.
Annunci online

Brideshead
il blog di Mario Ricciardi


Diario


28 ottobre 2008

When statesman gravely say...

When Statesman gravely say 'We must be realistic',
The chances are they're weak, and, therefore, pacifistic,
But when they speak of Principles, look out: perhaps
Their generals are already poring over maps.


W.H. Auden, Collected Shorter Poems 1927-1957, Faber & Faber, London 1996, p. 191.




permalink | inviato da Mario Ricciardi il 28/10/2008 alle 20:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


28 ottobre 2008

Ancora su Tremonti

Per chi fosse interessato a una critica serrata del libro di Tremonti da parte dei uno dei più lucidi liberali italiani, consiglio la lettura della recensione di Marco Santambrogio, pubblicata su La rivista dei libri di ottobre. La trovate sul sito della rivista a questo indirizzo:

http://www.larivistadeilibri.it/2008/10/santambrogio.html




permalink | inviato da Mario Ricciardi il 28/10/2008 alle 1:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 ottobre 2008

Waugh on the Classless Society

"It may be a good or a bad thing to be classless; it is certainly un-British"

Evelyn Waugh, A Little Order, Penguin, London 2000, p. 46.

This was written in 1959. The issue, however, is still relevant to British society, and indeed to British politics, as shown by John Prescott's "The Class System and Me". On BBC Two this evening.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Waugh class britishness

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 27/10/2008 alle 0:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 ottobre 2008

Precaution

I never dared be radical when young
For fear it would make me conservative when old.

The Poetry of Robert Frost, ed. by Edward Connery Lathem, Vintage Books, London 2001, p. 308. 




permalink | inviato da Mario Ricciardi il 23/10/2008 alle 22:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 ottobre 2008

Alistair Cooke

La Penguin ha ristampato Six Men, una raccolta di profili redatti da Alistair Cooke, il giornalista britannico che per più di cinquanta anni - dal 1946 al 2004 - ha condotto Letter from America. Che racconti dei propri incontri con Charlie Chaplin o con Bogart, che descriva le idiosincrasie e i manierismi di Bertrand Russell o quelli di H.L. Mancken, Cooke si muove con la stessa disinvoltura tra i letterati e le star del cinema. Una collezione che testimonia la straordinaria capacità di penetrazione e la rara sensibilità per i dettagli del suo autore.

Per saperne di più su Alistair Cooke





permalink | inviato da Mario Ricciardi il 20/10/2008 alle 21:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 ottobre 2008

Mobilità accademica

Tra le tante critiche che in questi giorni vengono mosse al nostro ceto accademico c'è quella che è poco mobile. Si dice che, nei paesi che dovremmo prendere a esempio, ricercatori e docenti cambiano sede diverse volte nel corso della propria carriera, mentre da noi molti non si sono mai mossi dal luogo in cui si sono laureati. Non ho a disposizione dati, ma credo che ci sia qualcosa di vero nel fatto che nell'università italiana ci sia una minore mobilità rispetto a quella che c'è negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Tuttavia, non sono sicuro che l'interpretazione dei fatti che viene proposta sia del tutto corretta. Cominciamo da qui. Perché un giovane studioso americano all'inizio della carriera decide di spostarsi dal luogo dove ha conseguito la laurea? In linea di massima - escludendo quelli che lo fanno per motivi personali - le spiegazione sono due. La prima è che non c'è posto disponibile dove ha studiato. La seconda, che andare altrove può essere utile per la propria carriera. Se sono laureato in un'università poco prestigiosa del mid-west tentare di fare il dottorato a Princeton o a Harvard mi conviene perché aumenta le mie chances di avere un buon lavoro nel lungo periodo. Inoltre, in un ambiente che privilegia - giustamente - la specializzazione, si tende a muoversi verso i luoghi dove è possibile specializzarsi, perché anche questa è una buona strategia.

Quindi il nostro giovane collega americano non si muove perché il movimento è cosa buona in quanto tale, ma perché muoversi è un mezzo per uno scopo. Tra l'altro, vale la pena di sottolineare che se il movimento fosse da Princeton all'università di provincia, non verrebbe affatto considerato buon segno per le prospettive di carriera del futuro PhD.

