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il blog di Mario Ricciardi


Obituaries


25 giugno 2010

Un filosofo conservatore

Su Lord Quinton

L’ultima volta che ho incontrato Lord Quinton fu nel marzo del 2002. Da qualche tempo stavo lavorando a una ricerca sulla formazione di H.L.A. Hart nella Oxford degli anni trenta, e sul ruolo che egli ebbe – con J.L. Austin, Isaiah Berlin, Stuart Hampshire e altri – nella nascita di quella che diventerà nota nel dopoguerra come “Oxford Philosophy”. Lord Quinton non era in senso stretto parte di quel gruppo. Quando nel 1937 cominciarono le discussioni nelle stanze di Berlin a All Souls da cui sarebbe nata la filosofia di Oxford, Anthony Quinton aveva dodici anni. Di li a poco, nel 1939, sarebbe stato ammesso a Stowe, una delle public school più prestigiose del Regno Unito. A Oxford si affaccerà per la prima volta durante la guerra, nel 1942, per sostenere gli esami per una borsa di studio. Quelli della guerra sono anni difficili per la famiglia Quinton. La morte del padre, un chirurgo della marina, lascia madre e figlio soli in uno dei momenti più drammatici della storia britannica recente. Allo scoppio delle ostilità la signora Quinton decide di portare il figlio quindicenne in Canada, al sicuro dai bombardamenti nazisti. Durante la navigazione la nave su cui sono imbarcati viene colpita e affondata da un U-boat. Madre e figlio si trovano per venti ore in balia dei flutti su una scialuppa di salvataggio. Per via del freddo solo otto dei ventitre naufraghi sopravvivono. Tra questi i Quinton. A distanza di molti anni Anthony ricorderà in uno scritto autobiografico che fu costretto a buttare in mare, uno dopo l’altro, i cadaveri dei suoi compagni di sventura. Quando stanno per cedere, la salvezza si materializza attraverso un vascello della Royal Navy, che li riporta in patria. Terminati gli studi, e ottenuta l’ammissione a Oxford, Quinton trascorre un breve periodo all’università prima di arruolarsi nella RAF e partecipare all’ultima parte della guerra.

 

Con il ritorno alla vita civile e all’università comincia una brillante carriera accademica, che sarebbe culminata in una serie di incarichi di grande prestigio. Quinton si afferma come uno dei filosofi più acuti della sua generazione. Nel corso di poco più di un trentennio escono alcuni dei suoi lavori più importanti. Una serie di articoli, diversi dei quali sono letti e discussi ancora oggi, e poi tre libri particolarmente significativi. Nel 1973 The Nature of Things e Utilitarian Ethics, e nel 1978 The Politics of Imperfection, che è tuttora la migliore introduzione al pensiero conservatore in circolazione. Nascono amicizie durature, come quella con Berlin. Fellow di All Souls e poi di New College, presidente di Trinity, vice presidente della British Academy e infine presidente del Board della British Library, di cui cura il trasferimento nella nuova sede.

 

Nella vita pubblica Quinton porta le stesse doti che sono state apprezzate in quella accademica. Grande simpatia umana, praticità, senso dell’umorismo. Insofferenza per la pomposità e spirito di servizio. Nell’amministrazione della cosa pubblica egli rivela di essere ben lontano dallo stereotipo del filosofo con la testa tra le nuvole. Al contrario, di lui si diceva che fosse l’unico accademico che, se avesse lasciato l’università, non avrebbe fatto fatica a trovare un impiego come amministratore di una società.

 

Nel 1982 Margaret Thatcher, che lo conosce e ne apprezza le qualità, ne vuole l’ingresso nella House of Lords. Così Anthony Meredith Quinton diventa Baron Quinton of Holywell. Quella mattina del 2002 Lord Quinton mi diede appuntamento all’ingresso del suo club, Brook’s in St. James’s Street. Pur avendo quasi ottanta anni era ancora in ottima forma, e non aveva perso nulla della straordinaria vitalità per cui era famoso – e amato – nell’ambiente accademico. A colazione fu prodigo di consigli per la mia ricerca. La sua prodigiosa memoria una miniera di aneddoti su Hart e gli altri filosofi di Oxford. Chi sosteneva cosa e quando. L’influenza di Wittgestein e i manierismi dei suoi allievi diretti. Tutto ciò accompagnato da giudizi acuti e battute fulminanti. La più bella che ricordo quella su John Rawls. Per lo scettico conservatore il teorico della “giustizia come fairness” era il “Trollope della filosofia morale”. Un autore, cioè, il cui merito principale è stato di articolare la visione del mondo tipica del suo ambiente, quello dei liberals di Harvard. Con la morte di Lord Quinton scompare l’ultimo esponente di una grande stagione della filosofia britannica.

