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il blog di Mario Ricciardi


Diario


17 gennaio 2010

Giudizio storico e morale

 

In una lettera a Mendell Creighton, Lord Acton riassume la propria concezione del giudizio storico in un modo che non lascia spazio a equivoci: «non posso accettare il suo canone che noi dobbiamo giudicare Papa e Re in modo diverso dagli altri uomini, con una presunzione favorevole che essi non commettono errore. Se c’è una presunzione è nel senso contrario contro chi detiene il potere, crescente mano a mano che cresce il potere. La responsabilità storica deve compensare l’assenza di responsabilità giuridica. Il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe assolutamente. I grandi uomini sono quasi sempre uomini cattivi, anche quando essi esercitano influenza e non autorità: ancora di più quando si aggiunge la tendenza o la certezza della corruzione provocata dall’autorità. Non c’è eresia peggiore di quella che l’officio santifica chi lo occupa». L’oggetto del contendere erano due volumi di una storia del papato ai tempi della riforma che Creighton, l’autore dell’opera, aveva chiesto a Lord Acton di recensire. Lo storico aveva accettato, ma la recensione era così aggressiva da lasciare interdetto il recensito. Di qui la corrispondenza.

 

L’opinione di Lord Acton esemplifica l’atteggiamento di chi sostiene che non c’è differenza tra giudizio storico e giudizio morale. Invocando il giudizio della storia non si fa appello a considerazioni diverse da quelle rilevanti per valutare moralmente le azioni di una persona. Acton era un cattolico, e la sua concezione del potere e della capacità che esso ha di corrompere le persone è ispirata dalle sue convinzioni religiose. Col passare del tempo, il suo rigorismo lo spinse ad assumere una posizione sempre più critica nei confronti della Chiesa di Roma e del Papa che in quegli anni – la lettera che abbiamo letto è del 1887 – era stato privato del potere temporale ma non aveva rinunciato a esercitare la propria influenza politica. Per Acton, nel giudicare l’operato dei potenti, lo storico non deve ammettere altre scuse o giustificazioni rispetto a quelle che accetterebbe da parte di qualunque essere umano. Se la morale condanna, la storia non assolve.

 

Un’opinione molto diversa viene espressa da Benedetto Croce. Ne La storia come pensiero e come azione – un’opera pubblicata nel 1938 – il filosofo scrive: «[c]oloro che, assumendo di narrare storie, si affannano a far giustizia, condannando e assolvendo, perché stimano che questo sia l’uffizio della storia, e prendono in senso materiale il suo metaforico tribunale, sono concordemente riconosciuti manchevoli di senso storico; e si chiamino pure Alessandro Manzoni». Vale la pena di sottolineare questa allusione al modo di fare storia del grande scrittore. La sensibilità morale di Manzoni è infatti permeata da un rigorismo religioso che ha molto in comune con quello di Lord Acton. Per Croce, i potenti di cui si occupa lo storico non sono «responsabili dinanzi a nessun nuovo tribunale appunto perché, uomini del passato, e come tali oggetto solamente di storia, non sopportano altro giudizio che quello che penetra nello spirito dell’opera loro e li comprende». Sovrapporre considerazioni morali al giudizio storico è dunque un errore categoriale.

 

Prese insieme, la posizione di Lord Acton e quella di Benedetto Croce illustrano un’opposizione che emerge quasi sempre quando si discute di un personaggio del passato. Da un lato, c’è chi sostiene che non c’è differenza tra giudizio storico e morale. Dall’altro, c’è chi ritiene che invece i due vanno tenuti distinti. La morale assolve o condanna, la storia tenta di comprendere. A chi obietta che il secondo modo di intendere il giudizio storico avvalorerebbe il motto “tout comprendre c’est tout pardonner”, Croce replicava che gli uomini del passato ormai stanno «di là dalla severità e dall’indulgenza come dal biasimo e dalla lode». Una visione della storia severa e austera, che non è affatto meno esigente di quella permeata di moralità di Lord Acton.

 

Per chi coltiva il “senso della realtà” non c’è dubbio che la posizione espressa da Croce appare più persuasiva. Effettivamente c’è qualcosa che disturba nella foga di certa “storiografia tribunalizia” – l’espressione è del filosofo napoletano – che non aspira ad altro se non ad assolvere o a condannare. Tuttavia, proprio il “senso della realtà” ci spinge a mettere in questione l’austerità della concezione del giudizio storico di Croce. Lo spunto ci viene dagli scritti di Isaiah Berlin, un filosofo che ha riflettuto su molti dei temi che appassionavano Lord Acton e Croce e che ben conosceva gli scritti di entrambi sulla storia. Berlin osserva che per comprendere le azioni di un personaggio storico dobbiamo necessariamente metterci in una prospettiva morale, perché non abbiamo altre categorie – se non quelle che impieghiamo normalmente per valutare l’azione di una persona – da impiegare per ricostruirne le vicende. Nella storia, come nella vita quotidiana, descrivere e valutare si intrecciano in modo indissolubile. Certo questo non vuol dire affatto che compito dello storico sia condannare o assolvere una persona. Ma ciò non dipende dalle peculiarità della storia rispetto alla morale, che pure ci sono come giustamente rilevava Croce.

