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il blog di Mario Ricciardi


Diario


29 maggio 2009

The Art of Insulting

 A member of Parliament to Disraeli: “Sir, you will either die on the gallows or of some unspeakable disease”.
“That depends, Sir” – said Disraeli – “whether I embrace your policies or your mistress”.


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24 maggio 2009

Cohen su eguaglianza e giustizia

G.A. Cohen è uno dei più autorevoli filosofi della politica contemporanei. Nato in Canada da genitori di origine russa, Cohen ha studiato presso la McGill University per poi trasferirsi a Oxford, dove è stato fino al 2008 il Chichele Professor of Social and Political Theory e Fellow di All Souls.

Una testimonianza dell’influenza dei suoi scritti e del suo insegnamento si è avuta all’inizio di quest’anno durante una conferenza in suo onore tenuta nel nuovo edificio del dipartimento di politica della sua università.

In tale occasione, alcuni tra i più brillanti filosofi della politica europei e statunitensi si sono incontrati per discutere le idee di Cohen, e in particolare il suo nuovo libro – appena uscito – che fa il punto su più di trenta anni di riflessione dell’autore sul pensiero di John Rawls. Tanto impegno non sorprende alla luce del giudizio che lo stesso Cohen ha dato su A Theory of Justice come un classico che può essere messo sullo stesso piano delle opere principali di Platone e di Hobbes.

Tuttavia, per Cohen, la dedizione allo studio di Rawls non comporta adesione incondizionata alle tesi presentate e difese dal filosofo di Harvard nei suoi scritti sulla giustizia. Al contrario, Rescuing Justice & Equality è una critica serrata di diversi passaggi cruciali della teoria della giustizia rawlsiana. Lo stesso Cohen sintetizza le proprie obiezioni nella spiegazione del titolo scelto per questo libro: salvare il concetto di giustizia dal “costruttivismo” e l’eguaglianza dal “principio di differenza” – due idee cruciali nella teoria della giustizia come fairness del filosofo statunitense.

Un libro importante, che sta facendo e farà discutere, e che piacerà soprattutto ai critici di sinistra di Rawls.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 24 maggio 2009

G.A. Cohen, Rescuing Justice & Equality, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 2008, pp. 430, $ 36.00.

Qui trovate una mia vecchia cosa su Cohen


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20 maggio 2009

Oltre la laicità

Una delle cose che lasciano perplessi del dibattito – intermittente – sul ruolo della religione nella vita pubblica è la valenza quasi esclusivamente simbolica che esso ha assunto da tempo. Ormai si parla della laicità delle istituzioni come se davvero nel nostro paese ci fosse uno scontro tra una Chiesa che pretende di dettare le leggi al parlamento della repubblica e una pattuglia di valorosi difensori della libertà che cercano di contrastarne le mire. Così accade che se il presidente della Camera ricorda l’ovvio, c’è qualche monsignore – o qualche politico che si sente vicino alla Chiesa – che a sua volta interviene per tutelare ciò che nessuno mette in discussione. Eppure tutti abbiamo sotto gli occhi ogni giorno che quella in cui viviamo non è certo una società cristiana, e che un contributo non indifferente a renderla tale l’ha dato proprio l’uomo che in questo momento guida lo schieramento politico cui si attribuisce maggiore sensibilità alle pretese del Vaticano. La triste verità è che i “temi etici sensibili” cui i cattolici giustamente tengono sono spesso la scusa per parlar d’altro usata da una maggioranza che soffre di un ormai patologico deficit di identità politica, cui l’indiscutibile carisma del suo leader non può porre rimedio nel lungo periodo.

Da questo punto di vista, ha ragione Ubaldo Casotto quando scrive che la Chiesa ha ben poco a che fare con i nostri problemi. Certo, una parte del mondo cattolico italiano ha ancora il riflesso condizionato di occupare, quando c’è l’occasione di farlo, lo spazio lasciato vuoto dalla politica indicando o suggerendo il modo migliore – dal suo punto di vista – per risolvere un problema. Tuttavia, raramente questi tentativi si possono imputare direttamente al Vaticano, e comunque il fatto che riescano, quando riescono, è un segno della debolezza della nostre istituzioni piuttosto che della forza della Chiesa cattolica. Quando Casotto ricorda che l’attuale Papa ha riconosciuto esplicitamente il valore del metodo proposto da John Rawls per il dibattito pubblico in una società liberale dice il vero. Semmai il problema è un altro. L’uso della ragione pubblica nel nostro dibattito politico non è limitato dall’ingerenza della Chiesa, ma dalla rimozione di qualsiasi tentativo di discutere dei temi etici affrontandoli come problemi di sostanza e non come l’occasione per riaffermare la propria appartenenza ideologica o per rivendicare la propria credibilità nei confronti di un interlocutore dalla cui benevolenza si spera di ricavare un vantaggio.