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 giugno 2010


9 marzo 2010

Su Alberto Ronchey

 

Del giornalismo si dice, non a torto, che è un mestiere effimero. Si lavora sotto la pressione dell’attualità per licenziare un prodotto che dura lo spazio di un mattino. La fama che se ne ottiene, per quelli che riescono a realizzarla, dipende dal giudizio del lettore, che tende a essere capriccioso. Messe insieme, queste sono caratteristiche che sconsiglierebbero ai meticolosi o ai riflessivi di frequentare le redazioni dei quotidiani. Per fortuna, non è sempre così. La fioritura di un’opinione pubblica attenta e consapevole dipende infatti dal lavoro di tanti professionisti che non accettano lo stereotipo del giornalista superficiale, sempre pronto a cercare l’effetto facile e il consenso a buon mercato, e invece affrontano il proprio lavoro come una vocazione – il “Beruf” di cui parlava Max Weber – cui corrisponde un’etica fatta di rigore e rispetto per i fatti. Per chi cerca di avvicinarsi a questo ideale, Alberto Ronchey è stato un esempio. Un maestro dai cui scritti trarre ispirazione per capire come sia possibile avere una straordinaria capacità di inseguire l’attualità in tutte le sue sfumature tenendo sempre conto di ciò che non è immediatamente evidente, che non appare, che ha bisogno di studio e riflessione per essere portato alla luce.

 

Nato a Roma il 27 settembre del 1926, Ronchey è stato un gigante del giornalismo italiano del secondo dopoguerra. Direttore de La stampa dal 1968 al 1973, è stato inviato e editorialista per tutti gli altri quotidiani più prestigiosi del nostro paese. Negli ultimi anni i suoi interventi, purtroppo sempre più rari, si leggevano su Il corriere della sera, il principale quotidiano della RCS, la società di cui il giornalista era stato anche presidente, dal 1994 al 1998, in un periodo non facile per la stampa italiana, stretta tra la crisi della prima repubblica e i furori di tangentopoli. Ovunque scrivesse, Ronchey era riconoscibile per l’eleganza dello stile e per la cura con cui presentava i fatti. Che si occupasse delle grandi vicende della politica e dell’economia internazionale oppure delle piccole cose di casa nostra, manifestava comunque considerazione per il lettore. Un interlocutore cui non si facevano sconti sul piano dell’impegno e della buona fede, ma a cui si dava in cambio il prezioso distillato di ore di lavoro di ricerca minuziosa e di scrittura attenta, tempestata di piccole gemme di innovazione lessicale – da “lottizazione” a “fattore K” – che tutti hanno ripreso. Le stesse doti che si ritrovano, magnificate grazie al maggior spazio a disposizione, nella sua produzione saggistica.

 

Tutti i profili biografici di Alberto Ronchey, e buona parte dei ricordi che stanno uscendo in queste ore, da quando si è diffusa la notizia della sua scomparsa, richiamano sempre una lontana origine scozzese che sembra evocare l’immagine – lontana nel tempo – di una società operosa e solida, l’ambiente in cui hanno preso forma le riflessioni di Adam Smith e di David Hume, gli illuministi che ci hanno mostrato la forza corrosiva del “senso comune” quando viene applicato ai pregiudizi e alle fumisterie di certa metafisica. Non c’è dubbio che a questi precedenti Ronchey fosse vicino. Ma più che per predisposizione di stirpe, direi per scelta.

 

Un atteggiamento di cui ha lasciato una testimonianza duratura non solo nel proprio lavoro di giornalista e saggista. Chiamato nel 1992 a ricoprire l’incarico di Ministro dei Beni Culturali nel Governo Amato, confermato poi in quello presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, Ronchey ha portato anche in questo impegno istituzionale le proprie doti di rigore e di passione. Unite al talento per immaginare soluzioni innovative. Come quelle accolte nelle legge che porta il suo nome, approvata nel 1993, che ha posto le premesse per una gestione più moderna e intelligente dell’immenso patrimonio culturale del nostro sgangherato paese.

 

Pubblicato su Il Riformista il 9 marzo 2010


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13 dicembre 2009

Ricordo di Francesco de Franchis

Ci sono autori che si identificano a tal punto con la propria opera da prestarle il nome. Accade con i dizionari che diventano classici, e sono universalmente noti come “l’Abbagnano” o “il Devoto-Oli”. La stessa sorte è capitata a Francesco de Franchis, che nei giorni scorsi ci ha lasciato. Da anni “il de Franchis” è per i giuristi italiani che hanno a che fare con i paesi di Common Law uno strumento di lavoro imprescindibile. Pubblicata da Giuffrè in due volumi, usciti nel 1984 (inglese-italiano) e nel 1996 (italiano-inglese), quest’opera monumentale è stata immediatamente accolta dal plauso unanime sia degli studiosi sia dei pratici.

 

Ne sono testimonianza le pagine della presentazione al primo volume, scritte da Mauro Cappelletti, uno dei maestri del diritto comparato nel nostro paese. Cappelletti confessava di essersi trovato davanti all’opera “più singolare” che gli fosse capitato di leggere. Quello di de Franchis, infatti, non è un dizionario, ma un’enciclopedia. Non si limita a dare l’equivalente italiano di un termine inglese, ma ne spiega il significato, in voci che talvolta sono piccoli trattati che chiariscono la natura di un istituto e ne ricostruiscono la storia. Frutto di più di trent’anni di lavoro, oltre metà dei quali senza computer. Ci voleva una volontà di ferro, e un pizzico di follia, per cimentarsi in questa impresa. Francesco de Franchis aveva entrambe.