 

Nemmeno la morale prevede tribunali. Giudicare moralmente l’azione di una persona comporta prendere in considerazione le ragioni che essa aveva per agire come ha fatto, e valutarne il peso e la cogenza in una prospettiva – per quanto possibile – impersonale. Nella gran parte dei casi, uno sguardo attento alle sfumature dell’agire rivela ragioni in conflitto che non ammettono composizione. Adempiere a un’obbligazione a volte impone di trascurarne altre. Berlin chiama questa posizione “pluralismo dei valori”. Biasimo e lode vengono distribuite lungo diverse dimensioni dal giudizio morale che in questo è ben diverso da una sentenza.

 

Pubblicato su Il Riformista il 17 gennaio 2010


5 gennaio 2010

Questioni morali

 

«Mentre il Codice Penale vieta rigidamente di far conoscere i risultati d’istruttoria; pare che in questo caso essa fosse condotta davanti agli occhi di tutti, ed ogni sera i giornali riferivano ciò che avveniva nel Gabinetto del giudice istruttore, e gli somministravano incitamenti e consigli, sempre dati nel senso a me ostile». Chi scrive è un uomo politico di spicco – è stato diverse volte Capo del Governo – che rievoca il proprio coinvolgimento in uno scandalo politico-finanziario che lo ha costretto a dimettersi da Primo Ministro e, due anni dopo, a rifugiarsi all’estero per sfuggire all’arresto che rischiava in quanto indagato per ben quattordici capi d’accusa.

 

Vi ricorda qualcosa? La vicenda di cui parliamo si svolge a Roma all’inizio degli anni novanta, ma non del novecento. L’autore del brano che abbiamo appena letto è infatti Giovanni Giolitti. A più di vent’anni dai fatti, l’anziano uomo politico ricostruisce in un memoriale autobiografico il proprio ruolo nello scandalo della Banca Romana, difendendosi dall’accusa di essere stato al corrente delle irregolarità commesse dagli amministratori dell’istituto di credito, e di aver tentato di impedire l’arresto di uno di loro, il governatore Bernardo Tanlongo, proponendolo per la nomina a senatore. La Banca Romana era una delle sei banche locali che avevano conservato il ruolo di istituto di emissione anche dopo l’unificazione politica del paese.

 

Per via della loro natura legale di enti di diritto privato e del radicamento territoriale, queste banche erano inevitabilmente sensibili alle sollecitazioni esterne e agli equilibri di potere locali, che ne condizionavano l’operato. La Banca Romana, in particolare, aveva elargito in modo disinvolto finanziamenti ai costruttori che, dopo la presa di Porta Pia, si erano impegnati nel colossale affare della trasformazione di Roma in una metropoli che avrebbe dovuto reggere il confronto con le altre capitali europee. Inoltre, essendo la banca di Roma, l’istituto divenne ben presto anche il punto di riferimento della politica nazionale, finanziando largamente diversi uomini politici di spicco e perfino re Umberto.

 

Lo scandalo della Banca Romana scoppia in un momento di profonda crisi politica per il paese. La poesia risorgimentale cede il posto alla prosa di un’unificazione voluta soprattutto da un’avanguardia di intellettuali e patrioti. Tra questi c’era anche Francesco Crispi, l’ex garibaldino che presiede il Consiglio dei Ministri nel 1889, quando una commissione d’inchiesta – il cui rapporto viene tenuto segreto dal Governo e viene rivelato solo tre anni dopo dal deputato radicale Napoleone Colajanni che ne era venuto in possesso – si accorge che ci sono pesanti irregolarità nella gestione dell’istituto di credito romano. Profondamente deluso dall’esperienza dei primi anni di regime parlamentare, segnati da una perdurante instabilità dei governi, da gravi problemi di ordine pubblico e da una politica estera avventurosa dai risultati inferiori alle aspettative, Crispi avverte la tentazione di forzare la mano. Chiede, e ottiene dal Re, il rinvio delle elezioni, e introduce misure che aumentano i poteri dell’esecutivo e riducono la libertà della stampa.

 

Quando Giolitti si rifugia in Germania per non essere arrestato l’Italia appare a diversi osservatori sull’orlo del baratro. C’è perfino chi, come il corrispondente del Times, sostiene che il paese sarebbe pronto ad accettare una dittatura a vita di Crispi pur di por fine al disordine, agli attentati – nel marzo del 1894 una bomba esplode davanti a Montecitorio – e alla minaccia costituita dall’instabilità parlamentare e dai movimenti rivoluzionari, anarchici e socialisti, che prendono piede soprattutto al nord.

