.
Annunci online

Brideshead
il blog di Mario Ricciardi


Diario


24 luglio 2009

Identità nazionale



Nel nostro paese l’identità nazionale è un tema spinoso. C’è, ma si preferisce non parlarne, come le malattie trasmesse sessualmente. A pensarci bene la cosa è del tutto comprensibile. L’Italia era uscita prostrata dalla seconda guerra mondiale. L’armistizio e il cambio di fronte non ci avevano risparmiato l’umiliazione di un’occupazione militare che – per quanto amichevole – lasciava poche illusioni riguardo al giudizio che i nuovi alleati davano della nostra condotta nel recente passato. La facile ricerca di un capro espiatorio per la rovina del paese ha portato ben presto a identificare nel nazionalismo la causa remota del disastro della politica fascista. Non era stato il nazionalismo il brodo di coltura ideale per il fascismo? La “vittoria mutilata” e i sogni di espansione coloniale non avevano forse favorito il consolidamento del consenso per Mussolini, che prometteva di vendicare i “torti” subiti alla fine della Grande Guerra, dando finalmente soddisfazione al desiderio di avere un “posto al sole” di una parte considerevole degli italiani? L’Italia del dopoguerra non ripudia il Risorgimento, ma nemmeno lo rivendica. Del resto – con l’eccezione della sparuta pattuglia dei “laici” – la maggior parte delle forze politiche che sono rappresentate nel parlamento repubblicano affondano le proprie radici nel periodo seguente all’unità, e non hanno interesse a rivendicare una storia cui sono sostanzialmente estranee se non, come fanno socialisti e comunisti, in chiave strumentale. L’uso di Garibaldi come simbolo del Fronte Popolare e il suo recupero come nume tutelare da parte di Bettino Craxi sono operazioni ideologiche, che mettono tra parentesi la dimensione liberale e nazionale del Risorgimento. Nella realtà storica, le camice rosse dei garibaldini devono il proprio successo alla diplomazia di Cavour e al contributo dell’esercito piemontese. Ancor meno disposti a rivendicare il Risorgimento sono i democristiani, che devono fare i conti con il trauma, mai del tutto assorbito dalla Chiesa, della soppressione violenta del potere temporale dei Papi.

Da questo punto di vista, il referendum istituzionale è un passaggio cruciale. Non è un caso che molti liberali di cultura risorgimentale votano per la monarchia. Liquidati i Savoia, diventa più difficile ricordare il Risorgimento come storia condivisa perché le omissioni necessarie a rendere credibile la nuova versione dell’unificazione politica d’Italia sono troppe per non saltare all’occhio. L’oblio del Risorgimento non nasce con la Lega. Al contrario, sono proprio decenni di celebrazioni di maniera a rendere possibile il tentativo leghista di riscrivere la storia patria riportando indietro l’orologio a prima che il movimento che conduce all’unità avesse inizio. Le risorse simboliche messe in campo dalla Lega – dal Carroccio ai fantasiosi riti celtici – trovano spazio in una cultura pubblica che ha già dimenticato da tempo le ragioni dell’unità. Oltretutto, vale la pena di ricordare che Bossi e compagni da questo punto di vista non inventano niente. Si limitano a formulare nei dialetti delle valli subalpine lo stesso populismo delle “piccole patrie” di cui si sono alimentati diversi movimenti indipendentisti o neoborbonici nati dall’altra parte dello stivale. La rivolta del Nord viene spesso interpretata come l’effetto dell’insofferenza che le regioni economicamente e socialmente più avanzate del paese hanno sviluppato nei confronti di un parlamento troppo attento alle rivendicazioni clientelari della politica meridionale.

C’è del vero in questa diagnosi, ma si tratta comunque di una lettura parziale. Nel ribellarsi, il nord si mette sulla stessa strada percorsa il modo fallimentare dal meridione. La strada di quella che Raffaele La Capria ha chiamato la “storia bloccata”. L’illusione che sia possibile arrestare il declino civile e economico tornando indietro a un’illusoria età dell’oro interrotta brutalmente dalla conquista savoiarda.