 

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 13 dicembre 2009


4 novembre 2009

Su Claude Lévi-Strauss

 Con la morte di Claude Lévi-Strauss forse si è reciso l’ultimo legame che ci teneva idealmente legati al secolo scorso. Da ieri possiamo dire che la cultura e le idee del novecento sono probabilmente diventate storia in modo irrevocabile. Con la scomparsa del più che centenario antropologo – era nato il 28 novembre del 1908, a Bruxelles – se ne è andato l’ultimo tra gli intellettuali che del “secolo breve” hanno plasmato il modo di pensare. Da questo punto di vista, non è eccessivo metterlo sullo stesso piano di figure come Max Weber o Sigmund Freud.

Certo, Lévi-Strauss non è il padre dell’antropologia, e nemmeno può essere considerato in ogni caso una guida affidabile per lo studio delle altre culture. Tuttavia, se l’antropologia ha oggi il rilievo che ogni persona educata le riconosce tra le discipline che si occupano degli esseri umani – studiandone la vita e il modo di pensare – lo dobbiamo in larga misura alla straordinaria influenza di questo studioso.
 
L’approdo all’antropologia di Lévi-Strauss può essere considerato casuale, come talvolta sono le origini di grandi avventure intellettuali. Laureato in filosofia, questo giovane insegnante, belga di nascita ma francese di nazionalità, aveva ricevuto l’offerta di recarsi in Brasile come Visiting Professor – come diremmo ora – presso l’Università di San Paolo. Nel paese sudamericano si sviluppa e fiorisce il suo interesse per le culture non europee. Lévi-Strauss si dedica quindi con passione allo studio sul campo dei modi di vivere, di pensare e di esprimersi di popoli molto lontani dall’ambiente con cui era familiare, e nel quale era cresciuto, nel sedicesimo arrondissement di Parigi. Si tratta di una passione che darà ben presto i suoi frutti, e che lo porterà nel tempo a maturare una prospettiva originale che va sotto il nome di “Antropologia Strutturale”. L’idea di fondo è che la società umana si possa studiare non solo del punto di vista funzionale, cercando di spiegare a cosa serve un’istituzione o una pratica, come avevano fatto buona parte dei pionieri dell’antropologia, ma anche da quello strutturale, sviluppando un’intuizione che aveva già dato i propri frutti nel campo della linguistica.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione che indirettamente restituisce dignità alle culture non europee perché aiuta gli antropologi ad uscire dalla prospettiva eurocentrica che vedeva i “primitivi” come una versione meno evoluta di noi stessi, caratterizzati dal fatto di avere credenze sbagliate che possono essere rimpiazzate grazie all’esposizione al benifico influsso di una civiltà “superiore” o comunque più sviluppata. Nei lavori di Lévi-Strauss le culture non europee vengono viste per quello che sono. Da un lato manifestazioni di strutture e modelli di organizzazione tipicamente umani, che ricorrono costantemente nella storia e presentano elementi comuni. Dall’altro, come indiscutibilmente diverse dalla nostra come perché espressione di un altro modo di vivere e di pensare.

In questo modo i “primitivi” si rivelano dotati di un’esistenza reale e di un carattere complesso, e non caricature o bozzetti usciti dalla penna – o dal pennello – di un orientalista. Attraverso la lettura delle opere di Lévi-Strauss sulle mentalità di queste culture “primitive” generazioni di studiosi si sono abituate a concepire la possibilità che ci siano modi diversi di pensare, o modi alternativi di fare la stessa cosa, e questo è stato un contributo fondamentale all’apertura della mente di intere generazioni. Tra tutti i suoi lavori, quello più amato dai lettori è certamente Tristi Tropici che lo ha fatto conoscere anche al pubblico dei non specialisti.

