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il blog di Mario Ricciardi


Diario


29 novembre 2008

Sul decreto Gelmini

L’approvazione al Senato del decreto sull’università proposto dal governo segna una vittoria per Maria Stella Gelmini. Non c’è dubbio, infatti, che la titolare del ministero dell’istruzione è riuscita a chiudere con abilità – e senza perdere l’iniziativa – quella che si annunciava come una partita difficile. Meno bene ne esce il PD. Infatti, dopo aver fatto gesti distensivi, che lasciavano intendere la possibilità di una conversione bipartisan del decreto, il principale partito dell’opposizione ha votato contro. Senza una spiegazione chiara e con il dissenso di un suo autorevole esponente, Nicola Rossi, che è uscito dall’aula per non partecipare al voto.


Come siamo arrivati a questo risultato? Per comprenderlo bisogna fare un passo indietro, ritornando alla fine dell’estate, quando Walter Veltroni ha individuato in Maria Stella Gelmini l’anello debole del governo, quello che poteva essere colpito con la speranza di spezzarlo. Così nasce una strategia che, rinunciando quasi completamente a presentare e difendere un programma alternativo a quello del governo per scuola e università, puntava tutto sulla speranza che un autunno caldo per il dicastero di viale Trastevere si trasformasse in una sconfitta per Berlusconi e i suoi alleati e in un vantaggio per il PD.

Tuttavia, scommettere sull’Onda si è rivelato un grave errore. In primo luogo, perché il movimento di protesta nato nelle scorse settimane si è rivelato – come lasciavano intendere le sue prime manifestazioni – piuttosto confuso. Prive di un senso politico, le proteste studentesche hanno esibito il solito catalogo di intemperanze, lamentele, disagi esistenziali e sfoghi creativi con cui siamo familiari da anni. Ben lungi dall’essere il nuovo sessantotto di cui alcuni hanno vaneggiato, l’Onda ha solo increspato un po’ le acque. Anche perché, e questa è la novità politica degli ultimi mesi, stavolta la solita protesta d’autunno contro le “riforme” di scuola e università ha trovato un interlocutore meno disposto a lasciarsi chiudere nell’angolo. Con abilità di cui bisogna darle atto, Maria Stella Gelmini è partita al contrattacco riuscendo a trasformare la sua debolezza in forza. Prima ha presentato una serie di provvedimenti sulla scuola, alcuni dei quali erano ispirati da esigenze di bilancio piuttosto che da un chiaro disegno di riforma, come interventi positivi. Attaccata su queste misure, la Gelmini ha reagito accentuando la dimensione di novità e di rottura con il passato delle proprie proposte. Dopo qualche settimana di polemiche, e grazie all’Onda, un pacchetto normativo minimalista è diventato a furor di popolo la “riforma Gelmini” della scuola.


Lo stesso schema si è ripetuto anche per l’università. Un decreto scritto in fretta – e male – per rispondere a una sollecitazione di Francesco Giavazzi si è riempito strada facendo di contenuti, alcuni dei quali sarebbero forse condivisibili ma avrebbero meritato più seria discussione, fino a diventare una sorta di miniriforma dell’università che interviene in modo significativo su diversi profili, dal reclutamento e alle progressioni di carriera di docenti e ricercatori fino al finanziamento delle sedi e alla ripartizione dei fondi. Anche in questo caso Maria Stella Gelmini ha trasformato una debolezza iniziale in un punto di forza, presentando i tagli imposti da ragioni di bilancio come iniziative in positivo, e cavalcando con abilità l’indignazione dell’opinione pubblica per certi episodi di malcostume accademico. Ci sarebbe da discutere, e ieri l’ha fatto – con ottimi argomenti – Domenico Marinucci, sul modo distorto in cui l’università italiana viene presentata in questi giorni da certi organi di stampa. La discussione seria e pacata su ciò che non funziona e sui modi migliori per migliorare la situazione è stata sostituita ormai da una caccia alle streghe in cui tutti coloro che appartengono alla “casta” accademica sono per ciò stesso sospetti, e probabilmente colpevoli, di ogni genere di nefandezze. In questo clima il PD è apparso privo di una linea, oscillando tra la tentazione di accodarsi agli attacchi ai “baroni” e quella di correggere attraverso gli emendamenti le parti meno condivisibili di un decreto sull’università approvato in fretta e furia e senza un’adeguata riflessione.

