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il blog di Mario Ricciardi


Diario di etica pubblica


20 marzo 2011

Una passeggiata a Milano

Lo spirito del 1861

Che ci fosse un’atmosfera che lasciava ben sperare me ne sono accorto mercoledì pomeriggio, alla Casa della Cultura di Milano. All’incontro per i sessanta anni dell’associazione c’era tanta gente. Tra il pubblico noto macchie di colore che mi colpiscono. Sono proprio quelli della “bandiera dai tre colori” dei versi imparati a scuola. Uno scialle, qualche coccarda, persino un pon pon messo al bavero con aria sbarazzina da un signore anziano. Nessuna ostentazione. La cosa non sembra preparata, credo che diverse persone abbiano avuto l’idea ciascuna per suo conto. Solo incontrandosi hanno scoperto di essere insieme, legate dallo stesso sentimento. Fuori piove. Attraverso il centro a piedi. Piazza San Babila è ancora piena di gente. Mi sono lasciato da poco alle spalle la casa dove visse Carlo Cattaneo, al 23 di via Montenapoleone. Chissà cosa si inventeranno domani quelli della Lega per farsi notare. Ieri sono usciti dall’aula del Consiglio Regionale quando stavano per suonare l’inno nazionale. Gesto emblematico, non c’è che dire. In via Borgonuovo l’atmosfera cambia. Fai fatica persino a concepire il Trota da queste parti. Se c’è un posto dove il Risorgimento è ancora presente nell’aspetto dei luoghi è tra queste strade della Milano settecentesca.

Molti di questi edifici erano già qui quando fu proclamato il Regno d’Italia. Alessandro Manzoni, che abitava a due passi, doveva essere familiare con le loro facciate austere. Lo scrittore mi è venuto in mente mentre attraverso le strade a ridosso di Corso Garibaldi che furono teatro della sanguinosa repressione della protesta popolare nel 1898, poco più di trenta anni dopo l’unità. Già, perché ultimamente è diventato di moda rievocare le “stragi dimenticate” avvenute al Sud a opera dell’esercito del neonato Regno, ma anche tra le strade di Milano i militari non ebbero la mano leggera con la popolazione civile. Li comandava un generale piemontese, il “feroce monarchico Bava” che “gli affamati col piombo sfamò”. Manzoni era morto da diversi anni quando Bava Beccaris fece sparare le truppe sui dimostranti. La sua generazione aveva desiderato ardentemente di veder realizzato il sogno di un’Italia unità, e alcuni ci erano riusciti. Tra questi, anche Alessandro. In un libro mai portato a termine in cui mette a confronto la Rivoluzione Francese del 1799 e quella italiana del 1859, difende con ardore il risultato ottenuto. Qui, a differenza che in Francia, «la libertà, lungi dall’essere oppressa dalla Rivoluzione, nacque dalla Rivoluzione medesima: non la libertà di nome, fatta consistere da alcuni nell’esclusione di una forma di Governo, cioè in un concetto meramente negativo, e che, per conseguenza, si risolve in un incognito; ma la libertà davvero, che consiste nell’essere il cittadino, per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assicurato, e contro violenze private, e contro ordini tirannici del potere, e nell’essere il potere stesso immune dal predominio di società oligarchiche, e non soprafatto dalla pressione di turbe, sia avventizie, sia arrolate: tirannia e servitù del potere, che furono, a vicenda, e qualche volta insieme, i due modi dell’oppressione esercitata in Francia ne’ vari momenti di quella Rivoluzione; uno in maschera d’autorità legale, l’altro in maschera di volontà popolare». L’antigiacobino Manzoni non ha dubbi che la Rivoluzione italiana fosse giustificata perché era «un mezzo indispensabile per ottenere un bene essenziale e giustamente voluto» dalle popolazioni che vivevano sotto i governi tra cui era divisa la penisola. Episodi come la rivolta di Milano del 1898 fecero dubitare che una rivoluzione ci fosse stata effettivamente. L’immagine della libertà positiva che si realizza attraverso il Risorgimento, contrapposta a quella meramente negativa dei giacobini, appare nel novecento illusoria. Una promessa tradita.

Eppure su una cosa Manzoni aveva ragione. Se la libertà positiva è quella di chi ha il controllo della propria vita, non c’è dubbio che dopo il 1861 questo controllo gli italiani l’hanno avuto. Divisioni, ingiustizie sociali, guerre non hanno cancellato l’autogoverno nazionale ottenuto combattendo cento cinquanta anni fa. Senza quel risultato, la libertà davvero, non avremmo voce come popolo. Non si porrebbe nemmeno il problema di migliorare la nostra democrazia, perché non ci sarebbe nulla da rivedere per renderlo più conforme all’ideale. Giovedì mattina pioveva anche a Roma. Ma la festa c’è stata, e la partecipazione popolare pure, superiore alle aspettative di scettici, malevoli e contabili. Nei prossimi giorni capiremo se lo spirito del 1861 evocato con composta eloquenza nel discorso del Presidente Napolitano in Parlamento sta per soffiare ovunque nel paese o è destinato a spegnersi. Se il cammino della libertà positiva iniziato nel Risorgimento prosegue con rinnovato entusiasmo, o si sta estinguendo come farebbero pensare certi rantoli. Per qualche momento, ascoltando Napolitano, ho pensato che la speranza non è morta.