Pubblicato su Il Riformista il 4 novembre 2009


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24 ottobre 2009

Su Giuliano Vassalli



Con la morte di Giuliano Vassalli è scomparsa una delle figure più rappresentative della cultura giuridica italiana della seconda metà del novecento. Uno studioso che nel corso della sua lunga carriera ha insegnato in alcune delle più importanti facoltà di giurisprudenza del nostro paese e ha ricoperto gli incarichi di maggiore prestigio cui un giurista può ambire, quello di Ministro di Grazia e Giustizia e di giudice, e poi presidente, della Corte Costituzionale. Nato a Perugia nel 1915, Giuliano Vassalli era figlio di Filippo, uno dei più autorevoli civilisti italiani, ideatore e primo curatore di un “trattato” di diritto civile che include lavori che sono diventati veri e propri classici della disciplina e costituisce ancora oggi un punto di riferimento essenziale per studiosi e professionisti. Come molti giovani intellettuali della sua generazione, Giuliano Vassalli partecipa ai Littoriali della Cultura, nel 1935, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal discorso del 2 ottobre con cui Mussolini annuncia la dichiarazione di guerra all’Etiopia. Per chi è cresciuto in un tempo in cui il sentimento nazionale è spesso guardato con sospetto – per non dire con disprezzo – è facile dare un giudizio negativo di questo episodio. Tuttavia, una maggiore consapevolezza storica non dovrebbe far dimenticare che, per le persone nate e cresciute nella prima metà del “secolo breve”, l’amor di patria era un sentimento positivo, coltivato dalla cultura pubblica, e ben prima del fascismo, come un requisito indispensabile delle virtù politiche di un cittadino. In ogni caso, per Vassalli l’infatuazione fu di breve durata. Poco tempo dopo egli è già impegnato nel tentativo di riorganizzare il partito socialista. Alla caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, il ventisettenne Vassalli è militare a Roma, ma decide ben presto di passare in clandestinità per diventare una delle figure di spicco della resistenza nella capitale. L’anno dopo, viene catturato: «Mi presero per una soffiata, in via del Pozzetto, a pochi passi dal Parlamento. Una volta in macchina, cercai per due volte di buttarmi, aprendo lo sportello... Vidi che andavamo verso piazza Venezia, avevo capito che non c’era più niente da fare. Meglio uccidersi, che finire là. A via Tasso, nella primavera del 1944, c’erano i segregati dal mondo, i prigionieri più pericolosi, quelli che venivano interrogati di continuo dalle SS: loro la chiamavano “la prigione di casa”. Quando ci arrivai, il 3 aprile, ero sicuro che non ne sarei uscito vivo. Ero già cieco dalle botte subite nel tragitto, rimasi con i grumi di sangue negli occhi per 20 giorni, ero talmente ferito che mi avvolsero in una coperta e cacciarono via tutti i civili che si erano fermati davanti al portone, nessuno doveva vedere in che stato mi avevano ridotto». In questo modo, a più di cinquanta anni di distanza, Vassalli rievocava l’esperienza della prigionia e della tortura in un’intervista concessa a Barbara Palombelli. Nel tono dimesso, e nell’assoluta mancanza di enfasi, c’è lo stile di un uomo capace di rischiare la vita per le proprie idee, ma per nulla incline alle pose da eroe.

Liberato dalla prigionia alla vigilia dell’ingresso degli alleati a Roma per intercessione di Pio XII e di Virginia Agnelli, dopo la guerra Vassalli ritorna alla professione forense e agli studi, ma senza mai abbandonare la passione politica. Dal 1983 al 1987 è senatore per il partito socialista, e nel 1992 è il candidato ufficiale dal partito per la carica di Presidente della Repubblica. Come studioso di diritto penale egli verrà ricordato per il costante impegno con cui si è dedicato sia a chiarirne il contenuto sia a promuoverne la riforma quando esso appariva incompatibile con la difesa dei diritti dei cittadini e le esigenze della giustizia. Di questa tensione morale, oltre che civile, sono testimonianza gli ultimi studi che egli ha pubblicato, sulla giustizia penale internazionale e sul pensiero di Gustav Radbruch. Una figura, quella del grande giurista tedesco, cui Vassalli si sentiva probabilmente vicino spiritualmente per il comune impegno socialista e antifascista.

Pubblicato su Il Riformista il 24 ottobre 2009


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19 giugno 2009

Su Lord Dahrendorf



La morte di Ralf Dahrendorf ci priva di una delle voci più autorevoli del liberalismo contemporaneo. Nato a Amburgo nel 1929, la prima parte della sua vita è segnata dall’esperienza del totalitarismo. Suo padre Gustav era infatti un esponente di spicco del partito socialdemocratico, sin dall’inizio ostile all’ascesa dei nazionalsocialisti. Per l’attaccamento ai propri ideali, Gustav Dahrendorf viene arrestato nel 1933. Uscito dal carcere dopo qualche mese, decide di aderire alla resistenza. Per questo viene arrestato una seconda volta, nel 1944, e condannato a sette anni di reclusione, una pena interrotta soltanto dall’arrivo dell’armata rossa.

Cresciuto in un ambiente in cui la politica era un argomento di conversazione quotidiana, e l’opposizione al regime un impegno di cui andare orgogliosi, non era difficile prevedere che anche il giovane Ralf avrebbe attirato l’attenzione della Gestapo. Ciò che è davvero straordinario, tuttavia, è l’età che ha quando viene a sua volta arrestato. A quindici anni lo prelevano con un compagno per aver diffuso informazioni non consentite a scuola e per aver parlato male del regime nella propria corrispondenza privata. Siamo nel novembre del 1944. Ralf e l’amico usciranno di prigione solo due mesi dopo, quando i russi raggiungono l’Oder. Molti anni più tardi, nel corso di una conversazione pubblica a Berkeley, Dahrendorf ha raccontato che furono quasi cacciati a calci da un milite delle SS, che aveva consegnato loro un documento in cui si diceva che non potevano più essere ammessi in una scuola secondaria tedesca. Davanti agli studenti della prestigiosa università statunitense, l’ormai anziano professore riusciva a evocare questa esperienza drammatica – buona parte dei suoi compagni di reclusione furono invece uccisi – con una certo distacco, alludendo tra le righe all’ossessione tipicamente tedesca di accompagnare anche gli atti più detestabili di un regime totalitario con l’adeguata documentazione. Un’ironia, quella sul carattere dei tedeschi, che tradiva la straordinaria trasformazione avvenuta col passare del tempo nella vita di Ralf Dahrendorf. Tuttavia, prima di parlare di questo, facciamo un passo indietro per tornare alla fine della guerra, quando suo padre Gustav viene liberato dal campo di prigionia nazista dai russi.