La scelta di non votare ieri è la nuova oscillazione del pendolo. Incomprensibile ai più, e verosimilmente destinata a essere raffigurata dai sostenitori della Gelmini come motivata dal desiderio di difendere i privilegi degli indifendibili “baroni”. Insomma, un fallimento da cui nessuno può trarre giovamento. Certamente non il PD, probabilmente nemmeno l’università.

Pubblicato su Il Riformista il 29 novembre 2008




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23 novembre 2008

Justice at War

 In questi giorni Barack Obama ha un’agenda fitta di impegni, che prevede incontri per mettere a punto la squadra di governo e il programma. La crisi economica è destinata ad avere uno spazio importante in questi colloqui. Tuttavia, non è difficile immaginare che la questione della sicurezza – e in particolare della minaccia terroristica – è tra quelle che richiederanno approfondimento da parte del nuovo presidente. Nel bene e nel male – molti ritengono soprattutto nel male – i due mandati di George W. Bush passeranno alla storia come condizionati in maniera determinante dall’attentato dell’undici settembre 2001 e dall’impatto che ha avuto sui cittadini degli Stati Uniti. Bush ha plasmato la propria immagine come quella del “comandante supremo” di una nazione minacciata. Su questa scelta di fondo, e sulla sua dimensione simbolica, ha giocato le proprie carte con l’opinione pubblica. Con questo modello Obama è chiamato a misurarsi.

L’esito della sfida non è per niente scontato. Nonostante ciò che si dice tra Monteverde e Trastevere, una parte dell’elettorato statunitense lo attende alla prova dei fatti. Come reagirà Obama al prossimo attacco terroristico? Come si comporterà nei confronti di quei paesi che, in modi diversi, sostengono o incoraggiano il terrorismo? Forse qualche indicazione potrebbe venire dalla lettura dell’ultimo di libro di David Cole, professore della Georgetown University, che è stato tra i giuristi più impegnati contro le politiche dell’amministrazione Bush in materia di sicurezza e lotta al terrorismo. Si tratta di una raccolta di scritti, pubblicati in origine su la New York Review of Books, che delineano un profilo degli uomini e delle idee che hanno modellato la guerra americana contro il terrorismo dopo l’undici settembre del 2001. Rispetto ad altri lavori simili, questo di David Cole si segnala per la prospettiva dell’autore che è essenzialmente quella di un costituzionalista. Non abbiamo a che fare dunque con un’inchiesta giornalistica – anche se i fatti non mancano e sono spesso di grande interesse – ma con un saggio che contesta radicalmente la concezione della giustizia e del diritto che in questi anni ha ispirato, talvolta in modo surrettizio, le iniziative dell’amministrazione Bush. Per questo Justice at War è stato in queste settimane tra le letture di diversi commentatori politici, e non sarei sorpreso di scoprire che lo stesso presidente abbia trovato modo di sfogliarlo.

Si tratta pur sempre del lavoro di un collega. Infatti, vale la pena di sottolinearlo, Barack Obama ha insegnato per più dieci anni proprio diritto costituzionale alla Law School dell’università di Chicago. Cass Sunstein, uno dei più noti giuristi americani, ha segnalato questa come una delle caratteristiche più significative del nuovo presidente. Nel corso di un’intervista con un quotidiano dell’Illinois, Sunstein ha affermato “non mi pare che abbiamo mai avuto un presidente che sappia quanto lui sulla Costituzione”. Questa familiarità con il testo fondamentale della tradizione politica americana – la carta che ha dato forma alle aspirazioni morali dei “padri fondatori” degli Stati Uniti – dovrebbe rendere Obama particolarmente sensibile agli argomenti di David Cole. Per lo studioso, l’approccio dell’amministrazione Bush al diritto si può riassumere dicendo che la legge è stata concepita come ostacolo al lavoro del governo. Dato che la Costituzione è la legge suprema, quella che pone i vincoli più stringenti all’operato dell’esecutivo, essa è l’ostacolo più formidabile di cui liberarsi. A tale compito si sono dedicati uomini come l’Attorney General John Ashcroft, il consulente della Casa Bianca Alberto Gonzales e quello del dipartimento della giustizia John Yoo. Cole descrive le strategie impiegate da questi e da altri esponenti dell’amministrazione uscente per eludere il dettato costituzionale in ogni area che avesse a che fare, anche in modo indiretto, con la sicurezza nazionale. Lo schema di fondo è sempre lo stesso: “interpretare le leggi, preferibilmente in segreto, per permettere ciò che esse, secondo ogni lettura normale, proibirebbero. Quando queste interpretazioni divengono pubbliche, difenderle in modo aggressivo, indipendentemente dal merito, sostenendo che, in ultima analisi, le azioni sono state compiute per prevenire un altro attacco terroristico”.