 

Pubblicato su Il Riformista il 20 marzo 2011


19 marzo 2011

La decisione sul crocifisso

Una sentenza memorabile?

Prima di lasciarsi andare al giubilo o al disappunto, la decisione della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo relativa al caso Lautsi e altri contro Italia andrebbe letta con attenzione nella sua versione integrale. Dire che si tratta di una “vittoria storica”  come hanno fatto ambienti del Vaticano appare francamente eccessivo. La questione su cui i giudici dovevano pronunciarsi non era affatto formulata in modo semplice, tale da ammettere una risposta che si lasci tradurre immediatamente in una chiara indicazione di principio. Le norme invocate dagli avvocati della signora Lautsi per sostenere che il Governo italiano avrebbe dovuto rimuovere il crocefisso dall’aula della scuola di Abano Terme frequentata dai suoi figli erano tre, e riguardano il diritto all’istruzione (art. 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), la libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 9 della Convenzione) e il divieto di discriminazione (art. 14 sempre della stessa Convenzione). La questione relativa alla terza è stata ritenuta dai giudici assorbita dalla risposta data alle prime due, sulla base dell’argomento che l’art. 14 non prevede un divieto generale di discriminazione, ma si applica esclusivamente ai diritti riconosciuti dalla Convenzione. Se non c’è violazione del diritto all’istruzione e della libertà di pensiero, di coscienza e di religione – così hanno ragionato i giudici – non si pone il problema di una discriminazione. Per quel che riguarda gli altri articoli invocati dalla ricorrente, la Grande Camera afferma che la presenza del crocefisso in aula non è una lesione del diritto all’istruzione o della libertà di pensiero, di coscienza e di religione dei figli della signora Lautsi perché non c’è ragione di ritenere che l’esposizione a un simbolo religioso abbia tale effetto. La percezione personale della ricorrente non sarebbe sufficiente – sempre a detta dei giudici – per trarre una conclusione affermativa. Un’affermazione che ovviamente si potrebbe contestare alla luce di quanto avviene in altre giurisdizioni. Basti pensare a decisioni come quella del caso Allegheny della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Di grande interesse è la ricostruzione articolata, da parte dei giudici, della storia della legislazione e dei precedenti, sia italiani sia di altri paesi europei, sull’esposizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici. Da cui si evince che tra i paesi che hanno aderito alla Convenzione non c’è affatto un orientamento unitario in materia. C’è chi la esclude, chi la prescrive (come fa un regolamento nel caso del crocefisso nella aule scolastiche italiane) e chi lascia fare senza avere una posizione ufficiale. In ogni caso, è questo potrebbe sorprendere, l’idea che gli spazi pubblici non debbano ospitare simboli che potrebbero suggerire una preferenza per una particolare religione, o denominazione, non appare affatto maggioritaria nell’area in cui si applica la Convenzione. Circostanza confermata dal fatto che il ricorso presentato dal Governo Italiano contro la decisione di primo grado è stato sostenuto anche dai rappresentanti di altri paesi, che hanno chiesto di far sentire le proprie ragioni. Leggendo questa parte della decisione si capisce che la Grande Camera ha ritenuto di non entrare in una questione controversa, rimandando alle scelte dei singoli paesi la valutazione di come trattare i simboli religiosi. Questo atteggiamento agnostico non esclude comunque il controllo della Corte nella sua sfera di competenza. Per esempio, come nel caso in oggetto, per accertare se vi fosse un qualche tipo di indottrinamento degli studenti non cattolici. La Grande Camera ha concluso che l’esposizione a un simbolo non è sufficiente perché vi sia indottrinamento. Non ha enunciato un principio generale in materia di laicità o di identità cristiana dell’Europa.

Un altro profilo della decisione che vale la pena di sottolineare è che essa non esprime particolare considerazione per l’argomento della “tradizione” avanzato dal Governo Italiano. Al contrario, pur riconoscendo che i paesi possono sostenere e promuovere una particolare tradizione, afferma che ciò non li esime dal rispettare le disposizioni contenute nella Convenzione. Insomma, il crocefisso può rimanere nelle aule italiane in quanto, per i giudici, non costituisce di per sé una violazione delle norme a tutela dei diritti umani, non certo perché è «un simbolo irrinunciabile della storia e dell’identità culturale» italiana, come ha affermato il ministro Gelmini.

Pubblicato su Il Riformista il 19 marzo 2011


13 marzo 2011

1946-2011

L'anniversario della Casa della cultura

Nel suo bel libro di memorie, Rossana Rossanda rievoca il periodo in cui, pochi anni dopo la fine della guerra, prese le redini della Casa della Cultura di Milano, fondata nel 1946 da Antonio Banfi e da un gruppo di intellettuali progressisti tra i quali c’erano alcune tra le intelligenze più acute presenti nel capoluogo Lombardo. La Rossanda scrive che dalla crisi del 1948, che aveva portato alla rottura tra le forze della sinistra, i dirigenti del suo partito avevano tratto alcune conclusioni: «gli accordi tra le diverse anime politiche dovevano essere autentici, non ci si sognasse di utilizzare impunemente il prossimo, specie i socialisti, si doveva fare a meno dei soldi del partito perché chi dà i soldi è sempre un padrone […]. La federazione ci dette carta bianca, sollevata che non si chiedessero quattrini, e alcuni compagni e amici di buona volontà formarono una società per quote, potendo rivendere la propria parte, per acquistare e rendere frequentabile un sotterraneo attorno a Piazza San Babila. Era proprio una cantina, della quale si dovettero ingegnosamente occultare le tubature e sfidare gli enormi topi. Alle spese di funzionamento dovevano provvedere le quote di iscrizione dei soci frequentatori – essere un club privato permetteva un poco più di libertà – e ne avemmo sempre circa tremila». Mercoledì 16 marzo la Casa della Cultura festeggia i propri sessantacinque anni. Tempo di bilanci e progetti per un’istituzione che ha accompagnato, spesso anticipandole, le evoluzioni della sinistra italiana. Dagli anni del dopoguerra, attraverso il primo centrosinistra, fino alla svolta – e per certi versi mai del tutto compiuta – che porta alla nascita del PDS.