Tra l’altro, la recente pubblicazione di alcuni inediti di Rawls sulla religione – e in particolare di uno scritto dal titolo significativo, On My Religion – ci offrono lo spunto per apprezzare la profonda influenza che il cristianesimo ha avuto sul più importante pensatore liberale del ventesimo secolo. In particolare, il riconoscimento della tolleranza come un elemento centrale del liberalismo politico nasce da una riflessione sofferta e profonda sulla storia delle chiese cristiane, e sul male che la pretesa di imporre la fede ha generato.

La separazione tra Stato e Chiesa è il correlato, sul piano istituzionale, della tolleranza. Ma essa non comporta affatto il silenzio delle chiese, e più in generale delle religioni, nella sfera pubblica. Al contrario, è proprio da questa separazione che nasce la possibilità di uno spazio ideale all’interno del quale la fede può interagire in modo fertile con la ragione.

La laicità che oggi si vuole difendere nasce da un compromesso politico il cui scopo era porre fine a uno scontro tra due poteri, ciascuno dei quali reclamava la sovranità sullo stesso territorio. Per estinguere questo conflitto ognuno a rinunciato a qualcosa, tentando a volte di recuperare surrettiziamente ciò che si era perso. Si pensi, tanto per fare un esempio, al modo in cui sono state regolate le competenze sul piano della pubblica istruzione. Lo Stato ha rivendicato il controllo esclusivo sull’educazione. La Chiesa, in cambio del proprio ruolo residuale, ha ottenuto il monopolio di certe materie (come la religione nelle scuole o la teologia nelle Università) e un trattamento di favore sul piano economico.

L’esito, come avviene normalmente con i compromessi, è stato solo un modus vivendi la cui stabilità non dipende dalla condivisione di principi ma dall’equilibrio di poteri. Oggi questo equilibrio non c’è più, e nemmeno ci sono i presupposti perché si riapra il conflitto, quindi c’è lo spazio per un consenso sui principi. Tuttavia, per realizzarlo è necessario lasciarsi finalmente alle spalle la questione della laicità – come l’abbiamo concepita per buona parte della nostra storia nazionale – per porre invece quella della ragionevolezza di certi valori.

Pubblicato su Il Riformista il 20 maggio 2009


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7 maggio 2009

Portrait of an Iron Lady



Quattro maggio 1979. Davanti all’ingresso del numero 10 di Downing Street il leader del partito Conservatore, che ha appena vinto le elezioni, rilascia la sua prima dichiarazione alla stampa. Margaret Thatcher ha cinquantaquattro anni. La sua carriera politica è cominciata ventinove anni prima, quando è stata candidata, senza successo, per il seggio di Dartford, saldamente in mano ai Laburisti. Ciò nonostante, questa ragazza originaria di Grantham, dove il padre aveva un negozio di frutta e verdura, lascia il segno. In primo luogo per l’età, è la più giovane candidata, e poi per lo stile diretto e persuasivo dei suoi interventi in pubblico. A distanza di tanti anni dal suo debutto in politica sarebbe forte la tentazione di leggere la vicenda di Margaret Roberts (solo dopo aver sposato Dennis Thatcher, nel 1951, ha preso il cognome con cui oggi la conosciamo) come una storia di emancipazione femminile, il trionfo di una moglie, e madre di due gemelli, che riesce a imporsi in un mondo dominato dagli uomini come quello della politica britannica e a raggiungere i traguardi più ambiti della vita istituzionale. Facile, ma per certi versi fuorviante. Infatti, a differenza di altri paesi europei, il Regno Unito ha conosciuto nel corso della sua storia diverse figure femminili che hanno avuto un ruolo importante – quando non dominante – nella politica del paese. La più nota è ovviamente Elisabetta I, la regina che ha posto le basi per l’ascesa dell’isola come potenza mondiale, ma non si dovrebbero trascurare tutte le altre, da Beatrice Webb alla Duchessa di Atholl, che – da posizioni meno eminenti – hanno contribuito a plasmare nel bene e nel male la politica del regno.