Questo modo di procedere si lega direttamente all’immagine del presidente come “comandante supremo” di una nazione in guerra. Proprio alla guerra, e alle esigenze che essa impone, si richiamano tutti i tentativi di giustificare le iniziative dell’amministrazione che appaiono più evidentemente incompatibili con la Costituzione, come ad esempio l’uso del “waterboarding”, un metodo di interrogatorio che consiste nel provocare nel prigioniero la sensazione di essere sul punto di affogare per farlo crollare emotivamente. Per i giuristi di Bush, il “waterboarding” non è una tortura perché non produce danni permanenti. Cole mostra che si tratta comunque di un trattamento inumano che oltretutto viola il dettato della convenzione di Ginevra. Su questo fronte, cioè sulla questione dell’applicabilità del diritto internazionale al conflitto con Al-Queda, c’è stato uno dei confronti più duri tra l’amministrazione Bush e i difensori di un approccio più tradizionale – e più rispettoso della Costituzione – alla guerra al terrorismo.

“La Costituzione non è un patto suicida”, a questa massima si richiama spesso chi difende le buone intenzioni dell’amministrazione Bush. Lo ha fatto anche Richard Posner, che ha sostenuto che il rispetto dei principi costituzionali andrebbe sempre bilanciato con i costi che esso comporta da altri punti di vista, per esempio la sicurezza dei cittadini. La strada indicata da Posner è quella di una Costituzione a “geometria variabile” che si estende o si contrae a seconda della contingenze politiche. A questa tesi Cole si oppone con vigore, sostenendo invece che la Costituzione incorpora un impegno nei confronti del principio che supera i giudizi ad hoc che si suppone siano ispirati dal pragmatismo. In particolare, tale impegno riguarda i principi di libertà, eguaglianza e dignità, che non possono essere liquidati con la scusa del bilanciamento. Una posizione che ricorda molto da vicino quella di John Rawls. Cole ricostruisce i passaggi più significativi della lotta in difesa della Costituzione, come la sentenza della Corte Suprema nel caso Hamdan v. Rumsfeld. Leggendo il libro si capisce che Obama ha molto da fare per ripristinare la “Rule of Law” e le garanzie fondamentali in un settore, come la lotta al terrorismo, dove la tentazione di ignorare le forme è direttamente proporzionale alla percezione del pericolo. Nei prossimi mesi capiremo se, e in che misura, il nuovo presidente ha intenzione di seguire i consigli di David Cole o quelli di Richard Posner.

David Cole, Justice at War. The Men and Ideas That Shaped America’s War on Terror, New York Review Books, New York 2008, pp. 147, $ 14.95.

Pubblicato su Il Riformista il 23 novembre 2008



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23 novembre 2008

L'epistolario di Isaiah Berlin

 


Che Isaiah Berlin fosse un conversatore brillante è noto. Chiunque lo ha incontrato, anche una volta soltanto, non mancava di rimanere colpito dal modo in cui lo studioso britannico incantava i propri ascoltatori, che finivano per essere come ipnotizzati dal tono inconfondibile della sua voce. La profondità del timbro, il ritmo incalzante delle frasi, la capacità di caratterizzare con un aggettivo appropriato o una metafora eloquente libri e pensatori, uomini politici e dame del bel mondo. Non c’è da sorprendersi, dunque, se alla sua morte più d’uno, tra coloro che l’hanno commemorato, ha ipotizzato che la conversazione è probabilmente l’aspetto della personalità di Berlin che sarebbe stato rimpianto maggiormente, sia da chi gli voleva bene sia da chi lo conosceva solo per averne ascoltato una conferenza o seguito una lezione. A distanza di più di un decennio dalla scomparsa – e mentre si avvicina il centenario della nascita – l’ipotesi ha trovato conferma. In larga misura grazie all’impegno e alla dedizione di Henry Hardy, il curatore del lascito letterario di Berlin, l’eco di quella conversazione affascinante non è del tutto spenta. Essa infatti continua ad affiorare di tanto in tanto dalle pagine degli inediti pubblicati in questi anni.