Gli occasionali riferimenti a Cattaneo non possono trarre in inganno. Bossi e la Lega sono parenti stretti del comandante Lauro e di Angelo Manna. Cresciuti e nutriti da una classe dirigente che per convenienza aveva messo tra parentesi la storia del proprio paese. Cancellata l’Italia, rimanevano soltanto gli italiani. Ciascuno per conto suo, con i propri interessi di bottega e di partito, i propri figli da sistemare e il mutuo da pagare. Pronti a sventolare la bandiera soltanto in occasione delle partite di calcio, per dimenticarsene subito dopo.

Parlando di rimozioni, c’è n’è un’altra che ha molto a che fare con quella del Risorgimento e dell’unità d’Italia. Da alcuni anni, e con rinnovata intensità negli ultimi mesi, i soldati italiani sono impegnati in prima linea in guerre non dichiarate, ma non per questo meno cruente, in cui è in gioco l’interesse nazionale. Basta aprire un giornale o assistere a un notiziario televisivo britannico per avere un’idea di quel che in questo mesi stanno passando i “nostri ragazzi” in Afghanistan. Eppure qui da noi quasi non se ne parla. Solo, di tanto in tanto, la notizia di un nuovo caduto e la celebrazione di un altro funerale riportate in modo da omettere scrupolosamente ogni riferimento a ciò che il defunto era andato a fare in quel paese: cioè a combattere.

Un paese che non riesce a onorare fino in fondo il valore dei propri soldati di oggi non può nemmeno celebrare credibilmente gli eroi del passato.

Pubblicato su Il Riformista il 24 luglio 2009


23 luglio 2009

Gossip

Da qualche tempo si sente dire che la cronaca politica ormai si intreccia, e talvolta perfino si confonde, con il pettegolezzo. In effetti, leggere sui principali quotidiani nazionali le storie di letto – o di lettone – di alcuni nostri governanti fa una certa impressione a chi ricorda cos’era la politica italiana ancora non molti anni fa. Berlusconi non è certo il primo presidente del consiglio le cui prodezze amatorie diventano argomento di conversazione, ma dubito che qualcuno dei suoi predecessori avrebbe scelto una rivista di “gossip” per difendersi dalla malelingue. Per i nostalgici del buon tempo andato si tratta di un ulteriore sintomo della nostra decadenza, ma c’è poco da fare. Anche chi storce il naso è costretto a fare in conti con la mutata sensibilità degli italiani. Oggi le tradizionali distinzioni tra “alto” e “basso” nella politica e nella cultura sono cadute in disuso, e non c’è direttore di giornale o di telegiornale che possa permettersi il lusso di ignorare i gusti del pubblico. Probabilmente ci sarà un giorno in cui rimpiangeremo il passato. Ma temo che quel giorno non sia affatto imminente. Nel frattempo, non ci rimane altro che dolerci pensando che la conquista della politica da parte del gossip è avvenuta a caro prezzo. Per espugnare le resistenze culturali che secoli di democrazia hanno posto a presidio della rispettabilità della politica, il pettegolezzo ha dovuto mutare profondamente la propria natura, perdendo buona parte delle caratteristiche che ne facevano – se non una forma d’arte – almeno un intrattenimento di qualità che, per altro, svolgeva anche una funzione sociale di qualche rilievo. Secondo lo psicologo Robin Dunbar, la stessa evoluzione del linguaggio è stata in parte determinata dal pettegolezzo. Dunbar sostiene che lo scopo del parlare è essere in grado di portare avanti ciò che le zie vittoriane chiamavano “small talk”. Un genere di conversazione che secondo gli evoluzionisti produce coesione sociale e mitiga il conflitto. Chiacchierare del più e del meno, magari lasciando cadere qualche pettegolezzo sul prossimo, avrebbe nelle società umane la stessa funzione che spulciarsi a vicenda ha per primati meno loquaci di noi. A pensarci bene, se non è vera, la cosa è comunque verosimile. Parlare delle vicende private di un uomo di potere lo rende meno unico, più vicino, attenua sia il timore sia l’odio. Se Dio non si può nominare invano, ci rimane comunque il resto dell’umanità di cui discutere, e possiamo star tranquilli che non ci mancheranno gli argomenti di conversazione. Con la nascita del salotto, agli albori della modernità, il pettegolezzo fa un salto di qualità. Diventa più sofisticato, in un certo senso si nobilita, e non riguarda più soltanto i potenti. Pare che perfino Hegel non disdegnasse l’occasionale battuta sull’uomo – o sulla donna, giacché nel frattempo anche le signore sono entrate in società – del giorno. Una delle maggiori difficoltà che incontra lo storico del gossip è che, a differenza di altre forme di espressione, questa è inerentemente volatile. Prima dei registratori il pettegolezzo aveva vita breve. Si consumava nello spazio di una serata, o al massimo di qualche settimana. Se non dava origine a uno scandalo, entrando nel dominio delle notizie, si dissolveva come la nebbia al mattino, lasciando tracce durature soltanto nelle suscettibilità ferite di qualcuno e negli epistolari, da cui sarebbe riemerso dopo anni per diventare storia minore o documento di costume. Nell’epoca d’oro del gossip, che dura fino alla seconda metà del novecento, lo stile ha una certa importanza. Apprezzate sono l’allusione, il gioco di parole, la sfumatura e l’inflessione. Da evitare l’espressione grafica o la volgarità. Del tutto escluse foto o registrazioni, che rientrano in un genere di indiscrezione del tutto diverso, che ha che fare piuttosto con il ricatto. La differenza emerge limpida nel caso di Oscar Wilde: principe del gossip, ama che si parli di lui nei salotti, ma finisce rovinato quando la sua vita privata da oggetto di conversazione brillante diventa materia del contendere in tribunale. Questo ci riporta ai giorni nostri. Oggi il gossip usa gli stessi metodi del ricattatore della Belle Epoque, potenziati dagli sviluppi della tecnologia. Non si limita a intercettare lettere, ma registra conversazioni e scatta foto. Vuole le prove. Dai salotti, il pettegolezzo del nuovo millennio si trasferisce nelle aule giudiziarie, dove non c’è spazio per le sfumature.

