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il blog di Mario Ricciardi


Reportages


7 aprile 2002

Belfast


Chi aveva dimestichezza con Belfast e i suoi abitanti prima del documento firmato il 10 aprile del 1998, che per via della ricorrenza che cadeva in quella data tutti conoscono come “l’accordo del venerdì santo”, non può che rimanere stupito dai cambiamenti che sono avvenuti in meno di quattro anni in seguito all’entrata in vigore del patto che si spera sia l’inizio della fine di una lunga guerra civile. Si comincia dall’arrivo in città. Un tempo l’aereoporto cittadino di Belfast, dove arrivavano i voli dalla Gran Bretagna e dalla Repubblica d’Irlanda, era più simile a una stazione ferroviaria di provincia che all’aereoporto di una città importante, la capitale di questa parte del Regno Unito. La breve corsa in taxi verso il centro di Belfast sfiorava quartieri di raro squallore, dove l’unica macchia di colore era costituita dal bianco e rosso delle bandiere Unioniste e dagli ingenui graffiti che raffiguravano “King Billy”, quel Guglielmo d’Orange che, vincendo la battaglia della Boyne nel 1690, aveva stabilito la supremazia protestante su questa parte del territorio irlandese. Il turista sprovveduto o il commesso viaggiatore distratto non poteva trovare segno più eloquente dell’importanza che la storia ha da queste parti. L’anniversario della battaglia, che fu combattuta il primo luglio, viene festeggiato ogni anno nel “dodicesimo giorno” del mese, per via degli undici giorni persi con il passaggio, avvenuto nel 1752, al calendario Gregoriano, con marce promosse dall’Orange Order (una organizzazione protestante i cui membri indossano dei grembiuli decorati con compassi e triangoli che ricordano quelli della Massoneria). Le celebrazioni culminano sovente in scontri con i militanti cattolici. Per chi viene da una parte del mondo dove la storia, anche recente, non è nota al grande pubblico se non nelle sue linee generali, la passione con cui gli abitanti di questa città discutono e litigano su vicende avvenute secoli prima è causa di stupore. Sarebbe come se oggi in Italia si litigasse sulla calata dei lanzechinecchi o il sacco di Roma. Qui anche le persone prive di istruzione inanellano date di battaglie e assedi, imboscate e ritirate, illustrandole con dovizia di particolari e menzionando i nomi di vescovi e generali. L’ingresso in città, che avveniva dal lato del porto, testimoniava di un passato industriale (Belfast era la sede dei cantieri navali dove è stato costruito il Titanic) e di un presente di disoccupazione e degrado urbano. Non c’era bisogno di visitare i Falls (uno dei quartieri operai cattolici) per rendersi conto che la crisi degli anni settanta aveva lasciato in questa città una cicatrice di edifici in mattoni rossi abbandonati, a ciascuno dei quali corrispondevano decine di famiglie dipendenti dal sussidio di disoccupazione. La situazione di Belfast all’inizio degli anni ottanta non era dissimile da quella di Manchester o di Liverpool. Anche se i governi Conservatori destinavano in servizi sociali e aiuti per l’Ulster più di quanto veniva speso, in proporzione, per le città industriali del nord dell’Inghilterra, garantendo tra l’altro il miglior sistema di istruzione pubblica del Regno Unito, questo tipo di intervento non attenuava la tensione, che esplodeva di nuovo ad ogni marcia o manifestazione politica che urtasse le suscettibilità dell’una o dell’altra parte.

L’accordo del venerdì santo non ha messo fine alla violenza e alle tensioni, ma ha avuto conseguenze importanti per la vita di Belfast e delle sei contee che compongono l’Ulster, ponendo forse le basi per una soluzione duratura ai problemi dell’Irlanda del Nord. Un flusso imponente di investimenti europei e statunitensi ha finanziato un programma di riqualificazione urbana che ha nella struttura del polifunzionale Waterfront Hall e nel nuovo palazzo delle Law Courts le sue realizzazioni più imponenti. Chi arriva a Belfast oggi trova un aeroporto completamente rinnovato, e la zona del porto in piena rinascita, brulicante di attività. Agli edifici vittoriani come il Grand Opera House (teatro di memorabili concerti di Van Morrison) e dello splendido e intatto pub liberty The Crown si affiancano ora le imponenti torri dell’Hotel Europa (la scelta del nome non è casuale) che ospita un ristorante dove si incontrano uomini d’affari, accademici e giornalisti. La vita notturna non è ancora frenetica come quella di Dublino, ma chi ricorda l’atmosfera da ritrovo di campagna che avevano molti dei pub di Belfast, oggi spesso sostituiti da più cosmopoliti ristoranti, nota immediatamente il cambiamento. Il ceto medio urbano guarda più agli Stati Uniti e all’Unione Europea che alla Gran Bretagna e sembra ansioso di lasciarsi alle spalle trenta anni di guerra civile che hanno provocato quasi quattromila morti. Un’influenza su questo desiderio di cambiamento pare abbia avuto la pubblicazione di un libro, Lost Lives, curato da David McKittrick, Seamus Kelters, Brian Feeney e Chris Thornton (Mainstream Publishing, Belfast 2001) che raccoglie le storie di tutte le vittime dei Troubles. Si tratta di catalogo impressionante che comprende poliziotti e studenti, militanti e massaie. Un promemoria dei guasti che l’odio produce anche in una comunità di grande sviluppo civile come quella delle sei contee quando alcuni dei suoi membri sono accecati dal risentimento e all’ideologia. La pubblicazione del libro ha avuto un grosso impatto sulla coscienza collettiva degli abitanti dell’Ulster, a qualsiasi comunità essi appartengano. Qui il costume era che ciascuno seppellisce i propri morti, e, non di rado, il funerale era l’occasione di un nuovo attacco e di altri morti. Lost Lives ha reso visibile a tutti ciò che le vittime, colpevoli e innocenti, hanno in comune: essere stati uccisi. Semplicemente mettendoli in fila, uno dietro l’altra, questo libro ha mosso le coscienze.

