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il blog di Mario Ricciardi


Diario


25 gennaio 2009

Obama e la Corte Suprema

 



La cerimonia del giuramento di Barack Obama ha avuto un fuori programma amplificato dalla presenza delle telecamere. John G. Roberts jr. – il Chief Justice della Corte Suprema, cui spetta il compito di guidare il nuovo presidente nel pronunciare la formula di rito – ha invertito l’ordine delle parole. Obama ha tentato di porre rimedio all’errore, ma l’effetto finale è stato piuttosto comico.

La tentazione di leggere questo inconveniente procedurale come un presagio delle difficoltà di comunicazione tra il nuovo presidente e l’attuale Chief Justice della Corte Suprema è molto forte. John G. Roberts jr. è stato nominato da George W. Bush come successore di William H. Rehnquist nel 2005. La scelta di questo cinquantenne come capo di una delle istituzioni fondamentali della democrazia statunitense è stata ispirata, come avviene in questi casi, anche dal profilo ideologico del prescelto. Pur avendo sempre evitato di lasciarsi coinvolgere nelle controversie più accese della politica americana, Roberts è infatti un conservatore (scherzando qualcuno dice che la G. del suo nome sta per “God”) che ha ricoperto incarichi di prestigio sotto diverse amministrazioni repubblicane. In qualità di Deputy Solicitor General ai tempi di Bush padre, egli è stato l’autore di un documento in cui si chiedeva ai giudici della Corte Suprema di rivedere la sentenza Roe vs. Wade che tutela il diritto delle donne di abortire. Naturale che un presidente – ex professore di diritto costituzionale – che invece ha dichiarato senza mezzi termini che la decisione nel caso Roe è stata giusta, non guardi di buon occhio a una Corte presieduta da Roberts, in cui buona parte dei membri sono stati nominati da presidenti repubblicani, e nella quale siedono conservatori radicali come Alito, Thomas e Scalia. Tra l’altro, la diffidenza (per non dir peggio) è probabilmente ricambiata. Nella campagna elettorale, Obama ha dichiarato che lui non avrebbe mai nominato giudici Scalia e Thomas, aggiungendo che il secondo non ha la statura intellettuale adeguata a un ruolo così importante.


Insomma, apparentemente ci sarebbero le premesse per una difficile convivenza tra il presidente e una Corte Suprema dove i conservatori hanno così tanto peso.

In realtà, le cose potrebbero andare diversamente. Se ci sono pochi dubbi che il nuovo presidente sia “pro-choice”, non è detto che la Corte abbia intenzione di dargli gravi dispiaceri. La battaglia per la revisione di Roe è cominciata ai tempi della presidenza Reagan, ma non ha ottenuto i risultati sperati dalla destra cristiana perché nel recente passato i giudici della Corte si sono rivelati meno sensibili agli argomenti delle chiese di quanto il loro profilo ideologico lasciasse supporre. Ciò è accaduto, ad esempio, con Sandra O’Connor. Nominata da Reagan, la O’Connor era stata senatore del partito repubblicano. Ciò nonostante, per un lungo periodo il suo è stato il voto decisivo in difesa di Roe in molte cause di alto profilo riguardanti l’aborto – prima tra tutte quella sul caso Casey.


Non è affatto detto, dunque, che un uomo accorto come Roberts abbia intenzione di promuovere l’attacco frontale al diritto delle donne di scegliere se abortire che i conservatori auspicano. Anche perché, e questo è un aspetto da non sottovalutare, Obama potrebbe avere alcune carte da giocare nella partita costituzionale. Diversi osservatori ritengono infatti che John Paul Stevens, Ruth Bader Ginsburg e David Souter potrebbero ritirarsi presto, lasciando al presidente in carica un’opportunità senza precedenti dai tempi di Reagan, quella di nominare ben tre giudici della Corte nel corso del suo primo mandato.

Le nomine non modificherebbero sulla carta l’equilibrio all’interno della Corte perché due dei dimissionari sono conservatori moderati e la terza è una liberal. Tuttavia, esse potrebbero avere un effetto se tra i nuovi giudici (tra gli altri si fa il nome di Cass R. Sunstein) ci fosse qualcuno con il carisma sufficiente per fare da contrappeso ai giudici più conservatori.

C’è da dubitare che Roberts voglia aprire le ostilità con la Casa Bianca su Roe. Soprattutto se, come è probabile, la posizione di Obama non sarà alla fine diversa da quella di Clinton, che la riassumeva dicendo che l’aborto deve essere “legale, sicuro e raro”.

 
Pubblicato su Il Riformista del 25 gennaio 2008
                                     


16 gennaio 2009

Constitution and Economic Theory

... a Constitution is not intended to embody a particular economic theory, whether of paternalism and the organic relation of the citizen to the State or of laissez faire. It is made for people of fundamentally differing views, and the accident of our finding certain opinions natural and familiar, or novel, and even shocking, ought not to conclude our judgement upon the question whether statutes embodying them conflict with the Constitution of the United States.