 

Oggi ci si domanda quale futuro abbiano istituzioni come la Casa della Cultura, che trovano la propria ragion d’essere nella promozione della riflessione politica, intesa nel senso più ampio. Si tratta di una questione che non riguarda solo l’istituzione milanese, ma si può estendere a tutte le realtà – circoli, fondazioni, centri studi – che si occupano di politica e cultura. La sensazione è che da tempo questo tipo di attività sia in affanno. C’è da dire che la responsabilità di questo cambiamento non è da attribuire alle persone che le dirigono, che anzi fanno nella maggior parte dei casi un lavoro straordinario. Sono le condizioni che sono cambiate. Lo spirito del tempo sembra più propizio ad altri modi di discussione e diffusione delle idee. 

 

Iniziative come quella della Casa della Cultura si ispiravano a un modello nato nel Regno Unito, con gruppi come la Fabian Society o il Bow Group, e proliferato poi anche negli Stati Uniti, in particolare negli anni della rivoluzione conservatrice, quando i centri indipendenti di elaborazione politica pensavano “l’impensabile” e suggerivano spunti innovativi che spesso diventavano iniziative legislative. Fino all’inizio degli anni novanta, quando l’ascesa della “spin-politics” ha cambiato notevolmente la genesi delle policies, i “Think Tank” progressisti e conservatori sapevano di poter contare su tempi piuttosto lunghi nella preparazione di un’iniziativa o di una pubblicazione. C’era modo di fare ricerca, studiare i dati, discuterne. La scrittura di un documento aveva tempi normalmente distesi, che lasciavano l’agio di rivedere e limare il testo. Basta dare uno sguardo a qualche documento prodotto in quel periodo per rendersene conto. Non si può negare che dietro c’è un lavoro serio, anche quando le conclusioni non convincono. La Casa della Cultura è più simile alle fondazioni britanniche e statunitensi che alle nuove entità personali nate negli ultimi anni da noi. Scrive ancora Rossana Rossanda, che «i politici salivano da Roma per dirsi quel che in Parlamento non dicevano». In un certo senso, era un posto dove si poteva pensare l’impensabile. Dove gli esponenti del PCI o del PSI potevano interagire liberamente con scrittori, registi, artisti, filosofi, economisti e sociologi. Confrontarsi con persone dalla sensibilità diversa, dai cattolici ai liberali, nel rispetto reciproco e con franchezza. Un modello che non mi pare abbia perso la sua ragion d’essere nell’Italia di oggi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 13 marzo 2011 


22 febbraio 2011

Sulla libertà di non studiare

Uno spunto da Paola Mastrocola

“Dare un’opportunità a ciascuno e privilegiare chi ha talento”. Questo principio dovrebbe essere scritto sulla bandiera di un partito dell’eguale libertà che volesse riformare le nostre scuole. In primo luogo, esso impone che si metta a disposizione di tutti i bambini e di tutti gli adolescenti – indipendentemente dalla loro estrazione sociale e dai mezzi economici di cui dispongono i loro i genitori – la migliore istruzione possibile a titolo gratuito. Per “istruzione” in questo caso non si dovrebbe intendere qualcosa di eccessivamente sofisticato. Lasciamo perdere l’ossessione della “rilevanza”. Avere un’istruzione significa almeno essere in grado di  ragionare su qualità e quantità, distinguere il bene dal male, e valutare progetti di vita alternativi. Fare di più potrebbe essere una buona cosa, ma non si dovrebbe mai perdere di vista l’essenziale per andare dietro alla smania del superfluo. Dopo la fase iniziale, in cui si ricevono i rudimenti – si impara a leggere, scrivere e far di conto – si dovrebbe privilegiare la profondità piuttosto che enfatizzare l’estensione delle conoscenze impartite. Meglio aver letto tre libri che sei, se la lettura è stata approfondita, se c’è stato modo di discuterne i contenuti in classe, e di riflettere sui problemi che essi sollevano. Meglio, molto meglio, conoscere i lineamenti della storia italiana piuttosto che avere la testa confusa e le radici in nessun luogo.