Per quanto importante, il sesso del nuovo leader dei conservatori non è cruciale per spiegare perché oggi ricordiamo l’anniversario del suo ingresso a Downing Street come un momento storico. Trattandosi del Regno Unito la classe è altrettanto significativa. Come si è detto, Margaret Thatcher “non nasce bene” secondo gli standard dell’establishment britannico. Non solo è figlia di un commerciante, ma viene da una famiglia metodista, permeata dagli ideali di questa versione – particolarmente esigente – del cristianesimo. Certo è stata a Oxford, ma per i “grandees” che ancora governano il partito negli anni cinquanta questo non vuol dire molto, quasi tutti quelli che contano sono stati a Oxford o a Cambridge (tranne Churchill, ma lui appartiene a una classe a parte, e comunque è il cugino di un Duca). Ai membri della leadership non sfugge che la giovane Roberts era a Somerville, dove ha studiato chimica (ancora molti anni dopo i pochi superstiti di quel mondo la chiameranno con disprezzo “the northern chemist”) e non greco e latino come avrebbe fatto una persona destinata alla politica.

Insomma, la Thatcher non è un gentleman. Non ne ha il background, l’educazione e nemmeno la concezione della politica. In un partito i cui leader fino al 1970 “emergevano” non venivano eletti, lei crede fermamente della democrazia intesa come governo della maggioranza. Al popolo essa si rivolge, prima come parlamentare, poi come membro dei governi Macmillan e Heath, e infine come leader del partito e candidato Primo Ministro. Col passare del tempo il suo stile di comunicazione si affina, le idee diventano sempre più nette. Strada facendo la Thatcher incontra personaggi di indubbia statura intellettuale – come Keith Joseph – che l’aiutano a mettere a fuoco un nuovo modo di intendere il conservatorismo. Contro i difensori della vecchia concezione paternalista del “One Nation” Tory – che lei chiama con disprezzo i “wets” – quello che propone è un partito del ceto medio, che mette a disposizione di chi ha intenzione di darsi da fare le opportunità per arricchirsi e prosperare. Basta con il potere delle oligarchie, con i compromessi, con la lussureggiante proliferazione delle burocrazie controllate dal pubblico potere. “There is no such thing as society” è una delle frasi che le attribuiscono. Ci sono soltanto gli individui e le comunità basate sulla volontà di darsi da fare per sé stessi e per gli altri di cui le parlava suo padre.

Quel 4 maggio 1979 la sua è una vittoria netta, ha una maggioranza di quarantatre seggi ai Commons, che significa la possibilità di tenere saldamente in mano le redini del governo per invertire il declino economico e politico del Regno. Gli ultimi anni di governo laburista sono stati un disastro. Spostatosi sempre più a sinistra, il partito è ostaggio dei sindacati e incapace di intraprendere le riforme necessarie a rimettere in piedi l’economia – il paese è sull’orlo della bancarotta – e a contrastare la sfiducia degli elettori. Nell’inverno del 1978, “the winter of discontent”, a molti il Regno Unito appare in agonia. All’ingresso del numero 10 di Downing Street la signora Thatcher cita San Francesco – in realtà è un apocrifo – e dice “Where there is discord, may we bring harmony”. Invece, i suoi undici anni di governo (tre legislature) saranno segnati dal conflitto. La liberalizzazione di buona parte dei servizi pubblici, le privatizzazioni, la lotta senza quartiere a tutte le corporazioni (siano i sindacati o i college delle vecchie università) lasciano un segno duraturo. La stagione dei governi Thatcher cambia volto per sempre alla società britannica, aprendo la strada a un lungo periodo di crescita economica che culmina nella “Cool Britannia” di Tony Blair. Anche lo sforzo di riaffermare un ruolo internazionale di primo piano per il Regno Unito dopo la dismissione dell’impero ha successo, ma comporta un costo considerevole, inclusa una guerra vittoriosa contro l’Argentina che nel 1982 aveva invaso proditoriamente le isole Falkland. Ancora nel novembre del 1990, quando un complotto di partito la costringe a cedere la leadership e a dimettersi da Primo Ministro, Margaret Thatcher vorrebbe combattere. Tutti ricordano la frase che le “scappa” durante l’ultimo duro confronto sostenuto da capo del governo in parlamento: “I am enjoying this!”. Mi sto divertendo. Oggi la signora Thatcher, o meglio la baronessa Thatcher di Kesteven, ha ottantaquattro anni e da qualche tempo non è più in buona salute. Con lei sta probabilmente declinando un’epoca.