Una delle testimonianze più significative delle doti di questo “captivating conversationalist” – per riprendere la felice formula impiegata da Alan Ryan – si trova nella corrispondenza. Per noi è difficile immaginare che scrivere lettere potesse avere un ruolo così importante nella vita delle persone. Eppure è evidente che per Berlin e i suoi interlocutori fosse un’attività dal fascino irresistibile. Pettegolezzi accademici e sentimentali, divagazioni letterarie e riflessioni filosofiche sono il tessuto connettivo di un epistolario monumentale, di cui è uscito per il momento soltanto il primo volume, che si annuncia come uno dei più ricchi e interessanti della seconda metà del novecento. Oggi finalmente una selezione dal primo volume di tale epistolario appare in italiano per i tipi di Adelphi, che ha già pubblicato buona parte delle opere di Berlin. Anche se, rispetto all’edizione originale, questa si presenta piuttosto come un’antologia i lettori non avranno di che lamentarsi. Ci sono pagine memorabili, come quelle dedicate al primo viaggio in Palestina, oppure quelle in cui si manifesta il progressivo deterioramento dei rapporti con Adam von Trott. L’aristocratico tedesco, che Berlin aveva conosciuto a Oxford, era accusato dallo studioso di acquiescenza nei confronti del nazismo per essere ritornato in Germania accettando un lavoro nella diplomazia del terzo Reich. La rottura con von Trott ha continuato a tormentare Berlin per tutta la vita. Infatti, qualche anno dopo aver accettato l’incarico, von Trott fu arrestato e condannato a morte dal regime per aver partecipato al complotto contro Hitler. Nelle lettere tradotte in italiano il tormento di Berlin per quello che avverte come il “tradimento” dell’amico è evidente nell’insolita severità con cui ne scrive. In effetti, quella dell’amicizia tra von Trott e Berlin è una vicenda tanto affascinante da aver ispirato di recente perfino un romanzo, The Song Before it is Sung, di Justin Cartwright (Bloomsbury, London 2007).

D’altro canto non stupisce che Isaiah Berlin non fosse disposto a concedere attenuanti a chi collaborava con il nazismo, anche se diceva di farlo per promuovere la causa della pace. In particolare la corrispondenza con i genitori mostra quanto profonda fosse per il giovane Isaiah, ebreo emigrato dalla Russia, la consapevolezza della propria identità e la sensibilità al destino del popolo di Israele. A tal proposito, oltre a quelle scritte durante il viaggio in Palestina, sono di grande interesse le lettere che testimoniano la maturazione di una coscienza nazionale da parte di Berlin che lo porta, negli anni del soggiorno statunitense durante la seconda guerra mondiale, a impegnarsi in modo sempre più deciso in favore del movimento sionista.

Tuttavia, sbaglierebbe chi pensasse che le lettere di Berlin hanno un interesse esclusivamente storico. Nei momenti migliori esse ricordano la prosa del giovane Evelyn Waugh, e il divertimento è assicurato.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 23 novembre 2008

Isaiah Berlin, A gonfie vele, a cura di Henry Hardy, edizione italiana a cura di Flavio Cuniberto, Adelphi, Milano 2008, pp. 380.


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19 novembre 2008

Eluana Englaro e Nancy Cruzan

In una democrazia liberale si possono criticare le sentenze. Anzi, si potrebbe sostenere che si deve, quando si è convinti che contengono un ragionamento fallace o che non sono adeguatamente argomentate. Tuttavia, il legittimo – e talvolta salutare – controllo da parte dell’opinione pubblica dovrebbe sempre essere esercitato con rispetto sia di chi giudica, e delle parti, sia della verità. Purtroppo nel nostro paese spesso non ci si attiene a questa regola elementare del dibattito pubblico, con conseguenze perniciose. Un esempio di questo tipo di distorsione lo abbiamo davanti in questi giorni con alcune reazioni alla sentenza sul caso di Eluana Englaro. In particolare, colpisce la disinvoltura con cui è stata richiamata la vicenda di Terry Schiavo, affermando che ci troveremmo di fronte alla stessa situazione. In realtà le cose non stanno in questo modo.