Pubblicato su Il Riformista il 23 luglio 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Gossip

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 23/7/2009 alle 16:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 luglio 2009

Giudici Globali?



Nel concludere le sue osservazioni su un libro recente di Sabino Cassese che discute l’emersione e la crescente importanza delle giurisdizioni internazionali, Sergio Romano osserva che il fenomeno di cui si occupa lo studioso, che attualmente è uno dei membri della Corte Costituzionale del nostro paese, pone problemi di grande rilievo per le democrazie. C’è, si chiede Romano, il rischio che esse si trasformino in “jurecrazie”? La questione non è affatto peregrina, ed è stata già sollevata in modo autorevole da diversi studiosi. Per fare solo l’esempio degli Stati Uniti, la domanda se la sono posta sia un giudice di orientamento conservatore come Robert Bork sia un costituzionalista progressista come Cass Sunstein. Pur con accenti diversi, entrambi hanno sottolineato che il problema della legittimità del diritto – che le democrazie tradizionalmente hanno risolto, almeno in linea di principio, attraverso i meccanismi della rappresentanza – è destinato a risorgere qualora si accettasse l’idea che ci sono giurisdizioni che applicano regole che non sono state deliberate da alcun parlamento, e che talvolta sono soltanto il prodotto del ragionamento dei giudici a partire da standard formulati in maniera vaga e spesso niente affatto perspicua. Tra le righe dell’intervento di Romano si legge lo scetticismo di un conservatore che diffida di poteri che non rispondono a nessuno e a cui non corrispondono contrappesi istituzionali che siano in grado di moderarne gli eccessi. Si tratta di una perplessità condivisibile. Non è certo nostra intenzione negare che la ricostruzione proposta da Cassese sia persuasiva, e che il fenomeno che egli descrive sia destinato a segnare una genuina trasformazione nel nostro modo di pensare il diritto. Ciò che ci pare meriti l’attenzione di chi ha a cuore le sorti del liberalismo non è il fatto illustrato da Cassese, ma le conseguenze che ne traggono alcuni. Anche chi crede che ci sono standard morali non soggettivi per valutare la bontà del diritto positivo – e molti liberali ne sono convinti – ha un sussulto al pensiero che le proprie vicende personali siano decise da giudici che non rispondono a nessuno. Specie quando essi sono, come accade normalmente, persone che hanno una preparazione esclusivamente tecnica che li rende probabilmente del tutto inadatti a una funzione che richiederebbe oltre che sapere anche saggezza. Un grande giudice britannico del diciassettesimo secolo, sir Edward Coke, difendeva le prerogative della giurisdizione contro quelle del sovrano richiamando il carattere di “ragione artificiale” del diritto. Tuttavia, i giudici di cui Coke prendeva le parti contro la pretesa di Giacomo I di essere l’unica fonte del diritto positivo si alimentavano della grande tradizione filosofica del diritto naturale e cercavano di non perdere mai di vista “la natura delle cose”. Oggi i sistemi con cui si selezionano i giudici non sono necessariamente i più adatti a coltivare l’equilibrio e la cultura che sarebbero necessarie per l’ideale che aveva in mente Coke. In tali circostanze, la prudenza suggerisce di tenersi leggi imperfette e giudici delle competenze limitate.

