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il blog di Mario Ricciardi


Diario


30 dicembre 2008

Sulle intercettazioni

“Non conosce l’uso del telefono”. Negli anni sessanta un membro della House of Lords ha liquidato con questa battuta la disavventura accaduta a un collega. Dovendo dare un parere sull’ammissione di uno studente troppo di sinistra al college di cui era il rettore, l’aristocratico aveva infatti commesso la leggerezza di annotare le motivazioni ideologiche del proprio parere negativo a margine del modulo contenente la domanda del “giovane radicale”. Diffuso alla stampa, il documento aveva provocato uno scandalo. Oggi sembra strano, ma non sono passati tanti anni da quando la comunicazione a telefono era considerata il paradigma della riservatezza. Estensione della conversazione viso a viso, quella telefonica ha rappresentato per alcune generazioni un’esperienza tipica della sfera privata, il momento in cui ci si scambiano informazioni e si conversa liberamente, senza il condizionamento di forma che la scrittura comporta inevitabilmente.

Non c’è da sorprendersi, dunque, se la progressiva elaborazione del diritto alla privacy ha visto nella comunicazione telefonica un campo privilegiato del riconoscimento e della tutela della libertà delle persone. Da qualche tempo, tuttavia, la situazione sta cambiando. In particolare dopo l’undici settembre, le polizie e i servizi segreti di tutto il mondo hanno rivendicato l’opportunità – se non addirittura la necessità – di ricorrere allo strumento delle intercettazioni per prevenire futuri attacchi terroristici. Nel nuovo clima di preoccupazione generato da questa minaccia, le opinioni pubbliche di diversi paesi occidentali hanno accettato – sia pure come “male minore” – di rinunciare a una parte della propria libertà di comunicare senza essere ascoltati per ottenere maggiore sicurezza. La stessa cosa è accaduta anche in Italia, con una differenza, di cui è indispensabile tener conto. Da noi il movimento in difesa della privacy si afferma più tardi e si innesta su una cultura politica tradizionalmente meno sensibile alle esigenze di tutela dell’individuo. Ciò spiega perché nel nostro paese l’allentarsi della difesa della privacy non è stata accompagnata – come è avvenuto negli Stati Uniti – da una maggiore vigilanza sull’uso che delle intercettazioni viene fatto dai pubblici poteri. Al contrario, anche a causa della contiguità ambientale e culturale tra magistratura giudicante e pubblica accusa, abbiamo assistito a un uso sempre più indiscriminato di uno strumento di indagine che, per sua natura, è ripugnante per la moralità politica liberale. Oltretutto, ciò non è avvenuto in inchieste che riguardano la sicurezza nazionale. Le conversazioni private di migliaia di persone sono state e sono registrate nell’ambito di indagini relative a storie di corruzione pubblica che hanno coinvolto, non sempre con fondamento, esponenti di diversi partiti politici e volti più o meno noti di questa nostra società che qualcuno ha chiamato – non a torto – “dello spettacolo”.

Spettacolo è stato, e non dei migliori. Brandelli di vita sono stati messi a nudo e esposti al pubblico ludibrio. Anche quando le voci erano fuggite dal senno di poveracci che nulla avevano a che fare con i reati su cui si indagava. Se poi l’intercettazione riguarda un volto noto, l’intrattenimento è assicurato. Giudizi precipitosi su datori di lavoro e colleghi, frasi poco rispettose nei confronti di superiori e compagni di partito, grotteschi vaneggiamenti a sfondo sessuale. Investigatori che a volte sembrano cogliere solo il senso letterale delle parole hanno giudiziosamente annotato ogni cosa. Lasciando al processo il compito di riconoscere l’esagerazione o la metafora e distinguerle da ciò che andrebbe preso sul serio perché costituisce un indizio di colpevolezza. Tutto è finito in un calderone dove è ormai arduo distinguere la limitazione giustificata di un diritto dalla sua sistematica violazione perpetrata con il consenso di chi dovrebbe difenderlo. Difficile credere che tutto ciò sia inevitabile. Impossibile che sia necessario per la sicurezza del paese.