A questo proposito, c’è un’obiezione “cosmopolita” che viene spesso sollevata contro chi sostiene che a scuola si dovrebbe insegnare bene almeno la storia nazionale. Tale obiezione di solito viene formulata affermando che non si può affrontare solo la storia del nostro paese perché ormai viviamo in un mondo globalizzato, e quindi i nostri bambini e i nostri adolescenti dovrebbero conoscere la storia globale. Ci sono diverse cose che non funzionano in questo argomento. In primo luogo, c’è un problema di implementazione dell’obiettivo. Avendo a disposizione poco tempo è difficile immaginare che si possano trasmettere conoscenze così articolate come quelle auspicate dai sostenitori di un’educazione cosmopolita. Poi, c’è un problema di carattere morale. Un’educazione cosmopolita superficiale e confusa è molto peggio di un’educazione che assuma il punto di vista di una nazione facendone la chiave per affrontare alcune delle principali vicende della storia mondiale. Si riesce più facilmente a legare ciò che si apprende in classe con ciò che si può vedere sul territorio, si promuove un salutare interesse per il luogo in cui si vive, si stimolano gli studenti a staccare gli occhi dagli schermi di televisori e computer per fare qualche incursione nel mondo reale. Che, tra l’altro, nel caso dell’Italia offre un certo numero di occasioni preziose per riflettere sulle cause dell’ascesa e del declino delle civiltà, un tema che dovrebbe essere ben presente a persone che saranno chiamate nel giro di qualche anno a esercitare i propri diritti politici. Infine, il mondo globalizzato che tanto piace ai cosmopoliti è stato edificato in larga misura da persone che avevano un’educazione nazionale, con risultati talvolta apprezzabili. Da quando la globalizzazione è passata nelle mani di coloro che non hanno un punto di vista nazionale le cose non vanno meglio.

Si potrebbe discutere su quanto lungo debba essere il periodo dedicato a questa istruzione essenziale. Oggi la maggior parte delle persone risponderebbero probabilmente diciotto anni. Ma c’è anche chi, in controtendenza rispetto all’opinione della maggioranza, ipotizza un percorso più breve. La proposta di Paola Mastrocola di interromperlo a quattordici anni, lasciando agli studenti la scelta di continuare – se vogliono – gli studi, seguendo percorsi differenziati (una scuola per il lavoro, una per la comunicazione e una per lo studio) non è priva di attrattive. Tuttavia, mi pare che essa può essere accettata da chi crede nell’eguale libertà soltanto se i quattordicenni hanno ricevuto il meglio che la scuola riesce a dar loro. Tenendo conto che le esigenze di ciascuno saranno sensibilmente diverse e le capacità di apprendimento potrebbero non essere uniformi.

Una volta soddisfatta la prima condizione, quella dell’eguaglianza dei punti di partenza, il principio che ho proposto all’inizio di queste mie considerazioni lascia le persone che hanno portato a termine la parte iniziale del proprio percorso formativo libere di scegliere se e in che modo proseguire negli studi, nella consapevolezza che il nuovo periodo di formazione cui vanno incontro privilegia l’impegno e il talento nella distribuzione delle scarse risorse disponibili. Nella sua seconda parte, il principio disegna un percorso educativo che promuove il talento e cerca di valorizzarlo. Come avveniva nel Regno Unito prima delle sciagurate riforme degli ultimi anni, volute sia dai conservatori sia dai laburisti, che hanno quasi distrutto un sistema scolastico e universitario che era invidiato in tutto il mondo. Un sistema che – come ha scritto Tony Judt nelle sue memorie, recentemente pubblicate a pochi mesi dalla prematura scomparsa dell’autore – selezionava i più abili tra gli studenti e li educava alle proprie abilità, rendendo possibile in questo modo la circolazione delle elites. Parole di un uomo di sinistra cui l’ideologia non ha mai impedito di ragionare liberamente.

 

Pubblicato su Il Riformista il 22 febbraio 2011


13 febbraio 2011

Federalismo fiscale e scelta costituzionale

Uno spunto da Buchanan

James M. Buchanan ha suggerito che le istituzioni fiscali possono essere valutate assumendo la prospettiva di ciò che egli chiama una “scelta costituzionale”. Per lo studioso statunitense, che ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 1986, il carattere distintivo di tali scelte risiede «nella riconosciuta natura permanente, o quasi-permanente, delle alternative che sono prese in esame. Gli individui che partecipano a queste scelte non conoscono, per lo meno non completamente, i loro ruoli nei periodi in cui l’alternativa prescelta rimarrà operativa e, nella misura in cui vi è questa incertezza, gli individui sono indotti a scegliere fra le varie alternative in base a criteri di “equità” e di “efficienza” applicabili generalmente piuttosto che in base a interessi personali completamente identificabili». Non è difficile comprendere a quale precedente storico si ispiri la distinzione di Buchanan tra scelte costituzionali e post-costituzionali. Alle origini degli Stati Uniti d’America c’è proprio una scelta come quella descritta nel brano che ho riportato.

 

Le regole e i principi della Costituzione federale degli Stati Uniti d’America hanno le caratteristiche che Buchanan attribuisce a una scelta costituzionale perché sono appunto il risultato della deliberazione di un gruppo di persone che avevano lo scopo di regolare per un periodo di tempo indeterminato la vita della società politica che avevano deciso di costituire, trovandosi in circostanze che rendevano molto difficile per ciascuno fare previsioni affidabili sulla posizione in cui si sarebbe trovato nella società in questione, e sui risultati che avrebbe di volta in volta ottenuto una volta che le regole e i principi prescelti fossero stati adottati. Un altro esempio di una situazione storica simile è quello dell’assemblea Costituente che ha redatto la nostra Costituzione. Anche in quel caso i delegati sceglievano per un futuro indeterminato, in una situazione di incertezza relativamente alle proprie prospettive personali e a quelle della propria parte politica. Per riprendere un’espressione resa nota da John Rawls, si potrebbe dire che in entrambe le situazioni i costituenti deliberavano sotto un relativo “velo d’ignoranza” che li ha aiutati ad assumere una prospettiva meno parziale nella selezione di regole e principi da adottare per la società in cui si apprestavano a vivere.