Pubblicato su Il Riformista il 19 luglio 2009


17 luglio 2009

Professionisti della politica

Non sappiamo se Beppe Grillo riuscirà del suo proposito di candidarsi alla segreteria del PD. Nei giorni scorsi un impedimento formale l’ha costretto a rinunciare, ma c’è da scommettere che nei prossimi giorni il comico genovese potrebbe tornare alla carica. Per il momento ha comunque ottenuto un risultato considerevole dal suo punto di vista, costringendo buona parte dei dirigenti e dei candidati alla segreteria a mettersi sulla difensiva scoprendo il fianco all’accusa di essere “professionisti della politica”, burocrati il cui solo scopo è quello di difendere la propria posizione di potere impedendo l’accesso alla leadership a chi non è già parte dell’apparato di partito. C’è una crudele ironia nella difficoltà in cui si trovano gli oppositori di Grillo nel PD. Alcuni di loro hanno infatti assecondato negli ultimi mesi proprio gli umori che ora l’uomo di spettacolo cerca di sfruttare a proprio vantaggio, elevando la figura dell’outsider al ruolo di deus ex machina il cui intervento potrebbe risolvere miracolosamente una situazione di crisi che appare senza via di uscita. L’ha fatto Veltroni, da ultimo nella scelta dei candidati alle elezioni politiche. Ha continuato a farlo Franceschini dopo la sconfitta alle europee, presentando la propria candidatura alla segreteria come il tentativo di impedire il ritorno di “quelli che c’erano prima”. Lo sta facendo Ignazio Marino che presenta la propria estraneità alla politica come un merito di cui vantarsi e una garanzia per il futuro. Alla luce dello stesso atteggiamento si spiega lo spazio concesso a candidate come Marianna Madia – a proposito, che fine ha fatto? – o Debora Serracchiani. Non è un caso che lo stesso Grillo ha indicato nella seconda la propria interlocutrice privilegiata nel partito, riuscendo anche in questo caso a mettere in difficoltà chi vorrebbe liquidarlo come un provocatore che non ha alcuna speranza di essere preso sul serio.