Se è vero che, dal punto di vista medico, i due casi sono simili, da quello legale e morale essi presentano asimmetrie che non è possibile trascurare. Nel caso della Schiavo, infatti, le testimonianze relative alla volontà della donna di non essere sottoposta indefinitamente a trattamenti che la tenessero in vita se si fosse trovata in stato vegetativo senza ragionevole possibilità di recupero, non erano affatto concordanti. Contro quella del marito, di suo fratello e della cognata, c’erano le deposizioni della madre della donna e di un’amica di infanzia che affermavano il contrario. La Corte alla fine ha ritenuto che le prime fossero più attendibili delle seconde, autorizzando la sospensione dell’alimentazione. Un verdetto che molti hanno criticato anche alla luce della personalità di Michael Schiavo, il marito di Terry, le cui motivazioni sono apparse a diversi commentatori non del tutto limpide.


Nel caso di Eluana Englaro, invece, nessuno ha mai proposto testimonianze discordanti relative alla volontà della donna di non essere tenuta in vita artificialmente. Nemmeno è mai stata messa in dubbio l’attendibilità o la buona fede dei testimoni sentiti nel corso del processo. Se proprio si volesse richiamare un precedente rilevante per criticare le decisioni della magistratura italiana sul caso Englaro – ma non l’ultima sentenza della Cassazione che, è bene ricordarlo, riguarda soltanto una questione procedurale – si dovrebbe guardare piuttosto alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Cruzan v. Director Missouri Department of Health del 1990. Si tratta di una pronuncia relativa a un caso del tutto simile a quello della Englaro perché fondato su testimonianze concordanti. In quel procedimento, la Corte Suprema Federale decise a maggioranza di confermare la decisione della Corte Suprema del Missouri che aveva respinto la richiesta di sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali in quanto ritenne che le condizioni imposte dai giudici locali per concedere l’autorizzazione non fossero incostituzionali. In particolare, la Corte del Missouri aveva stabilito che in assenza della dichiarazione formale prevista dalla legislazione statale sulle disposizione anticipate (il c.d. Living Will) ci fossero almeno “chiare e convincenti, intrinsecamente affidabili” prove della volontà della paziente di non essere sottoposta a trattamento per tenerla in vita in circostanze come quelle in cui si trovava al momento della sentenza. Pur ammettendo l’esistenza di un diritto costituzionale di rifiutare un trattamento sanitario, l’estensore della sentenza della Corte Suprema Federale (l’allora Chief Justice Rehnquist) ha sostenuto che gli Stati possono stabilire requisiti di prova stringenti quando la volontà di morire deve essere ricostruita indirettamente.


La sentenza del caso Cruzan è considerata tuttora un precedente dotato di autorità nella giurisprudenza della Corte Suprema in materia di diritto morire. Gli argomenti di Rehnquist sono stati criticati, ad esempio da Ronald Dworkin, ma rimangono ancora oggi una testimonianza importante di come si possa tentare di conciliare il diritto delle persone di rifiutare un trattamento sanitario con l’esigenza pubblica di tutela della vita di chi si trova in una situazione di vulnerabilità. Per quel che riguarda il nostro paese, la sentenza Cruzan offre due spunti di riflessione importanti per il dibattito in corso. In primo luogo che, anche se si ammette che c’è un diritto costituzionale di lasciarsi morire, la volontà di esercitarlo dovrebbe essere espressa in modo univoco e formale. In secondo luogo che, in assenza di uno strumento legale per disporre dei trattamenti cui si viene sottoposti, le prove testimoniali presentano un rischio maggiore di abusi o errori.

Pubblicato su Il Riformista il 19 novembre 2008



14 novembre 2008

L'ultima parola sulla vicenda Englaro

La Cassazione ha finalmente detto l’ultima parola sulla vicenda di Eluana Englaro. Respingendo il ricorso della procura, la corte ha aperto la strada alla cessazione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali che l’hanno trattenuta in vita in questi anni. Per il padre della ragazza, che tanto ha lottato per ottenere il riconoscimento del diritto a lasciar morire dignitosamente sua figlia, comincia l’ultima parte di un lungo calvario, che speriamo si svolga al riparo da ulteriori clamori.