Ripresa l’attività politica in quella che poco dopo sarebbe diventata la Repubblica Popolare Tedesca, Gustav Dahrendorf si rese conto ben presto che la guerra non aveva affatto attutito l’ostilità che i comunisti avevano nei confronti dei socialdemocratici. Sottoposto a controllo serrato da parte del nuovo regime, l’uomo politico decise di trasferirsi oltre cortina con l’aiuto di alcuni amici britannici e statunitensi. Con il ritorno ad Amburgo, la vita familiare dei Dahrendorf finalmente si assesta, e questo consente a Ralf di percorrere una brillante carriera accademica. Prima si laurea in filosofia e filologia. Poi, ottenuta una borsa di studio, si specializza in sociologia presso la London School of Economics, dove frequenta le lezioni di un altro espatriato tedesco, il filosofo Karl Popper. A questo cambio di ambiente sono legati due dei tratti caratteristici del percorso intellettuale di Dahrendorf: il suo interesse per la teoria sociale, e la sua adesione al liberalismo. Del primo sono testimonianza diversi lavori sul concetto di classe e sul conflitto, che per lo studioso è un momento ineliminabile della vita della società. Da questa convinzione nasce probabilmente quella che i principi liberali sono quelli che meglio rispondono alle condizioni della vita associata, e che mettono gli esseri umani in condizione di sfruttare appieno le proprie possibilità. La nozione di “chances di vita” è centrale nel liberalismo di Dahrendorf, che coniuga una difesa rigorosa delle libertà fondamentali con una spiccata sensibilità nei confronti dell’eguaglianza di opportunità.

Gli studi del Dahrendorf sociologo e teorico sociale – da Class and Class Conflict in Industrial Society del 1959 a The Modern Social Conflict del 1988 – sono considerati oggi dei classici della disciplina. Ciò che li distingue, oltre alla chiarezza dello stile, è il fatto che essi fondono felicemente la dimensione descrittiva dello studio della società con quella prescrittiva. La filosofia politica e l’economia interagiscono con lo studio delle dinamiche sociali in un modo che ricorda lo spirito enciclopedico di certi illuministi del settecento, cui non a caso egli si sentiva spiritualmente vicino. Pur essendo un accademico, Dahrendorf continua negli anni dell’insegnamento a occuparsi di politica. Nel 1969 si candida con i liberali e viene eletto al parlamento. In seguito ricopre la carica di Segretario di Stato presso il ministero degli Affari Esteri, e poi quella di commissario europeo.

Questa parentesi politica è cruciale in primo luogo perché gli offre l’opportunità di affermarsi come uno dei più autorevoli commentatori sulle questioni che riguardano l’Unione Europea, sui cui progressi e limiti continua a scrivere per il resto della vita. Poi perché rivela nello studioso e nel politico straordinarie capacità di amministratore, che verranno messe a frutto in una nuova fase della sua vita. Nel 1974, infatti, gli viene offerta la direzione della London Schoool of Economics, un compito che questo liberale tedesco che ha imparato a apprezzare e amare l’Inghilterra patria della libertà moderna abbraccia con entusiasmo. Anzi, si potrebbe dire che Dahrendorf è uno degli esempi più significativi dell’anglofilia di certi intellettuali continentali su cui Ian Buruma ha scritto un gustoso libretto. Della LSE, Dahrendorf diviene il nume tutelare e lo storico ufficiale, dando un contributo decisivo alla sua affermazione come una delle migliori università del Regno Unito. Qui ritorna, dopo una parentesi in Germania, come Governor, per lasciarla soltanto quando gli viene chiesto di diventare il Warden di St. Antony’s College a Oxford. Siamo ormai nel 1987, l’anno dopo, Dahrendorf prende la cittadinanza britannica, e nel 1993 viene “creato” dalla regina Elisabetta Baron Dahrendorf of Clare Market in the City of Westminster con un seggio a vita nella House of Lords. Una lunga strada per un ragazzino tedesco che detestava i nazisti.

Pubblicato su Il Riformista il 19 giugno 2009


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6 maggio 2007

Sergio Cotta



A Firenze, la città in cui era nato nel 1920, si è spento Sergio Cotta. Con lui scompare una delle figure più rappresentative della nostra cultura giuridica, su cui ha lasciato un’impronta destinata a durare attraverso l’insegnamento degli allievi e l’attività di una delle più antiche e illustri riviste italiane, la “rivista internazionale di filosofia del diritto”, di cui è stato a lungo direttore. Un documento dell’influenza del pensiero di Cotta sulla filosofia del diritto italiana è un volume di scritti in suo onore curato da Francesco D’Agostino nel 1995.