Come siamo arrivati a questo punto? Come è possibile che un partito che ha ancora al proprio interno persone che hanno una considerevole esperienza politica si sia fatto mettere con le spalle al muro in questo modo? La degenerazione cui stiamo assistendo – perché di questo si tratta – ha le proprie origini nella vicenda di tangentopoli. La stagione delle inchieste giudiziarie in cui viene messo sotto accusa un intero ceto di professionisti della politica è quella in cui matura in una parte dell’opinione pubblica di questo paese la convinzione che chi “vive di politica” – per riprendere l’espressione di Max Weber – è per definizione un parassita dedito unicamente al proprio tornaconto personale, e che l’unico modo per liberarsi di corruzione e malgoverno è l’ingresso della “società civile” nei “palazzi della politica”. Nell’atmosfera di quei mesi, resa incandescente dall’indignazione giustificata per ruberie e inefficienze, ma allo stesso tempo inquinata dal risentimento, si afferma l’idea che tutti i problemi del paese si sarebbero risolti azzerando una classe dirigente che a molti appare ormai soltanto una “classe digerente” la cui fame di soldi e di potere non conosce limiti. Da questa convinzione traggono alimento le fortune sia della Lega e di Silvio Berlusconi, sia di Antonio Di Pietro. A questo spirito del tempo di tangentopoli i partiti storici non riescono a opporsi. Alcuni vengono travolti dalle inchieste e periscono di una morte indegna del proprio passato. Altri cercano di sopravvivere, ma senza avere la forza di contrastarla in modo efficace. L’alternativa è passare dalla parte del vincitore, saltando al volo sul carro del Berlusconi trionfante, o assecondare la corrente nella speranza di incanalarla per mettere insieme una forza politica che consenta ai sopravvissuti al naufragio di trovare riparo prima o poi in acque più tranquille. Spinti dalla necessità, e probabilmente privi di una reale convinzione, alcuni dirigenti della DC e del PCI cominciano una faticosa traversata di cui il Partito Democratico è – per ora? – l’approdo. Ciò avviene comunque senza mai mettere in discussione le premesse dell’ideologia della “società civile”. Anzi tentando di fruttarla affidandosi di volta in volta a leader che, se non proprio degli outsider, appaiono almeno quasi nuovi.

C’è in questa ricerca del “nuovo” anche il tentativo di seguire l’esempio dello stesso Berlusconi, che non manca mai di sottolineare la propria estraneità alla politica, il suo essere uno che viene dalla società civile, un imprenditore che si è fatto da sé. In realtà, anche questo è un errore. In primo luogo perché il successo imprenditoriale di Berlusconi nell’Italia degli anni ottanta sarebbe incomprensibile senza una straordinaria capacità di fare politica fuori dal parlamento, intessendo rapporti, cercando alleanze, costruendo un consenso per garantirsi uno spazio in un paese dove non è possibile produrre o vendere niente senza l’assenso dei partiti. Poi perché, quando entra in politica, Berlusconi diventa un professionista la cui abilità si manifesta nell’intelligenza con cui riesce a cambiare il modo in cui si esercita la professione che ha scelto.

La crisi del PD, e il fallimento della suo gruppo dirigente, non dipende dalla chiusura alla “società civile”. Piuttosto essa è la conseguenza dell’incapacità di proporre un modo migliore di intendere la professione della politica.

Pubblicato su Il Riformista il 17 luglio 2009


15 luglio 2009

Troppo ignoranti?

Aumento dell’ignoranza – come sostiene Paola Mastrocola su La Stampa – o ritorno alla severità? Difficile dare un’interpretazione affidabile dei risultati della maturità. Un dato numerico che non è accompagnato da una ricostruzione dei fattori che possono spiegarlo non è sufficiente per stabilire che c’è una tendenza in un senso o nell’altro. Le polemiche che hanno seguito la pubblicazione dei risultati del baccalaureato francese di quest’anno sono in tal senso significative: un aumento dei promossi può essere in parte il risultato di una modifica nel modo di aggregare i dati piuttosto che un segnale del livello di preparazione degli studenti. Inoltre, l’aumento dei bocciati nel nostro paese non è tale da far supporre che ci sia stato un cambiamento duraturo negli atteggiamenti dei docenti. Tuttavia, pur con le dovute cautele, qualche osservazione su ciò che sta succedendo nelle nostre scuole possiamo farla, partendo dalle reazioni e dai commenti.