Bisogna poi fare attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze. La forte mobilità dipende in larga misura dalla competitività e dalla scarsità relativa dei posti a disposizione nelle migliori università. Se uno ha la fortuna di poter proseguire la propria carriera nella stessa prestigiosa università dove si è laureato, nessuno lo biasimerà solo per questo. Ci sono diversi esempi di illustri studiosi che non hanno mai cambiato università nella vita, e questo non ha certo danneggiato il loro lavoro. Al contrario, in alcuni casi li ha messi nelle migliori condizioni per proseguirlo con successo.

Per quel che riguarda il nostro paese, poi, non si capisce bene quale sia il rimedio proposto. Ascoltando alcuni commenti in questi giorni si ha l'impressione che sia sempre il solito: fare una legge. Si dice che dovrebbe essere vietato fare il dottorato dove si è conseguita la laurea, o diventare ordinari dove si è stati associati. Insomma, il "wandering scholar" per decreto.

Si tratta ovviamente di un'assurdità, che probabilmente sarebbe destinata a non conseguire l'effetto desiderato. Un po' come i marinai borbonici - per apparire efficienti - saremmo tutti costretti a "fare ammuina" muovendoci da prua a poppa senza costrutto, solo perché così daremmo l'impressione di fare quel che i nostri colleghi americani o inglesi fanno spontaneamente quando ritengono necessario o utile farlo. Davvero una trovata geniale.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. università concorsi

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 16/10/2008 alle 9:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 ottobre 2008

L'occupazione che non c'è

La notizia l’ho avuta ieri mattina dalla prima pagina del principale quotidiano nazionale: sono partite le occupazioni a Roma e a Milano. La cosa mi incuriosisce. Nell’università lavoro da più di dieci anni, di cui una parte felicemente trascorsi proprio alla Statale di Milano, dove attualmente insegno teoria generale del diritto. Naturale, dunque, l’interesse. Oltretutto, nel pomeriggio avrei lezione. A giudicare da quel che leggo, c’è stata un’occupazione del rettorato lunedì, nel corso della quale un gruppo di studenti avrebbe tentato di ottenere dal rettore la firma di un documento che “condanna la legge Gelmini” (sic). La minaccia è di quelle da far tremare i polsi a una persona che è responsabile di un ateneo frequentato da più di sessantamila iscritti: “o firmi questa lettera o blocchiamo le lezioni”. Nonostante il tono perentorio, il rettore Decleva non cede e rifiuta di firmare. Quel che segue non è molto chiaro. Secondo l’articolo i dimostranti hanno occupato il rettorato, esposto uno striscione e improvvisato “un corteonei chiostri della Statale”.

A questo punto, devo confessare che ho cominciato ad avere qualche perplessità. Non sulla veridicità del racconto, di cui non ho ragione di dubitare, ma sull’entità dell’episodio. L’altro ieri, infatti, ero anch’io in università, e non mi sono accorto di nulla. Sono arrivato nel primo pomeriggio, mentre l’assalto al rettorato c’è stato alla undici. Tuttavia, l’atmosfera era quella di un giorno normale. Anche a lezione non ho notato nulla di insolito. Le stesse facce che vedo da qualche settimana. Nessuna protesta, nemmeno un’allusione all’occupazione.

In effetti, secondo le cronache, gli occupanti sarebbero “quasi un centinaio”. Un altro quotidiano nazionale dice settanta. Sul numero complessivo degli iscritti a questo ateneo non si può certo dire che si tratti di una percentuale significativa. Oltretutto, i manifestanti sarebbero esponenti dei collettivi della Statale, della Bicocca, del Politecnico e dell’Accademia di Brera. Che tradotto in cifre non equivale a una partecipazione di massa alla protesta. Comunque, rimane un problema. Non ho capito se il rettorato è occupato. Non mi rimane che andare a controllare di persona, anche perché nel pomeriggio avrei di nuovo lezione. Nella tarda mattinata di martedì l’unico segno di qualcosa di diverso dal solito è la porta del rettorato chiusa. Chiedo al custode, che mi risponde che anche lui ha letto sul giornale che il rettorato è occupato, ma degli occupanti all’interno non c’è traccia. Interrogo i colleghi, chiedo a qualche studente, ma nessuno sembra essersi accorto di nulla. C’è qualcuno che è al corrente del malcontento per i provvedimenti del governo e – soprattutto tra docenti e ricercatori – manifesta apprensione. Ma del “nuovo sessantotto” di cui parlavano i giornali di ieri nessuna traccia. Nemmeno la più piccola. La situazione si è rianimata soltanto nel pomeriggio, quando un gruppo non molto più numeroso di dimostranti, ha stretto d’assedio il senato accademico riunito in seduta, anche in questo caso chiedendo l’adesione a un documento contro gli ultimi provvedimenti del governo. Anche in questo caso con scarsi risultati.