Dopo gli studi nella città natale, la carriera accademica di Cotta era proseguita presso l’ateneo di Torino, dove era stato assistente prima di Gioele Solari e poi di Norberto Bobbio. Proprio all’atmosfera culturale torinese sono legati i primi lavori su alcuni classici del pensiero politico moderno. Lo studio su Montesquieu del 1953 e quello su Filangieri del 1954 si leggono ancora con profitto. Colpisce, in particolare, la sensibilità di Cotta per la dimensione teoretica di due autori che sono stati letti in questi anni soprattutto per il loro interesse storico, ma di cui egli sapeva mettere in luce invece la rilevanza per il dibattito contemporaneo. Di Montesquieu, Cotta apprezzava “l’amore per la libertà, ma nello stesso tempo il rifiuto della posizione rivoluzionaria che crede in formule semplici e semplificatrici per raggiungere il bene dell’umanità”. C’è, in questo giudizio, la cifra intellettuale di un liberale che ha sempre diffidato di un certo radicalismo giacobino che tanta fortuna ha avuto nella cultura politica italiana. In tal senso, è significativo che l’altro autore del diciottesimo secolo cui Cotta ha dedicato il proprio impegno di studioso sia Jean-Jacques Rousseau. In retrospettiva, lo stesso Cotta ha dichiarato che l’interesse per Rousseau, “più che rappresentare un distacco da Montesquieu, ha fatto parte di una mia più ampia esplorazione degli approcci moderni al tema politico. In qualche modo lo studio dei due grandi autori settecenteschi mi è servito, attraverso una sorta di implicito confronto, ad approfondire le mie riflessioni sulla politica e sui suoi problemi. […] I miei studi sul Ginevrino servivano a metter in luce il vicolo cieco nel quale finisce il ragionamento di questo autore e in sostanza i limiti della politica come strumento di risoluzione dei problemi fondamentali dell’uomo”. Proprio i “limiti della politica” è il titolo di una raccolta degli scritti (Il Mulino, Bologna 2004) che è un bilancio di questa parte del suo itinerario intellettuale.

Ai lavori su Montesquieu e Rousseau sono legati anche sodalizi intellettuali importanti, come quelli con André Masson e Robert Shackleton (conosciuti durante soggiorni di studio a Parigi alla fine degli anni quaranta) e a Maurice Cranston (di cui Cotta è stato collega presso l’Università Europea a Firenze alla fine degli anni settanta). Ripercorrendo le biografie intellettuali di questi studiosi si entra in contatto con un mondo che è ormai quasi scomparso. La figura del “gentleman scholar”, di cui Cotta incarnava, anche nell’aspetto, l’ideale, è stata travolta dall’evoluzione dell’educazione superiore in buona parte dei paesi europei. Per questi uomini lo studio del pensiero politico non era mai del tutto rimosso da un attaccamento profondo per le istituzioni liberali. Nel caso di Cotta l’impegno intellettuale si è affiancato alla passione civile e all’amore per la libertà, anche in momenti in cui essere liberali comportava esporsi a gravi pericoli. Di questo aspetto della sua vicenda umana è testimonianza la medaglia d’argento ricevuta per l’impegno nella resistenza.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 6 Maggio 2007


19 settembre 2004

Letizia Gianformaggio

 

Con la scomparsa di Letizia Gianformaggio la filosofia del diritto italiana perde non solo una studiosa di valore, autrice di contributi importanti ai diversi ambiti della disciplina, ma anche una persona di grande sensibilità, disponibile e attenta nei confronti di ogni interlocutore. Nata a Spello nel 1944, Letizia Gianformaggio aveva incontrato, studentessa diciottenne del primo anno della facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Perugia, un docente carismatico, diventato in seguito collega, Uberto Scarpelli, che ne aveva guidato gli studi e ispirato la scelta di una vita dedicata all’insegnamento e alla ricerca. Per chi li ha conosciuti entrambi, era facile riconoscere nel rigore e nella dedizione dell’allieva l’impronta dell’esempio del maestro. Una somiglianza che aveva riscontro anche nello stile, asciutto e denso, dei suoi scritti. La sorte ha voluto che proprio a Scarpelli fosse dedicato l’ultimo contributo della Gianformaggio, in cui l’autrice rievocava l’entusiasmo delle discussioni seminariali perugine, così diverse dalla pomposità a quei tempi comune nell’Università italiana. Qualcosa dello spirito di quei seminari è rimasto negli incontri che per anni Letizia Gianformaggio ha organizzato presso l’Università di Siena, felici occasioni di confronto scientifico per tutti i partecipanti e di educazione all’etica della ricerca per i giovani studiosi.