Pubblicato su Il Riformista il 7 maggio 2009


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4 maggio 2009

Trentennale

Trent'anni dal primo governo Thatcher
 




Per saperne di più


3 maggio 2009

Le dimissioni di David H. Souter



David H. Souter è stato nominato alla Corte Suprema da George H. W. Bush nel 1990. Dal giorno in cui ha giurato, l’otto ottobre, a oggi sono passati quasi venti anni, nel corso dei quali molte cose sono cambiate, ma non le abitudini di questo scapolo del New Hampshire che ha i modi di un gentiluomo del diciannovesimo secolo. Di lui si dice che quando ha ricevuto in regalo un televisore non ha nemmeno attaccato la spina perché preferisce di gran lunga fare jogging e leggere libri di storia. Anche con il computer Souter non deve avere molta dimestichezza perché ha sempre steso le proprie opinioni con una stilografica. L’annuncio delle sue dimissioni da giudice della Corte Suprema non è una sorpresa (da tempo circolava la voce che – pur non essendo troppo anziano – egli fosse stanco dei ritmi di lavoro imposti a ciascuno dei membri da un’attività sempre crescente e desiderasse ritirarsi nella sua fattoria di Weare), ma ciò nonostante è stata accolta con grande interesse. Nominare i giudici della Corte Suprema è uno dei poteri più importanti del presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, dato che i giudici sono nove e vengono nominati a vita, non tutti i presidenti hanno l’opportunità di usarlo. Alcuni ci riescono soltanto al secondo mandato.

Da questo punto di vista, l’elezione di Obama è caduta in momento che potrebbe essere decisivo per l’evoluzione della Corte Suprema. Infatti, oltre a Souter, ci sono altri due membri di cui si dice che avrebbero intenzione di ritirarsi. Ciò darebbe al nuovo presidente la possibilità di nominare tre nuovi giudici già nel suo primo mandato, e quindi di avere l’opportunità per plasmare gli orientamenti della Corte per un periodo piuttosto lungo. In particolare se, come è avvenuto con le nomine più recenti, i prescelti fossero relativamente giovani, e dunque destinati presumibilmente a rimanere in carica a lungo. Secondo alcune voci Obama potrebbe nominare una donna, e già circolano i nomi del vice Procuratore Generale Elena Kagan, dei giudici di Corte d’Appello Sonia Sotomayor, Kim McLane Wardlaw, Sandra Lea Lynch e Diane Pamela Wood e quello di Leah Ward Sears, che preside la Corte Suprema della Georgia. Comunque, a prescindere da chi sia la prescelta – o il prescelto – una cosa è certa: con questa nomina Obama potrebbe invertire una tendenza che ha visto la Corte, negli anni in cui è stata guidata da Rehnquist e poi da Roberts, diventare sempre più conservatrice. Per i giudici di orientamento liberal gli ultimi venti anni sono stati molto difficili. Persa la leadership della Corte, essi si sono impegnati in una battaglia durissima per difendere i risultati, in particolar modo per quel che riguarda l’interpretazione dei diritti fondamentali, raggiunti dalla Corte Warren, cui si devono alcune delle pronunce più significative del ventesimo secolo.