 

Si tratta di un velo d’ignoranza relativo e non assoluto perché in entrambi i casi i costituenti erano in condizione di fare ipotesi su come promuovere i propri interessi personali (o quelli della propria parte politica o del proprio gruppo sociale di riferimento). Tuttavia, essi avevano anche ottime ragioni per non fidarsi troppo della propria capacità di prevedere il futuro e per assumere quindi un atteggiamento prudente nella proposta di principi e regole. Ciò spiega perché le considerazioni di equità acquistarono un peso particolare: se non sono sicuro di come mi andranno le cose nel gioco che mi appresto a giocare è razionale che scelga regole che non penalizzino troppo chi perde o è sfortunato. Per quel che riguarda il fisco, assumere tale punto di vista tende a favorire un accordo che incorpori garanzie contro la povertà che in una prospettiva di breve termine sarebbero verosimilmente considerate solo trasferimenti tra persone o gruppi, e che invece in quella costituzionale diventano una sorta di assicurazione contro il fallimento e la sfortuna.

 

Riflettere su queste considerazioni di Buchanan può essere utile in questi giorni in cui si discute tanto di federalismo fiscale. La situazione in cui le regole di questo fondamentale provvedimento verranno adottate è ben diversa da una scelta costituzionale nel senso che abbiamo indicato. In primo luogo perché l’attuazione del federalismo è diventata oggetto di una complessa trattativa che ha come posta per il presidente del Consiglio la propria permanenza in carica, la sopravvivenza della maggioranza, e quindi la possibilità di affrontare i suoi numerosi problemi personali – di alcuni dei quali può solo biasimare sé stesso – da una posizione di forza. In secondo luogo perché l’ottica nella quale queste regole sono state concepite è piuttosto quella di arginare un trasferimento di risorse tra zone più ricche e zone meno ricche del paese che una parte dei cittadini delle prime ritengono non più giustificabile e comunque economicamente intollerabile.

 

Si dice che l’idea che ispira la riforma è rendere tutti gli amministratori locali più responsabili nelle proprie politiche di bilancio, ma in realtà si intende costringere certe regioni del meridione a cambiare il proprio atteggiamento nei confronti della spesa. Obiettivo condivisibile, ma che corre il rischio di essere perseguito con metodi iniqui nei confronti dei cittadini delle regioni che si troverebbero di fatto in una situazione di svantaggio. C’è da chiedersi se le conseguenze politiche di una drastica e rapida riduzione nel livello dei servizi erogati in certe regioni del meridione siano state prese in considerazione e valutate con l’attenzione che meritano nel dibattito pubblico e se i cittadini di tutte le regioni italiane hanno fino in fondo compreso la portata dei cambiamenti che le nuove disposizioni potrebbero innescare una volta entrate in vigore.

 

Pubblicato su Il Riformista il 13 febbraio 2011


6 febbraio 2011

Tassare la ricchezza?

Ancora sul debito

La provocazione lanciata da Giuliano Amato un effetto l’ha raggiunto. Da qualche tempo non si parla solo di giarrettiere ma anche dei rentiers. Un passo avanti rispetto al tono medio del dibattito pubblico di questo paese. Certo non tutti gli interventi che abbiamo letto in queste settimane sono animati dal medesimo spirito costruttivo. Così, ad esempio, c’è l’economista di grido che se la prende con chi avrebbe un pregiudizio ideologico contro la ricchezza. Atteggiamento che spingerebbe alcuni a pensare addirittura che i ricchi sono cattivi. Quando si dice i pensieri maligni. Non si capisce nemmeno come possano venire in mente certe cose.

 

Dal tono di questa e di altre invettive si direbbe che per questi paladini del plutocrate indifeso Amato, Capaldo e gli altri che hanno provato a ragionare su come abbattere il debito pubblico dovrebbero vergognarsi e fare ammenda per la loro malvagità. Più serie mi sembrano invece le obiezioni venute, sia da destra sia da sinistra, da parte di coloro che hanno osservato che l’idea di un prelievo sul patrimonio va incontro a problemi pratici che potrebbero rendere quelle proposte, o altre che si muovono nella stessa direzione, di difficile attuazione e persino inique in concreto. Punto di vista formulato con la consueta efficacia da Michele Salvati quando ha scritto che il censimento della ricchezza è ancora più inaffidabile di quello del reddito e che «in un contesto di forte evasione fiscale e di deboli capacità di accertamento da parte dell’amministrazione, le ingiustizie di qualsiasi riparto sarebbero clamorose. E politicamente non sostenibili». Insomma, come hanno osservato diversi commentatori, c’è il rischio concreto che l’imposta sul patrimonio di cui si è parlato in questi giorni colpirebbe soprattutto coloro che sono a portata di mano del gabelliere. Non i ricchi veri, che presumibilmente hanno messo i propri averi al riparo sfruttando le scappatoie offerte, a chi abbia un consulente sveglio, da tutti i sistemi fiscali. Come ho detto l’obiezione è seria. Tuttavia, le difficoltà cui alludono Salvati e gli altri che l’hanno avanzata sono essenzialmente di natura amministrativa, tecnica o politica. Non mi pare di aver letto argomenti contro il principio invocato da chi propone di imporre un prelievo sul patrimonio della parte più ricca degli italiani per raccogliere le risorse necessarie per abbattere il debito. Anzi – come osserva sempre Salvati – un’imposta del genere potrebbe essere equa in astratto. Non è difficile rendersi conto del perché le cose stanno in questo modo. In termini generali la preferenza per imposte che colpiscono il reddito piuttosto che il patrimonio è motivata proprio da considerazioni pratiche del tipo che abbiamo appena richiamato. Mettere le mani sul reddito è, nelle economie moderne, più facile che metterle sulla ricchezza, o almeno su alcuni tipi di ricchezza. Questa sarebbe una ragione sufficiente per orientare altrove l’attenzione del fisco.