La cronaca di questi primi due giorni del nuovo “autunno caldo” dell’università italiana vista dal cortile della Statale di Milano assomiglia a una fiction televisiva. Gli attori sono pochi, una gran parte recita male, i dialoghi sono prevedibili e mostrano, più di ogni altra cosa, che gli autori sono in una drammatica crisi di idee. Tutto questo mentre l’università italiana – come scrive Roberto Perotti nel suo saggio L’università truccata, appena pubblicato da Einaudi – è alla deriva. L’analisi di Perotti, basata su una solida ricerca, mostra che una buona parte delle affermazioni fatte da chi ha inscenato le proteste di questi giorni è destituita di fondamento. Un confronto con quella britannica, anch’essa pubblica, mostra che il problema dell’università italiana non è tanto l’entità del finanziamento pubblico, che non è molto inferiore rispetto a quello erogato nel Regno Unito, quanto piuttosto la qualità della ricerca. Un risultato che non si spiega con uno scarso intervento pubblico, ma al contrario con un funzionamento distorto delle istituzioni che impediscono una reale competizione tra gli atenei e di promuovere chi – ricercatori e docenti – lavora nel modo migliore.

La ricetta proposta da Perotti non è più intervento pubblico, ma più autonomia. In particolare, più libertà da parte degli atenei di fissare il prezzo dei propri servizi, facendone pagare i costi a chi dovrebbe trarne beneficio, ovvero gli stessi studenti. Solo in questo modo, sostiene l’economista della Bocconi, è possibile creare le condizioni per un reale controllo della qualità. Saranno infatti gli stessi studenti, e le loro famiglie che spesso li sovvenzionano, a esigere che il titolo di studio abbia un valore reale – che si trasformi cioè in concrete opportunità di lavoro – e non soltanto uno legale, come avviene in questo momento. Non è difficile immaginare che le tesi di Perotti sono destinate a essere impopolari in un paese che si è abituato a considerare il conseguimento della laurea un diritto umano fondamentale. Tuttavia, solo il superamento di questo pregiudizio potrebbe consentire di riprendere la discussione sull’università su nuove basi, per avvicinarci a un sistema che coniughi finalmente l’efficienza e l’equità e non generi, come quello attuale, il massimo dell’inefficienza rendendo al contempo quasi impossibile la mobilità sociale.

In tale prospettiva sarebbe possibile per l’opposizione mettere in campo argomenti credibili per contrastare gli aspetti più discutibili delle misure proposte dal governo Berlusconi. Un esempio, tra gli altri, vale la pena di essere richiamato. In questi giorni si stanno levando grida di dolore da ogni parte del paese contro la norma che prevede la possibilità di trasformare le università in fondazioni. Anche il PD si è unito al coro delle proteste, dimenticando che la stessa proposta era stata presentata nella precedente legislatura da Nicola Rossi, senatore di quel partito. In realtà, come configurato nella proposta di Rossi, il cambiamento di regime giuridico era concepito come un’opportunità per le università – e ce ne sono – che sarebbero in grado di contare su un territorio in cui ci sono le risorse private su cui far leva, approfittando delle possibilità che una regolamentazione più agile offre sul piano dello sviluppo. D’altro canto, è difficile immaginare che questa opportunità sia alla portata di tutte le università italiane, nonostante quel che sembra pensare il ministro Gelmini. Rimane allora da chiedersi cosa dovrebbe fare chi non è in condizione di fare il salto verso una gestione “privatistica”. Chiudere? Continuare a fare affidamento esclusivamente sul finanziamento pubblico? Ripartito in che modo? L’opposizione “senza se e senza ma” che si annuncia nel cortile della Statale di Milano in questi giorni non risponde a queste domande.