Lo stesso Obama – che, vale la pena di ricordarlo, è stato professore di Diritto Costituzionale – è intervenuto nel corso della conferenza stampa che annunciava il ritiro di Souter, dando qualche anticipazione sul proprio orientamento nella scelta del nuovo giudice. Per il presidente, c’è bisogno di qualcuno che “comprenda che la giustizia non è una teoria giuridica astratta” ma riguarda anche il modo in cui “le leggi incidono sulla realtà quotidiana”. Una dichiarazione sibillina, che potrebbe indicare la volontà, da parte del Presidente, di evitare candidati con un’agenda intellettuale sofisticata (cioè con quella che negli Stati Uniti si chiama una “filosofia costituzionale”) per scegliere piuttosto un giurista di buon senso in grado di guardare all’impatto che l’interpretazione dei principi può avere nella vita della persone. In questo senso, il modello che egli ha in mente potrebbe essere quello di giudici come Sandra O’Connor o Stephen Breyer.

Se il presidente ha il potere di nominare i giudici, ciò non vuol dire che egli ne controlli l’attività. Al contrario, è accaduto spesso in passato che un giudice nominato sulla base del suo orientamento ideologico si riveli, una volta in carica, una persona piuttosto diversa, deludendo le aspettative del partito che ne aveva in origine sponsorizzato la scelta. Ciò è accaduto anche di recente, tra gli altri proprio nel caso di Souter. Prescelto da Bush padre in quanto conservatore, il giudice del New Hampshire si è rivelato in realtà piuttosto un libertario di tipo tradizionale, che crede fermamente nella “rule of law” e nella saggezza della regola dello “stare decisis” (che prescrive che, nel decidere un caso, le Corti devono attenersi scrupolosamente ai precedenti). In particolare negli anni della presidenza di George W. Bush, Souter è stato progressivamente scavalcato a destra da giudici come Thomas, Scalia e Alito, finendo per associarsi di frequente ai membri liberal della Corte in difesa della legalità dell’aborto e contro gli abusi commessi dall’esecutivo in nome della lotta al terrorismo. La verità è che, per quanto si tratti di un organismo di nomina politica, la Corte Suprema degli Stati Uniti non è affatto un’istituzione partigiana. Una volta prestato giuramento, un giudice risponde solo alla propria coscienza. Se ritiene che sia giusto farlo, egli può seguirla anche a costo di dare un dispiacere al partito cui apparteneva o al presidente che lo ha nominato.

Pubblicato su Il Riformista il 3 maggio 2009


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1 maggio 2009

C'è un giudice a Londra



L’assoluzione delle tre persone sospettate di aver aiutato gli attentatori che – nel luglio del 2005 – hanno colpito duramente Londra e i suoi abitanti ha destato una certa sorpresa fuori dal Regno Unito. In effetti, il comportamento e la storia personale dei tre imputati, tutti provenienti da Leeds, lasciava all’accusa pochi dubbi sulla loro responsabilità. Waheed Ali, Sadeer Saleem e Mohammed Shakil avevano infatti ammesso di conoscere i responsabili degli attacchi di luglio e di condividerne la militanza fondamentalista al punto di aver deciso di frequentare un campo di addestramento per jihadisti in Pakistan. Inoltre, anche se avevano negato ogni coinvolgimento nella preparazione degli attentati, essi erano stati a Londra prima degli attacchi, e questo era apparso agli accusatori sufficiente a provarne la complicità con i terroristi.

Ciò nonostante, in questo secondo processo – nel primo la giuria non aveva raggiunto un verdetto – gli imputati sono stati condannati solo per aver “cospirato” per frequentare un campo di addestramento per terroristi, ma non per complicità con gli attentatori del luglio 2005. Per la giuria del secondo processo, le visite a Londra da sole non dimostrano affatto che gli imputati fossero impegnati in un’attività di esplorazione di possibili obiettivi per conto degli attentatori. In mancanza di riscontri oggettivi, il semplice fatto di passare nei luoghi dove ci sarebbero stati in seguito gli attentati è stato ritenuto dai giurati del tutto compatibile con le spiegazioni fornite dagli accusati (essi avevano detto di essersi recati a salutare la sorella di uno dei tre prima di partire per il Pakistan). Oltretutto, pur essendo militanti fondamentalisti, i tre islamici avevano dichiarato durante gli interrogatori di essere ideologicamente contrari agli attacchi suicidi.