Pubblicato su Il Riformista il 30 dicembre 2008



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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 30/12/2008 alle 8:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 dicembre 2008

Sacralità della vita

Con un atto di indirizzo che non poteva mancare di suscitare polemiche il ministro Sacconi ha impresso una nuova svolta alla drammatica vicenda di Eluana Englaro. Con questo provvedimento, infatti, il ministro del Welfare impedisce alle strutture che appartengono al – o sono convenzionate col – servizio sanitario nazionale di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiale di pazienti che si trovano in stato vegetativo. Anche se l’atto di indirizzo non riguarda direttamente Eluana, è evidente che la sua applicazione è destinata inevitabilmente a interferire con l’esecuzione delle sentenze che hanno aperto la strada alla sospensione dei trattamenti cui la donna è sottoposta da più di quindici anni per mantenerla in vita. Senza renderlo impossibile, l’iniziativa del governo ostacola seriamente l’esercizio di un diritto da parte di un privato. Una scelta che potrebbe creare un pericoloso precedente nei rapporti tra esecutivo e giudiziario.

Anche se ispirato dalle migliori intenzioni, l’intervento del governo mostra – casomai ce ne fosse bisogno – che il nostro paese ha bisogno di una legge che stabilisca se, e sotto quali condizioni, una persona può chiedere di non essere sottoposta a trattamenti sanitari che la tengano in vita quando ciò è contrario alle sue convinzioni. Appare chiaro che il principio enunciato dall’art. 32 della Costituzione non è sufficiente per fornire una guida affidabile e che quindi esso deve essere integrato dalla legislazione ordinaria. Tuttavia, l’approvazione di una legge si scontra con una difficoltà da non sottovalutare. In questo momento, nel parlamento italiano – e probabilmente anche nella società civile – non c’è un consenso sulla questione di fondo se le persone abbiano o meno il diritto di decidere dei modi e dei tempi della propria morte. In altre parole, gli italiani sono divisi sull’esistenza o meno di un diritto naturale di disporre della propria vita che giustificherebbe l’attribuzione a ciascuno della facoltà di compiere i passi necessari per porle fine.

 Si tratta di una divisione che in parte è indipendente dalle convinzioni religiose delle persone e che dunque sarebbe meglio affrontare lasciandosi alle spalle distinzioni – come quella tra laici e cattolici – che ostacolano, piuttosto che favorire, il dialogo. Non c’è dubbio che per molti la vita umana è sacra, e che ciò vuol dire che essa è inviolabile. Si badi bene, l’inviolabilità non comporta che essa non possa mai essere distrutta. Quando preservarla è incompatibile con la difesa di qualcosa di altrettanto sacro, come la vita di un innocente ingiustamente minacciata, si può accettare il rischio di porle fine. Questa è la giustificazione tradizionale della legittima difesa accettata da filosofi sia non credenti sia credenti di diverse denominazioni. Sulla base dello stesso argomento i cattolici giustificano l’aborto quando esso sia necessario per salvare la madre.

Tuttavia, sull’interpretazione della sacralità della vita emergono nel dibattito contemporaneo dissensi che talvolta sono motivati dalla fede. Per il filosofo Ronald Dworkin, ad esempio, la sacralità della vita richiede che una persona abbia il diritto di disporre della propria vita e possa porle fine, o disporre che ciò avvenga, se non si è in condizione di farlo in modo autonomo, quando la sopravvivenza continuerebbe a dispetto delle proprie meditate convinzioni sulla dignità umana. Se sopravvivere indefinitamente privi di coscienza per un intervento artificiale è contrario alla propria idea di una vita dignitosa si ha il diritto di chiedere che ciò sia impedito e di pretendere che la propria volontà venga rispettata anche qualora non si è più in condizione di esercitarla.

Per i credenti questa interpretazione della sacralità della vita è insostenibile perché assume la disponibilità di qualcosa su cui gli esseri umani non possono vantare la proprietà, ma solo una gestione fiduciaria. In tale prospettiva la vita è un dono che non è possibile rifiutare o restituire, che si ha l’onere di custodire fino a quando essa non si estingue naturalmente. Ciò spiega perché sono esclusi sia l’accanimento terapeutico sia l’intervento diretto a por fine alla vita, il primo perché futile e inutilmente oneroso il secondo perché contrario alla proibizione assoluta di uccidere l’innocente. Si tratta di un’interpretazione alternativa della sacralità della vita che è indubbiamente coerente. Tuttavia, essa non può essere condivisa da chi non accetta la premessa dell’argomento, che riposa su salde convinzioni teologiche che sfuggono alla dimostrazione. La volontà di Dio, per dirla con Rawls, non è una ragione pubblica e quindi non può essere presa in considerazione come considerazione rilevante di un accordo che riguarda principi politici.