 

L’ipotesi del giornalista britannico non si avvera. Nel 1895 ci saranno nuove elezioni, e il paese rimane nel solco della democrazia parlamentare. Rientrato in patria, Giolitti si lascia alle spalle le inchieste giudiziarie per diventare il più importante leader politico italiano, fino al punto da dare il proprio nome a un periodo della nostra storia, l’età Giolittiana. Eppure, a distanza di tanti anni, e con una straordinaria carriera alle spalle, egli sente ancora il bisogno di discolparsi quando scrive il proprio memoriale. Ricostruisce con puntiglio le vicende dello scandalo, si lamenta del modo in cui hanno operato i giudici, si difende. Pesa indubbiamente l’accusa di essere stato, insieme a Crispi, tra i politici che avevano tratto vantaggio dai finanziamenti della Banca Romana. L’essere stato coinvolto da quella che il deputato radicale Felice Cavallotti chiama «la questione morale» (un’espressione destinata a ritornare nella politica italiana). L’essere indicato come un leader eccessivamente disinvolto nei confronti della corruzione dilagante nel paese, al punto da venir apostrofato da Gaetano Salvemini come «il ministro della malavita».

 

Non c’è dubbio che Giolitti fosse un realista. Nello stesso memoriale egli scrive: «[...] le leggi devono tener conto anche dei difetti e delle manchevolezze di un paese [...]. Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito». La sua è la filosofia politica di un conservatore, che comprende che le grandi trasformazioni sociali e economiche in corso tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo sono inarrestabili, e cerca di fare il possibile per assecondarle in modo che non minaccino la stabilità del paese. Come altri conservatori europei egli tenta di erodere il consenso della sinistra radicale promuovendo riforme che pongono le basi per la via italiana al Welfare State.

 

Ciò nonostante Giolitti non riesce a vincere la sfida più importante, quella di consolidare la democrazia parlamentare nel nostro paese. Dal 1861 al 1900 in Italia si susseguono trentacinque governi. La corruzione della politica alimenta la sfiducia di vasti settori dell’opinione pubblica nei confronti del parlamento e la disaffezione verso la democrazia. La crisi di fine secolo e le prima guerra mondiale daranno il colpo di grazia all’esperimento liberale. Quando scrive il proprio memoriale Giolitti è ormai un uomo del passato, il futuro appartiene a un demagogo ex socialista, che usa spregiudicatamente le sue indiscutibili abilità di comunicatore.

 

Giolitti muore il 17 luglio del 1928. Pochi mesi prima si era recato in Parlamento per l’ultima volta, per prendere la parola contro la legge che recideva l’unico tenue legame del nuovo regime fascista con la democrazia parlamentare. Sconfitto in politica, moralmente condannato da chi aveva una concezione più rigida dell’etica pubblica, Giolitti viene ben presto riabilitato. Già nel 1931, Benedetto Croce lo indica – con Cavour – come un esempio di una classe politica sagace e prudente, animata da grande «amor della patria e dello stato» e dotata de «l’ardimento d’imprendere o di accettare le innovazioni che si chiedevano per l’avanzamento del popolo». Scrivendo in pieno regime Fascista, Croce richiama i suoi lettori al «dovere di gratitudine» nei confronti di questi leader, anche per «espiazione» – e qui il riferimento è a Giolitti – «degli ingiusti giudizi, che le disfrenate passioni di parte fecero dare sovente di quegli uomini, delle contumelie e delle calunnie onde furono assaliti, della superficialità con la quale, per alcuni mali non sempre evitati o evitabili e pei cosiddetti “scandali” che ne seguivano, si gettava una sorta di diffidenza e scredito sopra intere classi politiche, le quali adempivano nobilmente il proprio dovere». Parole forti. Un giudizio condizionato dal momento, potrebbe dire qualcuno.

 

Eppure quello di Giolitti non è l’unico caso di un uomo politico discusso e discutibile – si pensi a Jaruzelski o a Nixon – cui la storia ha restituito in parte l’onore riconoscendo che le sue manchevolezze non furono quelle del comune malfattore, ma piuttosto quelle di chi è responsabile della stabilità o della sicurezza di un paese in una situazione difficile, e deve fare i conti con una realtà che non ha determinato, accettando il rischio di sporcarsi le mani nel farlo.

 

Pubblicato su Il Riformista il 5 gennaio 2010


3 gennaio 2010

Una stagione costituente?