L’esito di questo processo mostra che, nonostante nel Regno Unito la preoccupazione per la minaccia del terrorismo fondamentalista sia ancora forte, ciò non ha eroso la tradizionale cultura della prova incorporata dalle regole del processo accusatorio britannico. In particolare, l’idea che in mancanza di riscontri di fatto incontrovertibili (la c.d. “smoking gun”) non si possa essere considerati colpevoli di un reato. Andare in giro per Londra, per quanto sospetto, non prova nulla. La cosa è particolarmente significativa perché stiamo parlando di un paese che – sia pure con qualche perplessità – è stato nella sostanza solidale con l’agenda della lotta al terrorismo dell’amministrazione Bush, fino al punto da inserire nuove figure di reato nel proprio diritto penale. Tuttavia, la partecipazione convinta alla “guerra al terrore” non si è spinta affatto, come stava per accadere negli Stati Uniti, fino al punto da mettere in discussione la divisione dei ruoli tra pubblica sicurezza e amministrazione della giustizia oppure l’equilibrio tra le parti nel processo.

C’è una lezione anche per noi nell’assoluzione di Waheed Ali, Sadeer Saleem e Mohammed Shakil. Nel corso del dibattimento, l’avvocato difensore degli imputati ha sostenuto che i tre correvano il rischio di essere condannati per “guilt by association” un’espressione che designa la situazione in cui si viene ritenuti colpevoli senza prove soltanto perché si è associati con persone che sono colpevoli. La cosa può apparire sorprendente, ma per la cultura giuridica del Regno Unito l’aver avuto a che fare con un terrorista, e al limite il condividerne l’ideologia, non è affatto un elemento conclusivo per stabilire la colpevolezza di un imputato in quanto complice di un reato violento. Nessuno dubita che i tre imputati siano dei fanatici, ma questo per la corte che li ha giudicati non prova che essi siano anche i complici di uno dei peggiori attentati della storia del paese. Credo che si possa dire che il comprensibile desiderio di contrastare le criminalità organizzate ha invece provocato da noi una pericolosa tendenza a estendere oltre il ragionevole i limiti della nozione di “associazione”, che in molti casi può condurre a vedere responsabilità accertate anche in comportamenti che invece sarebbero ambigui, e quindi potrebbero essere interpretati in modo diverso. La sentenza britannica mostra che un paese che abbia fiducia nell’autonomia delle proprie istituzioni giudiziarie e nell’efficacia della propria polizia può permettersi di mantenere al minimo le deviazioni dalla concezione liberale della colpa che considera la responsabilità del reato come tipicamente individuale.

Pubblicato su Il Riformista il 1 maggio 2009


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1 maggio 2009

L'Europa del diritto



Mauro Barberis insegna filosofia del diritto all’università di Trieste. Allievo di Giovanni Tarello, uno dei filosofi del diritto italiani più acuti e originali della generazione formatasi del secondo dopoguerra, Barberis ha ripreso dal maestro la capacità di coniugare felicemente nei propri lavori i metodi più avanzati elaborati nel campo della filosofia del linguaggio dopo Wittgenstein e una non comune sensibilità per la storia delle idee. Di queste doti intellettuali c’è una testimonianza eloquente nel suo ultimo lavoro, L’Europa del diritto (Il Mulino, Bologna 2008), che è una ricostruzione di quella che egli caratterizza come la cultura giuridica “europeo-occidentale”. Si tratta del prodotto della lenta evoluzione che, a partire dal diritto romano, ci conduce fino all’ideale di un governo delle leggi incarnato dal costituzionalismo contemporaneo. Di questa cultura Barberis delinea un profilo ricostruendone a grandi linee lo sviluppo sia sul piano concettuale sia su quello istituzionale. Di particolare interesse è la terza parte del libro, in cui l’Europa viene vista come una “comunità di diritto”. Nei giorni scorsi, Mauro Barberis è stato uno dei relatori di una conferenza sul Relativismo organizzata dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’università di Palermo. Abbiamo approfittato dell’occasione per rivolgergli qualche domanda.

Nel suo libro lei presenta il diritto come una forma di regolazione della condotta umana che si distingue dalle altre per le sue caratteristiche peculiari, e che, pur essendo un prodotto della cultura europeo-occidentale, è stata adottata – almeno in apparenza – da tutte le altre culture del pianeta. A cosa si deve questo successo?

