrisponde un’etica fatta di rigore e rispetto per i fatti. Per chi cerca di avvicinarsi a questo ideale, Alberto Ronchey è stato un esempio. Un maestro dai cui scritti trarre ispirazione per capire come sia possibile avere una straordinaria capacità di inseguire l’attualità in tutte le sue sfumature tenendo sempre conto di ciò che non è immediatamente evidente, che non appare, che ha bisogno di studio e riflessione per essere portato alla luce.

 

Nato a Roma il 27 settembre del 1926, Ronchey è stato un gigante del giornalismo italiano del secondo dopoguerra. Direttore de La stampa dal 1968 al 1973, è stato inviato e editorialista per tutti gli altri quotidiani più prestigiosi del nostro paese. Negli ultimi anni i suoi interventi, purtroppo sempre più rari, si leggevano su Il corriere della sera, il principale quotidiano della RCS, la società di cui il giornalista era stato anche presidente, dal 1994 al 1998, in un periodo non facile per la stampa italiana, stretta tra la crisi della prima repubblica e i furori di tangentopoli. Ovunque scrivesse, Ronchey era riconoscibile per l’eleganza dello stile e per la cura con cui presentava i fatti. Che si occupasse delle grandi vicende della politica e dell’economia internazionale oppure delle piccole cose di casa nostra, manifestava comunque considerazione per il lettore. Un interlocutore cui non si facevano sconti sul piano dell’impegno e della buona fede, ma a cui si dava in cambio il prezioso distillato di ore di lavoro di ricerca minuziosa e di scrittura attenta, tempestata di piccole gemme di innovazione lessicale – da “lottizazione” a “fattore K” – che tutti hanno ripreso. Le stesse doti che si ritrovano, magnificate grazie al maggior spazio a disposizione, nella sua produzione saggistica.

 

Tutti i profili biografici di Alberto Ronchey, e buona parte dei ricordi che stanno uscendo in queste ore, da quando si è diffusa la notizia della sua scomparsa, richiamano sempre una lontana origine scozzese che sembra evocare l’immagine – lontana nel tempo – di una società operosa e solida, l’ambiente in cui hanno preso forma le riflessioni di Adam Smith e di David Hume, gli illuministi che ci hanno mostrato la forza corrosiva del “senso comune” quando viene applicato ai pregiudizi e alle fumisterie di certa metafisica. Non c’è dubbio che a questi precedenti Ronchey fosse vicino. Ma più che per predisposizione di stirpe, direi per scelta.

 

Un atteggiamento di cui ha lasciato una testimonianza duratura non solo nel proprio lavoro di giornalista e saggista. Chiamato nel 1992 a ricoprire l’incarico di Ministro dei Beni Culturali nel Governo Amato, confermato poi in quello presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, Ronchey ha portato anche in questo impegno istituzionale le proprie doti di rigore e di passione. Unite al talento per immaginare soluzioni innovative. Come quelle accolte nelle legge che porta il suo nome, approvata nel 1993, che ha posto le premesse per una gestione più moderna e intelligente dell’immenso patrimonio culturale del nostro sgangherato paese.

 

Pubblicato su Il Riformista il 9 marzo 2010


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