Da un lato c’è chi vorrebbe accreditare questi risultati come la conferma dell’effetto benefico degli interventi voluti dal ministro della Pubblica Istruzione. La stessa Maria Stella Gelmini ha salutato l’aumento delle bocciature parlando di “un ritorno del merito”. Dall’altro c’è chi se la prende con i limiti della scuola o con quelli dei metodi di valutazione impiegati agli esami. Si afferma – lo ha fatto Eraldo Affinati su Il Corriere della sera – che per giovani abituati a ragionare in modo “associativo” piuttosto che “deduttivo” il sistema di giudizio adottato non sia adeguato. Forse la realtà sta nel mezzo. Difficile immaginare che gli interventi del ministro Gelmini abbiano provocato in così poco tempo effetti significativi. Anche perché stiamo parlando in molti casi di provvedimenti soprattutto di carattere simbolico. C’è una certa ingenuità – o forse il desiderio di segnare un punto nella battaglia per i titoli dei giornali – nell’affermazione che docenti demoralizzati e pagati male abbiano improvvisamente un sussulto di orgoglio solo perché il ministro competente annuncia qualche cambiamento nel modo in cui funzionano le scuole in cui essi lavorano. Anche perché molti di questi insegnanti sono abituati alle svolte annunciate e non realizzate e al passaggio dei ministri senza che la situazione della scuola migliori. Solo una fiducia smodata nel potere taumaturgico della leadership di Silvio Berlusconi può far credere che tutto cambi solo perché lo desideriamo.

Ciò non vuol dire che abbiano ragione quelli che interpretano i dati come la conseguenza di interventi che stanno peggiorando la scuola. Da questo punto di vista il commento di Paola Mastrocola contiene uno spunto interessante. Non si può escludere, infatti, che ciò a cui stiamo assistendo è la conseguenza di una consapevolezza maturata negli ultimi anni, quando molti insegnanti – e forse anche alcuni genitori – si sono resi conto che la scuola italiana era ormai vicina al punto di non ritorno. Prossima a lasciar andare nel mondo, senza averle formate, persone che ragionano solo per analogia, cioè non ragionano affatto. Fanciulli che hanno un’opinione su tutto, e ne sono soddisfatti, soltanto perché hanno visto un film di cui non ricordano il titolo, o scorso una pagina web.

Chi insegna nelle nostre università conosce bene questo fenomeno, che un ingenuo entusiasmo per la tecnologia e per l’attualità ha alimentato oltre ogni limite ragionevole: “l’ho trovato su internet” è la frase che giustifica qualsiasi scemenza detta da aspiranti Peter Pan cui a scuola nessuno ha spiegato che la maggior parte delle risorse culturali di qualità disponibili sul web non sono accessibili dal proprio account personale, e spesso comunque non lo sono se non a pagamento. Hitler e Bush, le crociate e il nazismo, tutto si assomiglia e infine si confonde per una generazione cui si è lasciato credere che la velocità è l’unica cosa che conta. Che non c’è mai bisogno di rileggere o di fermarsi a riflettere.

Pubblicato su Il Riformista il 15 luglio 2009.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. esami di maturità Gelmini

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 15/7/2009 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 luglio 2009

Global Standard



La proposta del Global Standard – nata da un’intuizione di Giulio Tremonti – sta muovendo i primi passi. La commissione voluta dal ministro delle finanze ha infatti redatto un documento che contiene dodici “principi comuni e standard” la cui adozione dovrebbe contribuire a rilanciare l’economia mondiale verso una “crescita stabile”. In realtà, leggendolo, si ha l’impressione che l’ambizione sia anche quella di mettere a disposizione dei governi e degli operatori economici un modello di come dovrebbero essere regolati certi mercati.

Non ci si preoccupa solo dell’efficienza, ma si insiste anche sulla “fairness” della produzione e degli scambi, con un’attenzione considerevole alle asimmetrie informative tra le parti. L’idea di fondo che ispira il documento è stata più volte illustrata dallo stesso Tremonti: in un’economia globale non è accettabile che le regole siano locali. La possibilità, da parte del grande business, di scegliere di volta in volta le legislazioni e le giurisdizioni più favorevoli, perché meno attente alla tutela dei consumatori, è uno degli ostacoli più seri alla ricostituzione della fiducia degli investitori e quindi alla ripresa dell’economia.