Mr. Justice Holmes, dissenting, in Lochner v. New York 198 U.S. 45 (1905)


15 gennaio 2009

La sfida di Fini


La presa di distanza di Gianfranco Fini nei confronti dell’uso disinvolto della fiducia fatto dal governo Berlusconi è un ulteriore segnale che il processo che dovrebbe portare alla nascita di un partito unitario del centrodestra italiano non è privo di ostacoli. Tali difficoltà probabilmente non avranno conseguenze sul piano elettorale – perché è difficile immaginare un recupero significativo di consenso da parte del partito democratico nel breve periodo – ma potrebbero avere un impatto rilevante su quello dell’organizzazione e delle idee.

Che ci sia un dissenso tra Berlusconi e Fini sul modello di partito non sorprende. Per il presidente del consiglio è sufficiente che il PDL sia una sorta di Forza Italia espansa. Una formazione il cui collante principale è la fedeltà al proprio leader carismatico. All’interno di un partito del genere possono convivere sensibilità, culture e interessi diversi, che sarebbero spesso incompatibili, ma trovano sintesi politica nella volontà del capo. Dal punto di vista del presidente della camera questo non è un modello accettabile perché la sua forza dipende essenzialmente dalle qualità umane e dal potere contrattuale di Silvio Berlusconi. Fini si rende ben conto che un modello applicabile solo in circostanze per molti versi eccezionali – come quelle della politica italiana degli ultimi anni – non è affatto una prospettiva auspicabile nel lungo periodo. Senza Berlusconi una Forza Italia espansa sarebbe un composto instabile, destinato prima o poi a esplodere.

L’insofferenza di Fini si spiega anche in questa prospettiva. Per un politico che ha una concezione tradizionale della democrazia parlamentare l’incapacità – o l’indisponibilità – di Berlusconi a fare seriamente, e fino in fondo, i conti con la propria successione è un difetto imperdonabile, che ne segna gravemente i limiti come leader che aspira a un posto nella storia. L’ipotesi di Fedele Confalonieri che l’eredità di Berlusconi sarebbe la creazione del “partito conservatore italiano” al momento non è credibile. Forza Italia non ha avuto il profilo di un partito conservatore, anzi non ha mai avuto un profilo definito. Sin dalla sua fondazione, al contrario, la formazione del premier si è caratterizzata per una straordinaria versatilità, spesso ben oltre i limiti della coerenza, nel sostenere di volta in volta posizioni libertarie, conservatrici o moderate. Tutto ciò senza che il cambiamento ideale fosse giustificato esplicitamente. L’ultima versione di questa ideologia fluida del berlusconismo è il “conservatorismo compassionevole” di Tremonti. Tuttavia, non c’è ragione di ritenere che essa sia l’approdo della navigazione cominciata all’inizio degli anni novanta. Per Berlusconi la cultura politica si esaurisce nella sua dimensione simbolica.

Dalle sue prese di posizione si capisce che Gianfranco Fini ha un’ipotesi diversa per il futuro del centrodestra. La sua origine di uomo di destra, familiare con la storia dei fascismi europei, lo rende particolarmente sensibile al problema della successione a un leader carismatico. L’evoluzione politica e culturale della destra spagnola dopo Franco è un esempio sul quale il presidente della camera deve aver meditato a lungo, se è vero che la prospettiva che si intravede tra le righe delle scarne dichiarazioni politiche che il suo ruolo attuale gli consente è quella di un partito conservatore con molti elementi in comune con i popolari di Aznar. Una destra liberale nella concezione del governo, che mantiene un rapporto forte con la sensibilità cattolica di una parte importante del proprio elettorato, ma che è capace di discontinuità rispetto alle richieste della Chiesa. Una destra che non concede troppo spazio alle tendenze centrifughe dei localismi e si caratterizza per una difesa senza compromessi dell’autorità del governo centrale e dell’autorevolezza delle istituzioni repubblicane. Un conservatorismo latino, diverso sia da quello inglese sia da quello statunitense, che potrebbe trovare interlocutori importanti non solo in Spagna ma anche in Francia.

Se questa ipotesi ha qualche fondamento, ci permettiamo di dare un consiglio al presidente della camera. Le dichiarazioni estemporanee, per quanto significative, non sono sufficienti. Anche le pubblicazioni della fondazione “Fare Futuro” non bastano. Nei prossimi mesi si potrebbe combattere una battaglia ideale nel centrodestra che gli attuali dirigenti di Alleanza Nazionale non sono in grado di affrontare. L’esito dello scontro dipende in larga misura dalla capacità che egli avrà di presentarsi come punto di riferimento credibile di un progetto culturale di più ampio respiro che sia capace di dialogare in modo non subalterno con interlocutori diversi e autorevoli per dare forma e sostanza autonoma alle idee della destra post-berlusconiana, dal governo dell’economia alla bioetica, dalla politica estera alla riforma delle istituzioni politiche.

                                       



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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 15/1/2009 alle 1:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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