 

Ciò detto, sul piano dei principi l’idea che la ricchezza sia sacra e intangibile da parte del legislatore non riposa su fondamenta particolarmente solide. Certamente non ha le impeccabili credenziali liberali che certi filosofi politici della domenica pretenderebbero di attribuirle. Basterebbe ricordare le misure, anche di natura fiscale, che John Rawls raccomanda per correggere continuamente la distribuzione della ricchezza e prevenire le concentrazioni di potere che arrecano danno all’equo valore della libertà politica e all’equa eguaglianza di opportunità. Oppure la proposta di Ronald Dworkin, che assume che la ricchezza sia distribuita in modo eguale tra le parti nel proporre il suo esperimento mentale di come si potrebbe procedere per individuare un livello di tassazione equo. L’idea di Dworkin è che l’eguaglianza della ricchezza è necessaria per dare un senso all’analogia tra tassazione redistributiva e assicurazione su cui si basa il suo argomento.

 

Vale la pena di notare che proprio questa analogia è stata richiamata da Pietro Ichino nel suo intervento pubblicato su questo giornale in difesa dell’articolata proposta di intervento per abbattere il debito pubblico (che non può essere liquidata semplicemente come una “patrimoniale”) avanzata da Walter Veltroni e difesa da Enrico Morando. Considerando alcuni scenari possibili, e niente affatto improbabili, un prelievo sul patrimonio converrebbe anche alle persone che lo subiscono perché potrebbe funzionare come un’assicurazione contro i rischi derivanti da una crisi di fiducia nell’affidabilità del nostro debito pubblico. Magari ricchi sono tutti buoni, ma non è detto che siano anche stupidi. L’argomento di Ichino mostra una strada che si potrebbe seguire per continuare a ragionare su questo tema. Rispondendo anche ad alcune delle obiezioni pratiche che sono state sollevate. Perché, se è vero che in questo momento è verosimile che una proposta di prelievo argomentata soltanto sulla base di considerazioni contabili (ci servono i soldi e non sappiamo dove trovarli) sarebbe probabilmente respinta dalla maggior parte degli elettori, non è detto che la stesso accadrebbe anche a un disegno più complessivo di intervento per abbattere il debito e modificare i meccanismi istituzionali che ne consentono l’espansione. Certo, ci vorrebbe un governo, e un leader, credibili e dotati dei voti per attuarlo.

 

Pubblicato su Il Riformista il 6 febbraio 2011


30 gennaio 2011

Pensare il futuro

Una proposta su cui riflettere

C’è un futuro per gli italiani? Credo di non essere il solo che se lo chiede. Da tempo si avvertono segni del progressivo allentarsi dei legami morali che ci hanno tenuto – bene o male – insieme per centocinquanta anni. Prima di Tangentopoli, e della crisi che ha portato alla fine dell’equilibrio politico su cui si era retta sin dalla nascita la Repubblica, era già all’opera buona parte dei fattori che hanno eroso le fondamenta su cui poggiava il compromesso costituzionale raggiunto nel dopoguerra. Squilibri di crescita, disarmonie culturali, modi inconciliabili di concepire la rappresentanza e il rapporto dei cittadini con le principali istituzioni politiche e sociali che appartengono alla struttura di base della società hanno sottoposto le premesse da cui dipende la lealtà civile a una pressione che si è rivelata insostenibile. Ciascuna con spiegazioni e dinamiche proprie, operando congiuntamente, queste tensioni hanno acuito fratture le cui origini appartengono al passato remoto. Ma che nessuno dei regimi post-unitari è riuscito a sanare del tutto.

 

L’accidentale incrocio tra la spregiudicatezza di Silvio Berlusconi e le inchieste giudiziarie dei primi anni novanta ha dato a questo disfacimento morale un contributo decisivo. Proprio quando forse stavano maturando le condizioni per accelerare la ricerca di un nuovo equilibrio politico, che verosimilmente sarebbe passata attraverso un rinnovamento culturale dei partiti più importanti, c’è stata una svolta inattesa, che ha poco a poco trasformato la vita pubblica di questo paese. Rimuovendone, a dispetto della ragionevolezza, l’orientamento verso il futuro. Nelle convulse giornate che segnano la fine della Prima Repubblica vengono gettati i semi di una pericolosa illusione. Si afferma l’idea che si possa fare a meno della politica, sostituendola con “l’amministrazione delle cose”. Per quasi venti anni siamo vissuti come farebbero persone convinte che il futuro non sia altro che un presente eterno. Una visione rassicurante, alimentata da una crescita – moderata – ottenuta senza pagare un prezzo troppo oneroso, priva di rischi eccessivi o responsabilità.