Mi verrebbe da dire che il successo è apparente, e che si deve solo al processo di occidentalizzazione del mondo. È abbastanza noto che l’importazione di codici europei, in particolare nei paesi più orientali, copre spesso la persistenza di pratiche tradizionali di conciliazione delle liti diversissime da quelle occidentali; quanto ai diritti, poi, anche l’Unione sovietica aveva le sue belle dichiarazioni, che però restavano sulla carta. Eppure può davvero accadere che si cominci imitando e poi si finisca per fare sul serio; il processo di globalizzazione, opponendo religioni, morali e costumi tradizionali differenti, richiede davvero quello strumento laico, se non neutrale, di composizione dei conflitti che è il diritto europeo-occidentale, elaborato e sperimentato attraverso secoli di guerre, anche di religione.

La tesi che c’è una civiltà giuridica europea o occidentale viene contestata da chi invece afferma che tra i sistemi giuridici di paesi come, ad esempio, l’Italia e il Regno Unito ci sarebbero differenze profonde. Chi sostiene che le differenze sono più importanti delle somiglianze si sbaglia?

Le differenze naturalmente ci sono, ma dipendono anche dal punto di vista. Come suggerisco nel libro, se le si guarda da Londra, Roma o Berlino, le differenze appaiono ancora enormi, nonostante la crescente importanza della giurisprudenza in Italia e della legislazione nel Regno Unito; se le si guarda da Islamabad o da Bangkok, invece, le differenze sembrano solo rami diversi di un tronco comune.

L’idea di un patrimonio giuridico comune potrebbe evocare per qualcuno quella di una sorta di contenuto morale del diritto che non dipende dalla volontà dei legislatori. Si tratta di un’associazione priva di fondamento?

L’associazione è fondata: ci sono davvero dei contenuti comuni del diritto europeo-occidentale, diversamente da quanto sembra teorizzare il positivismo giuridico, per il quale il diritto potrebbe avere qualsiasi contenuto. Si tratta di contenuti che si sono evoluti nel tempo, come effetti non intenzionali di azioni umane rivolte ad altri scopi: i legislatori e i giudici europeo-occidentali sembravano creare arbitrariamente il diritto, e invece hanno finito per produrre contenuti (diritti, istituti, procedure…) in larga parte comuni. Il problema è semmai chiamare “morali” questi contenuti: il carattere distintivo del diritto europeo-occidentale rispetto agli altri, secondo me, consiste proprio nella sua separazione o almeno nella sua distinzione, dalla morale e dalla religione.

Tra qualche settimana si vota per il parlamento europeo. Che rapporto c’è tra questa e le altre istituzioni comunitarie e l’identità di cui lei parla?

L’identità giuridica europea è anche un’identità politica: costituzionalismo e liberalismo, democrazia e diritti sono strettamente intrecciati. Il Parlamento europeo è la parte “democratica” delle istituzioni comunitarie, e ha quindi un enorme valore simbolico: anche se bisogna riconoscere che istituti “aristocratici”, come i giudici comunitari, hanno funzionato meglio.

Di recente, in seguito alla crisi finanziaria, si parla sempre più spesso della necessità di regole comuni per l’economia internazionale. L’ha fatto più volte il ministro Tremonti, che ha istituito una commissione per lo studio di questo “legal standard”. Crede che in questo ambito l’identità giuridica europea abbia qualcosa da insegnare?

Nel caso di Tremonti, verrebbe da dire che le sue recenti esaltazioni delle regole, dopo più di un decennio di inni al mercato e di ostilità per l’Unione europea, sono un omaggio che l’euroscetticismo rende all’europeismo: è troppo facile essere a favore di regole e controlli oggi, nel mondo obamizzato. In realtà, l’ultimo Tremonti segna solo un ritorno alle sue origini colbertiste e, quel che più importa, alla tradizione “renana” europeo-continentale, da sempre diffidente verso il liberismo d’oltreoceano. Certo che l’Europa ha qualcosa da insegnare al mondo, con il proprio sistema di diritti e ammortizzatori sociali; sarebbe bello però che i governanti italiani avessero il coraggio di tornare a questa tradizione anche in patria, invece di accanirsi nella distruzione dell’università pubblica.

Pubblicato su Il Riformista il 1 maggio 2009

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