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il blog di Mario Ricciardi


Diario


30 agosto 2008

La Paura e la speranza

La discussione suscitata dalla pubblicazione del nuovo libro di Giulio Tremonti è forse uno dei pochi segnali incoraggianti di una campagna elettorale per niente entusiasmante sul piano dei contenuti. Con le sue riflessioni, Tremonti interviene su alcune questioni che vanno direttamente al cuore del rapporto tra economia e politica, sfidando i luoghi comuni di certo progressismo ingenuo. La tesi di fondo del libro è che l’assunto su cui si sono basati anni di politiche economiche internazionali orientate a una sempre maggiore apertura degli scambi è da rivedere. Non è affatto vero che la progressiva affermazione di un mercato globale si sarebbe trasformata inevitabilmente in un miglioramento della situazione di tutti. In realtà la globalizzazione ha costi economici e sociali, che in larga misura stanno pagando gli europei, e in particolare gli italiani. Difficile negare che l’analisi di Tremonti appaia per certi versi condivisibile. Basta pensare a un esempio: l’ingresso sul mercato di produttori che operano in ambienti istituzionali meno rigidi (anche perché hanno una legislazione che garantisce poco o nulla il lavoratore dipendente o il consumatore) distorce la competizione. Chi deve fare i conti con una legislazione “virtuosa” è svantaggiato.

Come spesso accade a chi mette in discussione le certezze consolidate, anche Tremonti è andato incontro a diverse reazioni negative. C’è chi lo ha accusato di aver rinnegato il liberalismo economico, o addirittura di essere un reazionario. A ben vedere, le cose stanno in modo diverso. L’impianto complessivo della critica della globalizzazione che egli propone ha molte cose in comune con un’importante tradizione del pensiero conservatore che non può essere liquidata così facilmente. Contrariamente a quel che si pensa, non è affatto vero che i conservatori siano sempre stati dei sostenitori a oltranza del libero mercato. La prevalenza di questa posizione semmai è stata un effetto della vittoria, nella lotta per la supremazia intellettuale, di quella che in origine era una corrente minoritaria. Tra i conservatori inglesi, ad esempio, la linea che oggi associamo alle politiche economiche della signora Thatcher, non era affatto ben vista dall’establishment Tory. La “Lady di ferro” ha temprato la propria capacità di incidere, lasciando un segno duraturo nella società britannica, affrontando l’opposizione di quelli che – non senza una punta di disprezzo – lei descriveva come i “wets” del partito conservatore. Anche andando più indietro nel tempo si trovano conferme dell’atteggiamento tendenzialmente diffidente di una parte importante del pensiero conservatore nei confronti del mercato. Anzi, per certi versi si potrebbe dire che l’emersione di un partito liberale nel Regno Unito dipende proprio dalle difficoltà che i ceti emergenti più a favore dell’apertura dei mercati avevano con i vecchi Whigs e con i Tories. Sarebbe sbagliato dunque associare gli argomenti di Tremonti a una posizione illiberale o reazionaria. La sua è piuttosto una difesa articolata di un conservatorismo che si ricollega a una rispettabile tradizione, liberale in politica ma sensibile ai costi sociali del mercato in economia. La stessa posizione che di recente è stata difesa, sul piano della filosofia politica, da Roger Scruton.

Ciò detto, ci sono alcuni aspetti della piattaforma ideale delineata da Tremonti che meriterebbero un approfondimento prima di essere accettati. Tra questi, quello più importante riguarda il progressivo riallineamento che si sta affermando tra localizzazione geografica delle attività produttive, assetto proprietario e sovranità politica. La conseguenza di lungo periodo di questo processo è che alcuni paesi “emergenti” (ma forse dovremmo abituarci a considerarli “emersi” già da qualche tempo) si comportano – e si comporteranno sempre più – come le vecchie nazioni europee hanno fatto per secoli. La Cina o l’India tutelano i propri produttori e perseguono le proprie politiche di potenza, e le proprie aspirazioni imperiali, con sempre maggiore decisione.

Ci sarebbe da chiedersi se gli strumenti politici europei che abbiamo a disposizione, pur con le modifiche proposte da Tremonti, siano sufficienti per reggere la pressione che viene da questi straordinari produttori di merci. Forse è troppo tardi per competere soltanto sul piano economico, e velleitario pensare di farlo su quello politico senza prendersi fino in fondo la responsabilità di avere una credibile capacità militare. Sempre meno i nostri interlocutori cinesi o indiani saranno disposti ad ascoltare le “lezioni” europee sui diritti umani o sulla democrazia. La vecchia Europa tutelava i propri mercati se necessario con le cannoniere. Non è chiaro come potrebbe farlo la nuova.



27 agosto 2008

Evoke the forms

Evoke the forms. Where you've nothing else construct ceremonies out of the air and breathe upon them.