Chi si trasferiva a Belfast imparava ben presto che la politica locale aveva un suo gergo, incomprensibile per gli stranieri, ma anche per buona parte degli abitanti delle isole britanniche, prodotto dallo scontro tra il marxismo terzomondista e l’epica nazionalista dei Repubblicani di Gerry Adams e Martin MacGuinness e l’apocalittica Protestante dal Reverendo Ian Pasley. Le esibizioni di quest’ultimo nei programmi televisivi locali avevano il sapore di un tuffo nel passato (noto ai lettori dei libri di Christopher Hill sulla rivoluzione inglese) con l’uso di termini e espressioni che molti troverebbero almeno stravaganti in un contesto politico, come ‘bestia di Babilonia’ (riferito alla Chiesa Cattolica) o ‘anticristo’ (riferito al Papa). Anche i luoghi non avevano dei nomi condivisi: la Repubblica di Irlanda era semplicemente ‘la repubblica’ per un cattolico, ma ‘il sud’ per un protestante. La stessa città si chiamava ‘Derry’ o ‘Londonderry’ a seconda di chi fossero le persone con cui si conversava. Questa incapacità del linguaggio di fissare dei punti di riferimento condivisi per i membri di una comunità politica richiamava alla memoria l’analogo fenomeno riscontrato da Hobbes ai tempi della guerra civile inglese. Come in quel caso, la via di uscita passa attraverso la rinuncia, da parte dei belligeranti, alle proprie armi, che dovrebbero essere messe fuori uso per lasciare il monopolio della forza ai soli rappresentanti della legge e dell’ordine. La questione delle armi dell’IRA e dei paramilitari protestanti è oggi il vero problema, e non solo pochi, tra gli abitanti della città, a manifestare perplessità sulla riuscita di questo delicato passaggio. La voce che circola, anche in ambienti non confessionali, è che la rinuncia alla violenza da parte dell’IRA sarebbe una scelta tattica, in attesa che gli equilibri cambino (cioè che i cattolici abbiano la maggioranza). Nel nostro paese ha un certo credito il luogo comune per cui il problema dell’Irlanda del Nord si risolverà quando gli inglesi andranno via. La realtà è più complessa. Da anni il governo britannico accetta il principio che sarà la maggioranza dei cittadini delle sei contee a decidere del proprio futuro. Col passare del tempo forse i rapporti cambieranno effettivamente in favore dei cattolici, ma nel frattempo la presenza britannica non è tanto una salvaguardia della supremazia protestante (al contrario, non pochi protestanti accusano di “tradimento” gli inglesi), quanto piuttosto una garanzia per chi rifiuta la violenza e per gli irlandesi laici che non si riconoscono nelle comunità confessionali e guardano con preoccupazione a un futuro in una Repubblica che è ancora per molti versi uno Stato confessionale.

Nei giorni scorsi in Irlanda è stato bocciato un referendum che avrebbe vietato l’aborto anche in caso di minaccia di suicidio da parte della donna sulla base dell’argomento che una minaccia di suicidio non basta a provare la serietà dell’intento. Si chiedeva ai cittadini di pronunciarsi su una questione piuttosto sofisticata, di rilievo filosofico: come si giudica la sincerità di una dichiarazione di intenti? La posizione dei cattolici sembrava essere che niente, se non il suicidio stesso, può provare la serietà di una minaccia di suicidio. Ciò avviene mentre ogni anno migliaia di donne attraversano il mare per interrompere una gravidanza in Inghilterra. Non è difficile immaginare perché negli ambienti laici di Belfast, o anche tra i protestanti non settari (che ci sono almeno dai tempi di Wolfe Tone) ci sia chi guarda con preoccupazione a una Irlanda unita. Anche dalle battaglie liberali nella Repubblica d’Irlanda dipende la riuscita del processo di pace.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 7 aprile 2002


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 7/4/2002 alle 23:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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