 

L’ascendente  che Berlusconi ha esercitato sugli italiani in questi anni dipende in larga misura dall’essere riuscito a trarre vantaggio da questa visione declinandola nel modo che gli era più congeniale. Alla luce di questo fenomeno si comprende anche la fase più recente della sua parabola politica e umana. L’essersi circondato di adulatori e mercenari. Lo sforzo di nascondere alle telecamere – perché a chiunque lo veda a occhio nudo non sfuggirebbero – le tracce del tempo che passa, per accreditare l’immagine di un presente eterno. La triste parodia di vitalità che si intravede ogni volta che si socchiudono le porte delle sue dimore. Nei giorni scorsi un amico mi ha detto dell’imbarazzo che prova nel rendersi conto dei turbamenti che giornali e telegiornali inducono nel figlio non ancora adolescente. Purtroppo non sarà solo l’educazione sentimentale dei nostri giovani a risentire di ciò che accade in questi giorni. Se il berlusconismo non è stato un regime nel senso proprio, nondimeno una sua fine repentina potrebbe innescare reazioni come quelle che accompagnano il crollo di un’autocrazia. Da cui non possiamo aspettarci nulla di buono.

 

Mentre si assiste alle convulsioni senili del berlusconismo, sarebbe politicamente sterile ripercorrere le vicende del passato recente per tenere la contabilità degli errori e dei torti. Se la fine del berlusconismo non fosse rapida e cruenta, e l’agonia di cui siamo testimoni durasse ancora a lungo, credo che essa ridurrebbe in macerie quel poco che rimane in piedi dell’architettura istituzionale disegnata dai costituenti. Precipitando in tal modo l’ulteriore dissoluzione delle convezioni costituzionali e delle pratiche sociali che hanno garantito la stabilità del nostro paese anche in fasi drammatiche della sua storia recente. In ogni caso, mi sembra che ciò cui stiamo andando incontro non ha precedenti perché mai – nemmeno dopo il 25 luglio del 1943 – abbiamo affrontato una crisi politica profonda così privi di direzione. Al punto in cui siamo, sarebbe una manifestazione di saggezza lasciare agli storici il compito di tirare le somme finali e consegnarci il saldo netto di una stagione che ha visto scomparire, o ridursi all’irrilevanza, buona parte delle forze politiche e sociali che hanno accompagnato – e contribuito a plasmare – la storia unitaria d’Italia. Consegnando con esse all’oblio la capacità e la voglia di pensare politicamente il futuro. Sarei curioso di sapere se c’è qualcuno che possa onestamente sostenere che moralmente stiamo meglio oggi.

 

Bisogna ricominciare a pensare politicamente il futuro. Per quel che riguarda la sinistra, direi che di errori e torti ce ne sono stati diversi, di cui molto si è dibattuto e – temo – si discuterà ancora a lungo. La sofferta metamorfosi del PCI e la riduzione a un ruolo di testimonianza del PSI hanno lasciato un buco nella politica italiana che il Partito Democratico fa fatica a colmare. Una voragine di cui si vedono nitidamente i contorni in questi giorni. Indietro non si torna, su questo non c’è dubbio. Nemmeno credo si possano inseguire soluzioni che non hanno radici profonde nella nostra tradizione politica e che, anche nei paesi dove sono nate, vengono oggi messe in discussione. Fare “come questo” o “come quello” è un sintomo di confusione mentale. Proviamo fare come dobbiamo, per quanto ne siamo capaci. Cominciando da alcune proposte concrete di riforma che siano riconoscibilmente orientate verso una società più giusta. Una patrimoniale che sia – come ha suggerito su queste pagine Enrico Morando – parte di un intervento per istituire termini equi di cooperazione per un nuovo contratto sociale è un buon punto di partenza.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 gennaio 2011


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 30/1/2011 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


25 gennaio 2011

The Rich and The Rest

A margine del Lingotto

Per una curiosa coincidenza, nelle stesse ore in cui Walter Veltroni faceva il suo appello per restituire slancio al Partito Democratico rilanciandone la capacità di attrarre alleati politici e potenziali elettori – che di recente è piuttosto scarsa sia verso i primi sia verso i secondi – arrivava nelle edicole l’ultimo numero dell’Economist, con una bella copertina su cui si vedono in controluce due persone. La prima guarda la seconda dall’alto in basso (da un’altezza considerevole), con un atteggiamento che si intuisce piuttosto rilassato. La seconda, che sta sotto, ha con sé una scala, ma non è in condizione di usarla per raggiungere l’altra persona, che la osserva dalla sommità di una colonna, perché è troppo corta. A sinistra c’è il titolo, The Rich and Rest, che ci fa capire che l’autorevole settimanale britannico in questo numero si occupa di disuguaglianza.

 

Infatti, nelle pagine interne troviamo un interessante “special report” sulla “global elite”, ovvero sui pochi che sono in condizione di influenzare le vite dei molti perché hanno accesso a una porzione più ampia di opportunità e risorse. Nell’editoriale che presenta il dossier e ne riassume le conclusioni si dice che la crisi finanziaria e i tagli di spesa, che sono destinati a colpire soprattutto chi sta peggio, rendono il vecchio (verrebbe da dire “classico”) tema dell’eguaglianza politica nuovamente centrale nella discussione pubblica. A testimoniarlo ci sarebbero recenti interventi di figure che per il resto hanno ben poco in comune come David Cameron, Hu Jintao, Warren Buffett e Dominique Strauss-Kahn.