Cormac McCarthy, The Road




permalink | inviato da Mario Ricciardi il 27/8/2008 alle 16:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 agosto 2008

Ritornare ai classici

Siamo sicuri che l’educazione classica sia superata? Negli ultimi anni si è diffusa nel nostro paese l’idea che lo studio della lingua e della cultura greca e romana sia irrilevante per le esigenze di una società in cui la tecnologia ha un ruolo essenziale. Un articolo di Maurizio Ferrera, uno dei più autorevoli sociologi italiani, ha messo in discussione questo luogo comune, segnalando il successo di diverse iniziative culturali che promuovono la conoscenza del patrimonio della classicità nei paesi di lingua inglese. In particolare, l’editorialista del Corriere sottolinea un dato che fa riflettere: dagli anni novanta negli Stati Uniti il numero di studenti universitari che si sono iscritti a corsi di greco e latino è aumentato del trenta per cento. Si direbbe che nel paese che vanta l’economia più avanzata dell’occidente lo studio del patrimonio intellettuale dell’antichità classica non sia affatto ritenuto inutile.

Non è difficile spiegare l’attrattiva che questo tipo di studi ha per gli studenti americani o inglesi. Un primo fattore è il costante richiamo al modello classico del modo di concepire la formazione delle classi dirigenti britanniche, che ha esercitato un’influenza molto importante anche sulle principali università statunitensi. Si tratta di un fenomeno che ha la propria origine nel diciannovesimo secolo, quando Benjamin Jowett, il traduttore inglese di Platone, propone un nuovo modo di intendere la funzione dell’università che si ispira dichiaratamente all’insegnamento del filosofo greco. La necessità di formare un ceto di civil servants da impiegare nell’amministrazione imperiale nei luoghi più diversi della terra trova risposta attraverso il nuovo sistema dei tutorials. Gli studenti si abituano a leggere i classici nell’originale, discutendoli con colleghi e insegnanti, coltivando la propria intelligenza attraverso l’esercizio del dialogo. Le opere dei più importanti scrittori greci e latini diventano i manuali su cui si forma la sensibilità politica e morale di questi giovani destinati a lavorare per il bene comune. Un nuovo sistema di selezione per il civil service, basato sul merito, sostituisce la vecchia selezione personale che assicurava una comoda sistemazione ai figli dell’aristocrazia. All’inizio del novecento, poche migliaia di funzionari usciti da istituzioni come Balliol o New College amministravano paesi di milioni di abitanti, un fenomeno che sarebbe inspiegabile ricorrendo soltanto alla forza bruta. Questi giovani, che lasciavano l’Inghilterra con le opere di Tucidide o di Aristotele nel baule, erano nella maggior parte dei casi linguisti di grande abilità, capaci di mettere a frutto la saggezza politica degli antichi per affrontare i problemi posti dal governo di un impero che si estendeva dal Canada a Burma. Quando – alla fine della seconda guerra mondiale – avviene la translatio imperii da Londra a Washington, gli esponenti più consapevoli della classe dirigente statunitense cercano di riprendere gli aspetti di questo modello che ritengono compatibili con la cultura americana, assecondando l’aspirazione britannica di essere “Athens to their Rome”.

C’è da dubitare, come ha sostenuto Christopher Hitchens, che questo tentativo sia riuscito appieno. Tuttavia, esso ha generato indirettamente un fenomeno che potrebbe essere un secondo fattore di spiegazione del successo attuale dell’educazione classica negli Stati Uniti (e del relativo prestigio che essa continua ad avere nel Regno Unito). Negli anni cinquanta e sessanta si contano a centinaia gli studiosi di Oxford e Cambridge che si trasferiscono presso le università statunitensi. Sono attratti da stipendi più alti e da una legislazione del lavoro più elastica che non li costringe, come avviene nel paese di origine, a lasciare l’insegnamento quando sono ancora nel pieno della maturità intellettuale. Sullo sfondo di questo straordinario fenomeno di emigrazione intellettuale che interagisce felicemente con un ambiente già aperto alle suggestioni della cultura classica, si spiega il successo che ancora oggi l’educazione classica ha presso gli studenti americani. A Berkeley oppure a Princeton, frequentando i corsi di studiosi come Stuart Hampshire o Bernard Williams, essi si rendono conto che Seneca o Aristotele non sono soltanto “dead white males” – come vorrebbero certi sostenitori del multiculturalismo – ma pensatori che hanno qualcosa di molto importante da dire anche sulla società contemporanea. Come ha scritto V.S. Naipaul, l’eredità del mondo classico è essenzialmente quella di una cultura universale, nella quale il bene e il male non sono soltanto un’opinione.

Le osservazioni di Maurizio Ferrera fanno riflettere in un momento in cui la scuola italiana è in preda a un’idolatria della contemporaneità che ha reso una generazione di studenti quasi del tutto incapaci di ragionare in termini generali, condannandoli a inseguire l’attualità senza avere gli strumenti per comprenderla. Se i paesi tecnologicamente più avanzati dell’occidente continuano a guardare al modello classico per la formazione della propria classe dirigente, c’è da chiedersi perché il nostro paese non riesce a fare altrettanto.

Pubblicato su Il Riformista del 14 agosto 2008




permalink | inviato da Mario Ricciardi il 14/8/2008 alle 0:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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