Difficile riassumere in poche righe il contributo scientifico di Letizia Gianformaggio. Certamente si deve ricordare il libro su Perelman del 1973, una critica acuta e originale dei presupposti filosofici degli studi sull’argomentazione del filosofo belga; e una monografia su Helvétius del 1979, che ricostruiva con lucidità le tesi di questo precursore dell’utilitarismo, mostrandone la rilevanza per la discussione, particolarmente vivace in quegli anni, sul garantismo. A questi due lavori ha fatto seguito una produzione costante di contributi alla teoria del ragionamento (in particolare un libro del 1987, In difesa del sillogismo pratico) e a questioni normative. Quest’ultimo filone degli interessi della Gianformaggio, diventato infine prevalente, era testimonianza di un altro aspetto della sua personalità, una tensione etica non comune, che non mancava di colpire chi la ascoltasse discutere di argomenti a lei cari, come l’eguaglianza – in particolare la discriminazione tra sessi – e la tolleranza. Proprio con una riflessione sulla tolleranza si chiude lo scritto in memoria di Scarpelli, che la malattia le aveva impedito di presentare di persona alla conferenza Milanese in ricordo dello studioso. Per la Gianformaggio, “tollerare comporta comunque un mettersi in gioco, e produce sempre l’assunzione di un rischio. Il rischio, assunto credo consapevolmente, stavolta è quello di perdere l’opportunità di comunicare. L’individuo, nel momento della scelta, è grandiosamente e tragicamente solo. Ma è anche lontano”. Lette oggi queste parole suonano come un congedo, l’enunciazione del credo laico di una persona che ha avuto il coraggio di ragionare, fino alla fine.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 19 settembre 2004


16 novembre 2003

Richard Wollheim


Richard Wollheim, che si è spento il 4 novembre nella sua casa di Londra, è stato uno dei filosofi inglesi più originali della seconda metà del novecento. Nato nel 1923, era figlio di un impresario di danza di origine tedesca. Cresciuto in un ambiente cosmopolita (Stravinsky e Picasso frequentavano il salotto paterno), Richard sviluppa curiosità intellettuali e una sensibilità artistica fuori dal comune. Come per molti giovani della generazione che si affaccia alla maturità all’inizio degli anni quaranta la guerra è un’esperienza decisiva.

In Fifty Years On (un saggio pubblicato dalla London Review of Books nel 1994) Wollheim racconta di come, catturato, sia riuscito a fuggire in modo rocambolesco, facendosi passare per francese. Dopo la guerra, ritorna ai libri di storia, e poi di filosofia, al Balliol College di Oxford. Prima che finisca gli studi Alfred J. Ayer gli promette un posto nel dipartimento di filosofia di University College a Londra. La promessa sarà mantenuta, ed è l’inizio di una brillante carriera che culmina con la nomina a Grote Professor of Mind and Logic, come successore di Stuart Hampshire e dello stesso Ayer.

Il primo libro di Wollheim (1959) è uno studio su James Bradley, l’idealista oggetto di critiche spietate da parte di Russell e Moore. Wollheim non condivide le conclusioni di Bradley, ma ne rivaluta la statura di pensatore, mostrando l’interesse di certe sue tesi sulla mente e sullo sviluppo della personalità. Proprio da questi temi nasce l’interesse per la psicanalisi, che a quei tempi era guardata con sospetto dai filosofi del suo ambiente. Di Freud si occupa una seconda monografia di carattere storico (1971) che viene ristampata più volte, e segna l’inizio di una nuova fase di fertile incontro tra la filosofia analitica e la psicanalisi. Wollheim è interessato in particolare agli aspetti della mente che hanno a che fare con il modo in cui una persona acquista coscienza, sviluppando una concezione di sé come agente, con desideri ed emozioni, ed imparando ad affrontare le ansie e il senso di colpa che ad esse si associa, caratterizzando la dimensione della responsabilità. Proprio all’analisi di cosa si provi ad essere una persona è dedicato The Thread of Life (1984) che con On the Emotions (1999) costituisce il contributo di maggior rilievo di Wollheim alla filosofia della mente. In entrambi i casi, si tratta di libri affascinanti, a tratti idiosincratici, scritti in uno stile fluido, quasi letterario, ben lontano dall’austerità di buona parte delle filosofia analitica contemporanea.

L’interesse per la mente colora anche la passione, da sempre coltivata, per le arti figurative. Wollheim è forse il filosofo analitico che ha dato i contributi di maggior rilevo all’estetica, una disciplina che non aveva conosciuto gran fortuna con i primi esponenti di tale stile di pensiero. Art and Its Objects (pubblicato nel 1968, e ristampato in una seconda edizione, ampliata, nel 1980) è una riflessione serrata sulla natura dell’arte e sull’ontologia delle opere d’arte. Wollheim critica le teorie di Croce e di Collingwood, sostenendo che l’opera d’arte non è un oggetto ideale, ma qualcosa che si può comprendere solo all’interno di un processo, che deve essere studiato anche in una dimensione storica, al quale prende parte non solo l’artista, ma anche lo spettatore. L’arte è una forma di vita che non sarebbe possibile senza una serie di capacità intellettuali e percettive, e di abilità nel manipolare la materia, che rivelano anche degli aspetti importanti della natura umana. Lo spunto viene sviluppato nelle Mellon Lectures, tenute a Washington nel 1984, e pubblicate in volume come Painting as an Art (1987). In questo volume affascinante, che ancora oggi è al centro del dibattito, Wollheim indaga il rapporto tra la pittura e la struttura dell’azione umana, riprendendo e ampliando gli argomenti presentati nei lavori sulla filosofia della mente e sui fondamenti della psicanalisi. Come spesso accade ai filosofi, la morte ha interrotto un itinerario di ricerca che non si era ancora concluso, privando i lettori di un pensiero di insolita lucidità, espresso in uno stile brillante, ironico, di grande umanità.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 16 novembre 2003

Si ricorda:

Rob van Gerwen (ed. by), Richard Wollheim on the Art of Painting: Art as Representation and Expression, Cambridge University Press; Cambridge 2001, pp. 300, £ 35.35.