Pubblicato su Il Riformista il 15 ottobre 2008


 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. università gelmini perotti

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 15/10/2008 alle 20:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 ottobre 2008

Staminalia


Da anni gli italiani sono al corrente delle speranze che gli scienziati hanno per l’uso terapeutico delle staminali. Purtroppo non è facile per il non specialista capire se – e come – queste cellule siano effettivamente utilizzabili, con quali costi e limiti. Tale mancanza di informazioni non si spiega con la difficoltà del tema o la scarsità della letteratura. Al contrario, di staminali in questo paese si parla tantissimo, in modo quasi ossessivo. Eppure, apparentemente senza costrutto. Ciò dipende dal fatto che la ricerca sulle staminali è diventata uno dei campi di battaglia di una lotta per l’egemonia culturale tra catastrofisti e adoratori del progresso scientifico. Dal laboratorio dove si studiano queste cellule passa infatti – secondo i primi – la strada che conduce alle menti e ai cuori di una popolazione che sta gradualmente perdendo il senso dei “valori” e si abbandona con voluttà all’abbraccio del nichilismo. Per i secondi, invece, è tra le provette che è destinato a nascere l’uomo nuovo. Finalmente libero dalle paure ancestrali, adeguatamente dotato dei pezzi di ricambio messi a disposizione da ricercatori benevoli e progressisti.


Per chi desidera capirne qualcosa senza farsi confondere da profeti di sventura e araldi del progresso c’è ora un bel libro di Armando Massarenti, uno dei più noti giornalisti culturali italiani. Con sobrietà e distacco, Massarenti presenta lo stato dell’arte e dissolve alcuni degli argomenti dei catastrofisti mostrandone l’inconsistenza. Le conclusioni cui giunge dovrebbero far riflettere chiunque: “[l’]Italia, al contrario di altri Paesi, si concentrerà solo sulle staminali adulte o somatiche, lasciando a Paesi meno scrupolosi dal punto di vista morale la ricerca sulle staminali embrionali. Mossa astutissima, comunque, perché permette di prendere miracolosamente due piccioni con una fava. Da un lato risolve tutti i problemi etici legati alla ricerca sugli embrioni sollevati da una parte della società. E dall’altro realizza, proprio grazie a una limitazione della libertà della ricerca, una strategia ampiamente competitiva nei confronti degli altri Paesi. Sono quei miracoli che solo l’Italia sa fare. Continuino pure gli altri, che si vantano di essere in grande vantaggio e all’avanguardia in questo campo, a fare ricerche inutili, oltre che immorali, sugli embrioni! Noi invece abbiamo capito che per quella via non si arriva da nessuna parte. E trarremo vantaggio dal nostro stesso ritardo. Ah, il genio italico!”.

Armando Massarenti, Staminalia. Le cellule “etiche” e i nemici della ricerca, Guanda, Parma 2008, pp. 205, Euro 14, 50.


Qui potete acquistare il libro


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. bioetica staminali

permalink | inviato da Mario Ricciardi il 14/10/2008 alle 11:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     settembre        novembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

diario
Libri
Diario di etica pubblica
Filosofia
Obituaries
Quotes
Reportages
News
Classici

VAI A VEDERE

The Spectator
The Salisbury Review
La Rivista dei libri
London Review of Books
The TLS
The New York Review of Books
Rational Irrationality
Brideshead
Moralia on the web
Il Riformista
Mondoperaio Blog
The Sartorialist
Lord Bonker's Diary


 
 
Decade after decade, Positivists and Natural Lawyers face one another in the final of the World Cup (the Sociologists have never learned the rules).
 
Tony Honoré

  



Qui potete comprarlo

 



Qui ci sono delle recensioni

Qui potete comprarlo

 




Certainly no man is like to become wise by presuming that Aristotle was a fool.

Sir Frederick Pollock

 


 

Bioetica Trofeo Luca Volontè

CERCA