Se la controversia giudiziaria si conclude, ciò non vuol dire che tutti i problemi siano risolti. Lo spazio concettuale entro il quale hanno dovuto muoversi i giudici non è di quelli dove ci sono confini ben delineati. Ricordiamo brevemente quali sono i nodi principali da sciogliere. Da un lato c’è la questione del diritto di un malato di rifiutare le cure. La nostra Costituzione – sia pure con qualche limite – riconosce questo diritto. Dall’altro c’è il diritto a non essere privati ingiustamente della vita. Nel passaggio dai principi all’azione ci sono diverse difficoltà che il caso di Eluana Englaro ha illustrato in modo drammatico. Se il paziente non è più cosciente, e non ha manifestato in precedenza in modo univoco la propria volontà di non essere sottoposto a certi tipi di cura, risulta difficile immaginare che qualcun altro – per quanto ben intenzionato – abbia il diritto di decidere al suo posto. La controversia giudiziaria sulla sorte di Eluana è nata in parte proprio dall’incertezza relativa alle sue volontà, che sono note solo perché riportate da testimoni. Una traccia che molti considerano – non a torto – troppo labile per sostenere il peso di una decisione importante come quella di interrompere i trattamenti che la mantengono in vita.

Sul piano morale le alternative lasciate aperte dalla sentenza hanno comunque implicazioni che non si possono accettare a cuor leggero. Lasciar morire una persona quando si potrebbe impedirlo normalmente è equivalente a ucciderla. Interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali di una persona in coma, anche se siamo ragionevolmente sicuri che essa non ha alcuna possibilità di riprendersi, comporta come conseguenza la morte per disidratazione o denutrizione. Una conseguenza, è bene sottolinearlo, che non possiamo considerare accidentale.

Da questi dilemmi tragici, che la magistratura ha cercato di sciogliere come meglio poteva, dobbiamo ripartire per impedire che casi come quello di Eluana accadano in futuro. Per questo è necessaria una legge che trovi un equilibrio ragionevole tra la difesa della vita di un essere umano inerme e il giusto riconoscimento del diritto di ciascuno di decidere della propria esistenza. Che comporta inevitabilmente il potere di metterle fine, o di chiedere che ciò avvenga in modo dignitoso, e in un ambiente adeguato, quando andare avanti è diventato insostenibile. Tuttavia, questo diritto deve essere esercitato in piena coscienza e manifestato in modo chiaro da persone al riparo da pressioni e condizionamenti psicologici. Non è accettabile che la libertà di disporre della propria vita diventi lo strumento attraverso il quale passa l’eliminazione di chi è ormai soltanto un peso per la società. “Non voglio più vivere così” è un pensiero che può attraversare la mente di chiunque – specialmente persone vulnerabili come gli anziani o i malati gravi –  in un momento di disperazione. Nel caso di pazienti che si trovano nelle condizioni in cui era Eluana ciò richiede dunque la necessità di ricorrere a disposizioni anticipate redatte in modo da impedire abusi o decisioni avventate. In caso di dubbio, infatti, una legislazione liberale dovrebbe comunque dare precedenza al diritto fondamentale a non essere privati ingiustamente della vita. Solo in questo modo è possibile andare oltre le polemiche di questi anni facendo un progresso nella direzione di una società più giusta anche con chi non è più in grado di far sentire la propria voce perché non ne ha la forza o ne ha perso la possibilità.

Pubblicato su Il Riformista il 14 novembre 2008



12 novembre 2008

Su Eluana Englaro

Con la nuova pronuncia della Corte di Cassazione attesa nelle prossime ore dovrebbe concludersi la lunga e penosa vicenda giudiziaria che riguarda Eluana Englaro. Ciò non vuol dire che la decisione dei giudici ponga anche fine all’esistenza di un essere umano cui la sorte ha riservato, dopo l’incidente che l’ha privata della coscienza, anche il triste destino di diventare un simbolo, l’oggetto di una contesa di principio che talvolta è si è trasformata anche in contrapposizione ideologica. Una decisione che neghi la richiesta del padre di Eluana di interrompere l’alimentazione artificiale che la tiene in vita lascerebbe infatti questa giovane donna in una situazione che dell’esistenza personale ha soltanto il sostrato biologico. Senza ragionevole possibilità di recupero. Una decisione del genere sarebbe anche indirettamente una condanna per i familiari e per cari di Eluana, che non vogliono abbandonarla nello stato in cui si trova, ma ritengono che esso sia incompatibile con la concezione della dignità che ella aveva dichiarato in passato di condividere.