Allo stato attuale non è ancora chiaro in quali forme questi principi, e gli standard che essi contengono, dovrebbero essere adottati. La semplice adesione volontaria da parte degli operatori economici – per quanto importante – non è sufficiente. Senza una garanzia di effettività da parte di un’autorità terza rispetto alle parti è difficile immaginare che essi ottengano l’effetto desiderato. Da questa considerazione nasce probabilmente la prudenza con cui si guarda alla proposta del Global Standard da parte del governo Britannico, che a differenza di quelli Tedesco, Francese e Italiano sembra nutrire qualche perplessità sull’idea proposta da Tremonti. A questa “freddezza” probabilmente non sono estranee differenze culturali tra il Regno Unito e i paesi del continente. Nelle giurisdizioni di common law infatti c’è un’attenzione più forte, rispetto a quelle di civil law, alla dimensione dell’operatività concreta di regole e standard che dipende in buona parte dal modo in cui esse vengono intese da chi ha il compito di applicarle e farle rispettare. L’idea del codice, che per i giuristi continentali si presenta come la soluzione naturale per problemi di semplificazione o di coordinamento normativo, viene considerata oltre Manica con un certo scetticismo. Tale perplessità non è del tutto priva di fondamento. Alcune delle espressioni impiegate nella formulazione dei principi, e prima tra tutte propria la più importante – cioè “fairness” – sono vaghe e potrebbero essere intese in modo anche molto diverso nel contesto di diverse culture pubbliche.

Ciò non vuol dire che la proposta del Global Standard sia da rigettare. La vaghezza e l’apertura del linguaggio con cui si formulano principi normativi è inevitabile, e sarebbe illusorio pensare che una disciplina dettagliata che preveda ogni circostanza sia possibile. Inoltre, l’uso di un linguaggio come quello che è stato impiegato nella redazione dei principi ha il considerevole vantaggio di mettere a disposizione degli operatori e degli interpreti formulazioni sufficientemente elastiche da consentire di articolarle progressivamente alla luce delle conseguenze che in concreto le diverse interpretazioni degli standard dovessero generare. Certo, questo processo di specificazione richiede un’uniformità culturale che oggi non c’è ancora del tutto. Ma questa è soltanto una ragione per essere prudenti, non la dimostrazione che il pessimismo sia fondato.

La sfida lanciata dal Global Standard è di armonizzare e uniformare la disciplina dell’economia collocando le regole su uno sfondo di principi comuni, una sorta di etica pubblica dell’economia, che ne garantisca la giustizia. Un progetto che probabilmente sarebbe piaciuto a John Rawls, anche perché sembra in parte ispirato dallo stesso tipo di approccio che egli ha presentato nella sua teoria della giustizia come “fairness”. Non un codice, dunque, ma piuttosto un insieme di principi da applicare alle principali istituzioni economiche in modo da plasmare una struttura di base della società che sia più giusta e rispettosa dei diritti. Se funzionasse, sarebbe a vantaggio di tutti. Nonostante sia stata proposto da un ministro di un governo di destra, il progetto del Global Standard è stato elaborato con il contributo di alcuni autorevoli esponenti della cultura riformista di questo paese. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i candidati alla segreteria del PD.

Pubblicato su Il Riformista l'otto luglio 2009


2 luglio 2009

Isaiah Berlin e la musica

Isaiah Berlin è stato uno degli intellettuali più affascinanti del ventesimo secolo. Filosofo, storico delle idee, amico fidato e consigliere di uomini politici e membri dell’establishment di diversi paesi, la sua influenza è stata straordinaria, e va ben oltre i confini della vita accademica. Uno degli aspetti forse meno noti – almeno nel nostro paese – della sua poliedrica personalità riguarda la musica. La forma d’arte più amata, con la letteratura, sin dalla gioventù. Di questo interesse ci sono diverse tracce tra i suoi scritti, di cui la più nota è probabilmente il saggio su Verdi – pubblicato nella raccolta Against the Current (1979) – in cui la distinzione tra naiv e sentimentalisch proposta da Schiller diviene la chiave di volta di una ricostruzione dello “spirito” delle opere del grande compositore e del suo rapporto con le idee politiche che animano il risorgimento italiano. Per Berlin, Verdi era “un genio divino che creava in modo naturale come facevano Omero e Shakespeare”.