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3 febbraio 2002

R.M. Hare



Ci sono persone che scoprono di avere una vocazione per la filosofia in circostanze inusuali. Quelle in cui Richard M. Hare ha scoperto la propria furono non solo inusuali, ma anche drammatiche. Durante la prigionia in un campo giapponese, nel corso della seconda guerra mondiale, il giovane Hare scrisse a mano un intero libro, mai pubblicato, che ha costituito in parte la base del suo primo lavoro dedicato alla ragion pratica. Si tratta del momento iniziale di una carriera che lo ha portato a ricoprire incarichi accademici di grande prestigio (è stato il White’s Professor di filosofia morale a Oxford e Fellow di Balliol e poi di Corpus Christi), ma anche a occuparsi di questioni scottanti del dibattito pubblico su temi che vanno dalla bioetica alla pianificazione urbanistica. Si può dire che Hare è stato uno degli autori che più hanno contribuito alla nascita dell’etica applicata, dando rigore e dignità argomentativa a un genere che prima consisteva in buona parte di interventi estemporanei e non sempre rigorosi. Ma non solo. Di Hare bisogna anche ricordare gli scritti su Platone, non sempre persuasivi ma di grande rigore. Una carriera continuata ben oltre la pensione e interrotta solo dalla morte, avvenuta nei giorni scorsi. Dalla filosofia Hare ha preso congedo lentamente, per una malattia che lo aveva colpito alcuni anni fa, occupandosi della pubblicazione dei suoi ultimi scritti e continuando a rilasciare interviste.

La sua morte lascia un vuoto perché Hare aveva negli anni elaborato una sua distintiva posizione nel campo della filosofia morale che lui stesso aveva chiamato “prescrittivismo universale”. Si tratta di una posizione originale, che rielabora alcuni tratti peculiari dell’utilitarismo e della filosofia di Kant. Per cominciare, Hare si era opposto (nel suo The Language of Morals del 1952) agli argomenti degli emotivisti, cioè di quei filosofi che negano che gli enunciati del linguaggio morale abbiano un significato. Per tali autori, di cui A.J. Ayer è l’esempio più noto, gli enunciati morali hanno solo una forza espressiva: essi cioè esprimono stati d’animo, ma non comunicano propriamente alcunchè. Hare aveva avuto buon gioco nel confutare questa posizione, e aveva mostrato che gli enunciati morali possono essere analizzati scomponendoli in due parti: una che parla di stati di cose nel mondo reale, e l’altra che qualifica questi stati di cose reali attraverso un operatore deontico (cioè un simbolo che dice che lo stato di cose di cui si parla deve, o non deve, essere realizzato). Sotto l’influenza di Frege e di J.L. Austin, Hare contribuiva in questo modo a restituire dignità alla filosofia morale, che non veniva più considerata una specie di psicologia empirica, ma lo studio di una parte del nostro linguaggio. Ma cosa distingue una regola morale da un comando, magari ingiusto, formulato da una persona che potrebbe anche non avere l’autorità per farlo? La risposta, per Hare, può essere trovata in una seconda caratteristica del linguaggio prescrittivo, che ci consente di distinguere le regole morali dai semplici comandi. Le regole morali sono universalizzabili, cioè esse implicano una prescrizione universale (e non generale, si badi bene) di comportamento per chiunque si trovi in simili circostanze. Una regola è morale solo se può diventare una massima per l’azione.

A partire dai suoi lavori di filosofia del linguaggio prescrittivo Hare ha elaborato e arricchito, nel corso degli anni, questa posizione, riflettendo, in particolare, sulle caratteristiche del pensiero morale. A questo tema è dedicato Moral Thinking, pubblicato nel 1981, uno dei pochi libri cui sia stato dedicato un intero volume di saggi (Hare and Critics, a cura di D. Seanor and N. Fotion, Oxford University Press, Oxford 1988). In questo lavoro spicca la figura dell’Arcangelo, una specie di tipo ideale della persona che riflette sui problemi morali, che serviva per mettere a fuoco la differenza, ma anche i punti di contatto, tra le nostre intuizioni morali e la riflessione critica su di esse che è tipica della filosofia. Forse non è casuale che una persona profondamente religiosa come Hare, scegliesse una figura della tradizione biblica (l’Arcangelo, appunto) proprio per illustrare un aspetto della sua peculiare forma di utilitarismo. L’Arcangelo di Hare è una specie di utilitarista kantiano che dovrebbe ispirare (come un ideale noramativo di umanità) le scelte di ragionatori imperfetti e di peccatori consapevoli.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 3 febbraio 2002


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