D’altro canto, anche una decisione favorevole non è priva di conseguenze morali. Essa infatti lascerebbe ancora una volta ai suoi cari, probabilmente al padre, l’onere di fare ciò che nessun genitore vorrebbe mai dover fare. Sia pure con l’aiuto di un medico pietoso. Comunque vada – e non certo per colpa dei giudici, che in questo caso non possono far altro che pronunciarsi sul diritto – un esito di cui nessuno dovrebbe gioire. Per chi ha a cuore le ragioni della giustizia e quelle della pietà non rimane che assistere all’ultimo atto di questa tragedia, con il rispetto che si deve a tutte le vittime. Dopo la sentenza, però, ci sarà da discutere. Stavolta, si spera, non di Eluana, ma del modo migliore di scrivere una legge che eviti – nei limiti del possibile – che situazioni come la sua si ripetano. A questo compito siamo chiamati tutti nella nostra qualità di cittadini di una democrazia e di persone in grado di esercitare le proprie capacità di ragionamento e di giudizio. Senza veti preventivi – come quello che il Vaticano ha appena opposto a una cauta dichiarazione di Barack Obama sulla possibilità di erogare nuovamente fondi pubblici per la ricerca sulle staminali embrionali – e nella consapevolezza che la ragion pubblica impone limiti che la fede non conosce.

 


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11 novembre 2008

A plan to resist all planning...

A plan to resist all planning may be better than its opposite, but it belongs to the same style of politics.

Michael Oakeshott, Rationalism in Politics and Other Essays, Liberty Press, Indianapolis (Ind.) 1991, p. 26.



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11 novembre 2008

Chi ha paura del sorteggio?

Chi ha paura del sorteggio? Secondo Francesco Giavazzi "i professori che si erano divisi i 6000 posti a concorso prima ancora che si svolgessero le elezioni per la scelta dei commissari". Io direi piuttosto che dovrebbero averla tutti, visto che il sorteggio dei commissari non garantisce in alcun modo che i candidati che alla fine riceveranno le idoneità siano i più bravi. In alcuni casi questo potrebbe accadere, in altri no, perché il sorteggio si limita a inserire un elemento casuale nella scelta dei commissari  (la randomizza direbbe un economista).  Come poi questi ultimi decideranno rimane affidato alla loro coscienza e giudizio.

Su questo punto non secondario Giavazzi nel suo nuovo intervento - non meno concitato del primo - sorvola. Tuttavia, avendo avuto una settimana di tempo per pensarci, qualche dubbio sul fatto che il sorteggio sia una buona idea deve averlo anche lui, perché in questo nuovo intervento allude alle "anime belle" che lo hanno criticato citando - senza nominare l'autore - un brano in cui si dice che "in Gran Bretagna, dove l'università funziona, i dipartimenti scelgono i professori senza bisogno di un concorso". Poi aggiunge, fulmineo: "lo so bene, ma lì il titolo di studio non ha valore legale e i fondi pubblici vengono assegnati alle università non a seconda del numero degli studenti iscritti, ma in funzione della qualità della ricerca: ricerca che nessuno cita, niente fondi e il dipartimento chiude". Che è indubbiamente vero, ma non si capisce che rapporto abbia con il sorteggio dei commissari. Tuttavia, per Giavazzi un rapporto deve esserci, perché continua: "se i critici vogliono essere coerenti dicano che sono pronti a cancellare il valore legale del titolo di studio (...) e ad accettare che vengano chiusi i dipartimenti scadenti. E dicano anche che preferirebbero che i concorsi banditi venissero tutti rimandati in attesa di una riforma dell'università". A questo punto, anche il lettore ben disposto ha l'impressione che Giavazzi stia menando il can per l'aia.

Infatti, non si capisce bene in che senso chi critica il sorteggio come metodo arbitrario e insensibile al merito dovrebbe - per coerenza - sostenere anche le altre cose di cui parla Giavazzi. Tra l'altro, alcune delle "anime belle" che hanno criticato il sorteggio hanno argomentato in passato proprio in favore di alcune delle cose che Giavazzi li sfida oggi ad accettare. Per esempio, Marco Santambrogio lo ha fatto in Chi ha paura del numero chiuso? - un libro pubblicato nel 1997 - e in diversi altri interventi pubblicati in seguito. Quindi Giavazzi, come si dice, sfonda una porta aperta. Dietro quella porta c'è un problema di cui molti di noi si sono resi conto in questi anni, e cioè che non è chiaro in che modo si possa abolire il valore legale del titolo di studio. C'è chi sostiene, infatti, che questo in un certo senso non esiste nemmeno nel nostro paese, e che il vero problema è il modo puramente formale in cui funziona la valutazione dei titoli nei concorsi pubblici (ma questa, come si dice, è un'altra storia).

