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il blog di Mario Ricciardi


Diario


4 settembre 2008

Tears in the Desert

Halima Bashir appartiene a una tribù orgogliosa delle proprie virtù guerriere, gli Zaghawa, che vive nel Darfur. In questa regione, che si trova nella parte meridionale del Sudan, Halima è nata nel 1979, in una famiglia di fede islamica. A differenza di buona parte delle donne del suo paese, che sono escluse dai benefici dell’istruzione, la giovane di cui parliamo ha studiato. Un padre benestante le ha consentito, nonostante l’opposizione di altri familiari, di conseguire la laurea, prima abitante del suo villaggio a raggiungere questo traguardo. Una successo esemplare per una persona che appartiene alla minoranza africana in un paese controllato dagli arabi. Tuttavia, quella di Halima non è solo una storia di emancipazione.

Ben presto, le fosche previsioni dei tradizionalisti – convinti che per una donna “niente di buono viene dal leggere libri” – si sono avverate. Parlare con la stampa internazionale dei costi umani della guerra in Darfur non è una cosa che passa inosservata in Sudan. Soprattutto se a farlo è una donna. Halima viene prelevata dalla polizia segreta, minacciata, e spedita a svolgere il proprio lavoro di medico in un remoto villaggio. Nella nuova sede la giovane dottoressa scopre un altro aspetto del conflitto, che è destinato a cambiare la sua vita per sempre. Un giorno i Janjawid – le milizie arabe armate dal regime sudanese – attaccano una scuola femminile. Le studentesse, alcune sono bambine, vengono violentate a turno dagli aggressori.

Halima deve occuparsi delle vittime, la più giovane delle quali ha otto anni. Cerca di rimediare come può allo strazio delle carni, ma non riesce a liberarle dalla paura, dall’umiliazione, dall’impossibilità di capire perché sono state oggetto di tanta violenza. La giovane parla ancora – come può fare una donna emancipata – e racconta la propria esperienza agli operatori internazionali che sono accorsi sul luogo dell’aggressione dei predoni arabi armati dal governo. Stavolta la reazione del regime è ancora più violenta. Halima viene sequestrata, ma i carcerieri non si limitano a minacciarla. La picchiano e la violentano a turno. La chiamano “schiava” e “cagna nera”. Le dicono che ora può parlare con competenza di stupri perché ha avuto buoni insegnanti. Lo scopo di tanto accanimento è farla tacere per sempre. Per le donne del Darfur, infatti, la violenza carnale è una vergogna da nascondere, un’onta che colpisce sia la vittima sia la sua famiglia. La mentalità di queste regioni opera quella che ai nostri occhi appare come una crudele inversione degli standard di valutazione morale: è la vittima e non il carnefice a portare il peso della colpa.

Ma gli agenti della polizia segreta non hanno fatto i conti con la trasformazione che gli anni di studio e l'esperienza hanno operato nella mente di Halima. Certo lei è una Coube della tribù Zaghawa, ma è anche un medico qualificato. Una donna africana in grado di leggere e scrivere, di ragionare sul suo passato e sul destino del suo popolo, di reagire alla violenza che ha subito con la consapevolezza dei propri diritti di essere umano che manca a molte sue compagne di sventura. Halima lascia il Sudan per rifugiarsi nel Regno Unito, dove può far sentire la propria voce senza temere di essere prelevata ancora una volta dagli sgherri del regime. Chi è interessato alla testimonianza di prima mano di Halima sull'inferno del Darfur può leggere il libro che ella ha scritto con Damien Lewis, un corrispondente della BBC, che è uscito in Gran Bretagna e viene pubblicato in questi giorni anche negli Stati Uniti. Per chi crede che ci sono diritti umani universali c'è da riflettere dopo l'immersione nell'orrore di cui
Tears of the Desert. A Memoir of Survival in Darfur è la cronaca.

Per esempio, c’è da chiedersi come mai il regime islamista del Sudan possa violare sistematicamente il diritto internazionale. Come è possibile che esso si faccia gioco di un mandato emesso dalla Corte Penale Internazionale che chiede l’arresto del presidente, generale Omar al-Bashir, per i crimini commessi nel Darfur. Perché i militanti islamici si sentano così sicuri della propria impunità da minacciare la presenza delle Nazioni Unite e delle forze dipace presenti nel paese. Forse la risposta a questi interrogativi non si trova in Sudan ma in Europa. Nei sensi di colpa che paralizzano la nostra capacità di intervenire – anche con la forza – in quel continente quando sarebbe necessario per arrestare un genocidio.

Pubblicato su Il Riformista il 4 settembre 2008

 

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