 

A giudicare dalle prime reazioni al messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica si direbbe che qualcosa sta cambiando nella politica italiana. Non è più uno scandalo ipotizzare riforme condivise tra maggioranza e opposizione. Anche se non mancano – a destra e a sinistra – i nemici del dialogo, da qualche tempo la prospettiva di un compromesso che ponga le basi per un nuovo spirito di collaborazione tra le forze politiche che sono intenzionate ad affrontare la sfida di tali riforme viene indicata da molti come l’unica via d’uscita ragionevole da una situazione di stallo che corre il rischio di arrecare seri danni alla stabilità del paese.

 

L’aggressione a Silvio Berlusconi è stata, in tal senso, un punto di rottura. L’immagine del volto insanguinato del Presidente del Consiglio è diventata il simbolo di un deterioramento inaccettabile del costume civile degli italiani, una degenerazione cui bisogna opporsi prima che produca effetti che potrebbero essere difficili da controllare. Per contrastare questa tendenza non basta, come sostengono alcuni, mettere mano alle diverse riforme che da più parti si segnalano come necessarie, da quelle economiche a quelle istituzionali e costituzionali. C’è bisogno di qualcosa di più, di un nuovo spirito costituente. La determinazione limpida e ferma, da parte delle principali forze politiche presenti in parlamento, di por fine alla lunga transizione che stiamo vivendo dai primi anni novanta, per raggiungere finalmente un assetto politico stabile.

 

Siamo dunque alle soglie di una stagione costituente? Per il momento l’unica certezza è che settori della maggioranza e dell’opposizione manifestano una disponibilità al dialogo dopo mesi di polemiche e accuse reciproche, ma è ancora presto per valutarne le conseguenze. Ci sono diverse cose che possono andar male, condannando al fallimento la prospettiva di riforme istituzionali e costituzionali condivise. Un primo ostacolo molto serio è stato evidenziato da Angelo Panebianco. Nonostante le intenzioni di Pier Luigi Bersani, che sembra interessato alla prospettiva del dialogo con la maggioranza, la situazione interna del PD non è affatto propizia per un’iniziativa che richiederebbe grande coesione interna e chiarezza degli obiettivi da raggiungere. Un partito debole e diviso non è un interlocutore credibile per una trattativa, e corre il rischio anzi indurre in tentazione chi – tra gli esponenti della maggioranza – vuole usare il dialogo in modo strumentale. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni di queste settimane si intravedono atteggiamenti di questo tipo. Un secondo ostacolo alla prospettiva di riforme condivise potrebbe essere lo stesso Silvio Berlusconi. Per quanto l’aggressione lo abbia comprensibilmente provato, è presto per dire fino a che punto essa ha inciso sul carattere e sulle opinioni del leader del PdL. Berlusconi fino ad ora è apparso incapace di concepire un futuro nel quale egli non ha un ruolo, e questo non è l’atteggiamento migliore per ragionare sul lungo periodo. Perché l’auspicata stagione costituente abbia successo, oltre a un’opposizione forte, ci vuole anche una maggioranza capace di pensare in modo impersonale.

 

Questa è la differenza cruciale tra riforme come quelle che incidono sul funzionamento dei mercati o di certi settori della pubblica amministrazione e un più complessivo disegno di riorganizzazione di settori fondamentali della vita pubblica come la giustizia, oppure vere e proprie modifiche della costituzione. Mentre le prime si possono fare, e normalmente si fanno, con una maggioranza politica, le seconde dovrebbero essere condivise e sostenute da uno schieramento non partigiano. Una leadership politica forte – e quella di Berlusconi non è detto che lo sia, nonostante la maggioranza nominale di cui gode in questo momento in parlamento – può certamente incidere in modo significativo su settori come le pensioni, il lavoro o la scuola, portando avanti la propria idea di società. Lo hanno fatto in passato la Thatcher e Reagan nei rispettivi paesi, con effetti duraturi e talvolta salutari. Meno accettabile sarebbe l’idea di una maggioranza politica che riscrive da sola le regole della costituzione o di un settore delicato come quello dell’amministrazione della giustizia.

 

Per affrontare questo secondo tipo di riforme ci vuole qualcosa di più che una semplice maggioranza parlamentare. Ci vuole un accordo che le diverse parti politiche possano riconoscere come equo nel senso che promuove un atteggiamento di “fair play” tra le forze e i poteri che contribuiscono in vario modo al processo democratico. Chi affronta una revisione costituzionale dovrebbe essere in grado di assumere un punto di vista imparziale – come se scegliesse sotto un “velo di ignoranza” – che non tenga conto del proprio tornaconto.

 

Che questo ideale sia realizzabile date le condizioni attuali del costume civile degli italiani non è affatto certo. Tuttavia, questo è il senso ultimo della sfida che abbiamo di fronte, e questo è il banco di prova su cui si misurerà la capacità dell’attuale leadership di maggioranza e opposizione di essere moralmente all’altezza del proprio compito.

 

Pubblicato su Il Riformista il 3 gennaio 2010

 

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