Rimane il fatto che, anche ammettendo che bisogna abolire il valore legale del titolo di studio - qualunque cosa voglia dire - e che i dipartimenti scadenti devono chiudere, non si capisce perché si dovrebbero rimandare i concorsi in attesa di una riforma dell'università. Avevamo un sistema di selezione imperfetto e aperto all'arbitrio. Grazie all'intervento di Giavazzi e al decreto del governo ne abbiamo uno almeno altrettanto imperfetto e aperto all'arbitrio. Perché mai le università che hanno deliberato in piena autonomia di chiedere concorsi dovrebbero rinunciarvi? Per aspettare poi cosa? Che Giavazzi immagini la procedura concorsuale perfetta? Un piccolo contributo in questa direzione c'è già nell'intervento di questa settimana. Scrive Giavazzi: "vorrei avanzare una modesta proposta. Fra poco più di un mese in tutte le università si voterà secondo le nuove modalità, cioè per costituire un pool di candidati tra i quali poi avverrà il sorteggio. Affinché si possa votare con sufficiente informazione, le diverse discipline dovrebbero (...) pubblicare un elenco dei professori eleggibili e della loro produttività scientifica. Poiché esistono diversi criteri (l'impact factor e altri) si potrebbero pubblicare indici diversi".

In poco più di un mese? e poi, non si erano già divisi i posti i professori italiani? Ovviamente, Giavazzi non è così ingenuo da credere che essi agiranno spontaneamente in modo virtuoso, quindi li avverte: "si vedrà, sia quali discipline avranno ritenuto utile dare questa informazione sia quelle che, pur avendo stilato gli elenchi, voteranno per candidati non particolarmente brillanti". Insomma, state in campana! Anche in questo caso, Giavazzi glissa su una questione non trascurabile. In alcune discipline gli indici di cui lui parla non ci sono. Costruirli in modo affidabile richiederebbe tempo. Talvolta andrebbe fatto solo per le pubblicazioni in lingua italiana, e questo pone problemi di non facile soluzione. Comunque, essi darebbero al massimo un indice quantitativo. Da prendere sul serio, nessuno vuole negarlo, ma anche con una certa cautela.

Allora forse la soluzione è davvero quella di sospendere i concorsi mentre Giavazzi immagina la procedura concorsuale perfetta. Magari, visto che ci siamo, potremmo sospendere anche le elezioni politiche in attesa che lo stesso Giavazzi o qualche altro economista immagini anche in quel caso un metodo di selezione perfetto. Oppure mettere tutti gli italiani sotto tutela, e privarli della libertà di scegliere, perché alcuni fanno sciocchezze o si comportano in modo scorretto. Dopo aver scoperto che il liberismo è di sinistra, potremmo anche scoprire che il paternalismo è liberista.   


5 novembre 2008

L'appello di Martinotti, Moscati e Rositi

Guido Martinotti, Roberto Moscati e Franco Rositi hanno scritto un appello in cui spiegano perché l'idea di Giavazzi è destinata a fare danni seri senza contribuire in alcun modo a migliorare la nostra università.

L'appello si trova all'indirizzo:

http://sosatenei.wordpress.com/fermiamo-la-mano/


5 novembre 2008

Ancora su Giavazzi

Oggi Francesco Giavazzi ritorna sulla sua proposta di cambiare le regole dei concorsi già banditi. Tra l'altro, scrive che "centinaia di baroni universitari hanno accuratamente organizzato i voti, hanno usato la perversione delle doppie idoneità (due vincitori per un posto) per costruire solide maggioranze, insomma hanno truccato i concorsi. Se questi venissero modificati tutti i loro progetti andrebbero a gambe all'aria". Ora, a parte il fatto che non è vero che ci sono due vincitori per un posto perché le idoneità non comportano necessariamente l'assunzione, vorrei richiamare l'attenzione sull'argomento usato da Giavazzi. Non che cambiare le regole aumenterebbe la possibilità che vinca il migliore, ma che disturba i progetti di quelli che lui chiama "baroni". Insomma, Giavazzi è un buontempone che vuole che il governo faccia un bello scherzo ai suoi colleghi! Mi chiedo come si possa prendere sul serio cose del genere.


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