Con il passare degli anni, la passione per la musica diviene anche uno degli aspetti più importanti della vita pubblica dello studioso. Frequentatore da sempre di concerti e festival in tutta Europa, Berlin si afferma progressivamente anche come punto di riferimento di una delle più prestigiose istituzioni del suo paese, la Royal Opera House del Covent Garden, del cui Board è uno dei membri più influenti. In tale veste, come ricorda il suo biografo Michael Ignatieff, egli propone instancabilmente cantanti, repertori e conduttori. La partecipazione agli eventi della stagione musicale londinese è l’unica costante degli ultimi anni della sua vita, cui rimane fedele fin quando la salute glielo consente.

Non è un caso, dunque, che le celebrazioni del centenario tenute a Oxford siano culminate in un concerto del pianista Murray Perahia organizzato dal Wolfson College, di cui Berlin è stato il fondatore e il primo rettore. Come per la filosofia, anche la musica è per Berlin una manifestazione centrale della cultura di un popolo, che può essere compresa soltanto vivendola dall’interno, cercando di entrare in contatto con gli autori e con la sensibilità che essi esprimono.

Nel caso dei compositori contemporanei, questo approccio lo conduce a cercare e coltivare la compagnia di alcuni tra i più grandi musicisti del novecento, di cui diviene in alcuni casi un amico. Di questo aspetto della vita di Berlin c’è un documento nella lettera a Rowland Burdon-Muller, inclusa nel secondo volume dell’epistolario, curato da Henry Hardy e Jennifer Holmes.



Ne viene fuori un ritratto ironico e affettuoso di Shostakovich nel corso di una sua visita nel Regno Unito. Al compositore Berlin si sente evidentemente legato anche dalla comune origine russa, un tratto della sua identità che lo legherà anche a un altro grande della musica del novecento, Igor Stravinsky.

Pur essendo indubbiamente per inclinazione un eclettico – una volpe piuttosto che un riccio – i gusti musicali di Berlin non sono affetto ecumenici. Se Bach è come il “pane quotidiano”, Puccini non è di suo gradimento. Tra i compositori contemporanei – come dice alla conduttrice di “Desert Island Discs” una delle più importanti trasmissioni musicali della BBC – non sopporta quelli che “grattano sui nervi” dell’ascoltatore. Sul jazz poi non ha dubbi, non gli piace per nulla. Al contrario di Kingsley Amis e Philip Larkin, due esponenti della generazione di “giovani arrabbiati” che frequenta Oxford nei primi anni quaranta, non la considera neanche musica.

Oltre che quella dei compositori, Berlin ama anche la compagnia dei musicisti. Tra questi, bisogna ricordare almeno Alfred Brendel, il pianista di origine croata che diviene uno dei suoi amici più cari. Per l’uomo che avrebbe desiderato avere come padre, Brendel suonerà per l’ultima volta il piano nel corso della commemorazione tenuta dopo la scomparsa di Berlin, nel 1997, alla sinagoga di Hampstead a Londra. Un tributo che Berlin avrebbe apprezzato.

Henry Hardy (a cura di), The Book of Isaiah: Personal Impressions of Isaiah Berlin, Boydell Press, London 2009, pp. 368, £ 25.00.

sfoglia     giugno        agosto
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

diario
Libri
Diario di etica pubblica
Filosofia
Obituaries
Quotes
Reportages
News
Classici

VAI A VEDERE

The Spectator
The Salisbury Review
La Rivista dei libri
London Review of Books
The TLS
The New York Review of Books
Rational Irrationality
Brideshead
Moralia on the web
Il Riformista
Mondoperaio Blog
The Sartorialist
Lord Bonker's Diary


 
 
Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



Qui potete comprarlo

 



Qui ci sono delle recensioni

Qui potete comprarlo

 




Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

CERCA