Da questo dato – che anche diversi credenti riconoscono – bisogna partire per discutere della legge. Senza cercare di aggirarlo o di negarlo.
           

Pubblicato su Il Riformista del 18 dicembre 2008


12 dicembre 2008

Suicidio assistito

 

 La trasmissione di Sky andata in onda nel Regno Unito nel corso della quale sono stati mostrati gli ultimi istanti di vita di Craig Ewart, suicidatosi con l’assistenza di un medico in una clinica svizzera, ha suscitato grande scalpore anche nel nostro paese. Minor rilievo ha ricevuto invece un’altra notizia diffusa dagli organi di stampa britannici nelle stesse ore: la decisione della pubblica accusa di non procedere a carico dei genitori di Daniel James, un giovane paralizzato in modo irreversibile in seguito a un incidente, che lo hanno accompagnato, sempre in Svizzera, dove la mano pietosa di un medico ne ha esaudito il desiderio di farla finita con una vita che egli aveva più volte affermato di trovare intollerabile. Per la pubblica accusa processare i genitori di James per quello che secondo la legge britannica è un reato non è nel “pubblico interesse”.


Si ha la sensazione che qualcosa sta cambiando nel Regno Unito per quel che riguarda l’attitudine diffusa del pubblico nei confronti del cosiddetto “diritto di morire”. A pochi anni di distanza dall’ultima proposta di legge per legalizzare il suicidio assistito – presentata nel 2006 da Lord Joffe – sembra che i sostenitori di una modifica dell’attuale legislazione che proibisce di aiutare una persona a suicidarsi siano più ottimisti che in passato sulla possibilità di ottenere ciò che chiedono. Di questo relativo ottimismo c’è testimonianza, ad esempio, nel libro che Mary Warnock – una delle più autorevoli studiose di bioetica del Regno, oggi membro della House of Lords – ha scritto con Elisabeth Macdonald, un’oncologa con una vasta esperienza nel campo dell’etica medica e dei rapporti tra medicina e diritto. Easeful Death. Is There a Case for Assisted Dying? (Oxford University Press, Oxford 2008) è una difesa delle ragioni per cui sarebbe giusto riconoscere ai malati terminali, o a chi si trova in condizioni di estrema sofferenza, il diritto di disporre del modo e del momento della propria morte. Ricevendo, se necessario, un aiuto qualificato per portare a termine il proprio proposito.

In realtà le autrici sarebbero in favore di un’interpretazione ancora più radicale del diritto di morire, che aprirebbe la strada anche all’eutanasia per le persone che non si trovano in condizione di compiere personalmente le azioni necessarie per suicidarsi ma che hanno chiesto di por fine alle proprie sofferenze, sia attraverso un documento redatto in precedenza sia manifestando questo desiderio direttamente, dopo che una  malattia o un incidente le ha private della possibilità di muoversi in modo autonomo. Per la Warnock e la Macdonald si sta avvicinando il giorno in cui sarà maturata nel pubblico la consapevolezza che la vita umana non è sacra, ma ha soltanto valore, e che nessuno deve esserne privato volontariamente a meno che non ci sia un valore ancora più alto che giustifichi tale atto. Nel libro ci sono alcune ipotesi su quali potrebbero essere questi valori più alti. Certamente il benessere delle persone, ma anche considerazioni relative a ciò che è nel loro interesse quando esse non siano più in condizione di valutare la propria vita e non abbiano lasciato disposizioni a riguardo. Ciò aprirebbe la strada anche a forme di eutanasia non volontaria, sia pure in casi estremi.


La discussione in corso nel Regno Unito ci riguarda perché una mutazione della sensibilità pubblica a Londra spesso anticipa analoghi cambiamenti nel resto d’Europa. Già in passato è successo e potrebbe accadere di nuovo. Sarebbe opportuno dunque che il parlamento – che si accinge a discutere delle proposte di legge sulle “disposizioni anticipate” o “testamento biologico” di cui da più parti si è segnalata la necessità in queste settimane – tenga conto della prospettiva più generale e non scelga per quieto vivere di ignorare il  problema morale posto dalla Warnock e dalla Macdonald: continuare a vivere è sempre nell’interesse di un paziente che è irrimediabilmente sofferente o che si trova in uno stato di inconsapevolezza permanente?


Pubblicato su Il Riformista il 12 dicembre 2008

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