 

La coincidenza tra il discorso di Veltroni e la pubblicazione del dossier dell’Economist è significativa perché ci mette in condizione di fare un raffronto tra l’agenda del dibattito pubblico nel nostro paese e quella del resto del mondo, con uno sguardo particolare ai paesi occidentali. Traendone qualche spunto di riflessione.

 

Con una battuta, si potrebbe dire che Veltroni è riuscito a farsi scavalcare a sinistra dall’House Organ del liberalismo economico. In realtà, le cose non stanno proprio in questo modo. Leggendo con attenzione l’editoriale e il dossier pubblicati dall’Economist  si scopre che i cantori del libero mercato non si sono affatto convertiti al socialismo. La ricetta che essi propongono rimane saldamente nel solco della tradizione liberale, e fa perno soprattutto sull’idea di ampliare le opportunità liberando energie e talenti. L’idea di fondo è che solo attraverso il rilancio dell’economia, e l’aumento nella produzione della ricchezza, che si può davvero ridurre la distanza tra chi ha tanto e chi ha poco (o quasi nulla). Livellare verso il basso non è un’opzione accettabile. Una conclusione che probabilmente sarebbe condivisa anche da Veltroni. Tuttavia, tra i difensori del capitalismo di Londra e il leader politico italiano c’è una differenza importante, che mi pare andrebbe sottolineata. Nell’intervento di Veltroni al Lingotto l’eguaglianza non ha affatto la centralità che la rivista britannica le attribuisce e che, secondo gli autori del rapporto, diversi osservatori qualificati e policy makers sono concordi nel riconoscerle.

 

Si badi bene, non intendo dire che le cose di cui Veltroni ha parlato con l’eguaglianza non abbiano nulla a che fare. Basterebbe ricordare i passaggi sui rapporti di lavoro o sulla necessità di restaurare in questo estenuato paese il senso di appartenenza a una comunità liberale, con il significativo richiamo che Veltroni ha fatto a Ronald Dworkin.

 

Ciò che mancava al Lingotto era un’idea forte che tenesse insieme tutte quelle cose. Quale idea migliore, per un partito democratico, dell’eguaglianza? Eguaglianza davanti alla legge, equa eguaglianza di opportunità, eguaglianza di rispetto, non sono queste le cose che evidentemente mancano in Italia e che ci stanno portando al disastro?

 

Mi rendo perfettamente conto che proporre l’eguale libertà come orizzonte per un partito politico può sembrare anacronistico quando si dice che bisogna andare oltre le ideologie per parlare anche agli elettori moderati. Tuttavia, mi chiedo se non stiamo facendo un torto ai moderati di questo paese pensando che non siano persone in grado di apprezzare un partito che piuttosto di disperdersi in un pulviscolo di proposte per non scontentare nessuno abbia il coraggio di dare un nome alla propria motivazione. Invitando chi deve votare a scegliere qualcosa che sia riconoscibilmente diverso dalle minestrine riscaldate che hanno avuto in pasto dagli ultimi governi di centrosinistra, ma che sia allo stesso tempo riconoscibilmente distante da una politica di destra che non si cura dei deboli. In fondo, il Partito Democratico era nato anche per questo.

 

Pubblicato su Il Riformista il 25 gennaio 2011


16 gennaio 2011

Ancora sulla Fiat

Dopo il referendum

La sconfitta del “no” nel referendum cui hanno preso parte i lavoratori è indiscutibile. Chi ha votato contro l’accordo è in minoranza. Tuttavia, la distanza rispetto ai favorevoli risulta meno netta del previsto. Anche la distribuzione, tra lavoratori che svolgono mansioni diverse, dei consensi al nuovo contratto è degna di nota. L’impressione è che ci sia stata una vittoria di misura dei favorevoli, ottenuta con il contributo decisivo di chi è più avvantaggiato dai termini proposti dall’azienda (tra gli operai, quelli addetti alla verniciatura rispetto a quelli che si occupano di montaggio o lastratura). Se la Fiat e i sindacati che hanno firmato l’accordo possono dire di aver prevalso, la Fiom dal canto suo può rivendicare un risultato notevole da cui – pur non avendo dato indicazioni esplicite per il voto – potrebbe trarre consensi, e la forza per ingaggiare una battaglia su altri fronti. A cominciare da quello legale, come i suoi dirigenti hanno già annunciato nei giorni scorsi, quando si era ormai delineata la probabilità di una sconfitta dei sostenitori del “no” nel referendum. Direi che del nuovo contratto di lavoro a Mirafiori sentiremo parlare ancora.

 

D’altro canto, era difficile che il voto nel referendum sciogliesse tutti i nodi di questa complessa questione. La strada che può condurre al rilancio della produzione negli stabilimenti Fiat del nostro paese è lunga, e per un bel tratto è ancora in salita. Intendiamoci, le difficoltà di cui parlo non dipendono unicamente dall’ostilità che una parte consistente dei lavoratori ha mostrato con il voto alle nuove condizioni di lavoro. Tanto per fare un esempio, le misure che il governo cinese sta prendendo per scoraggiare l’aumento del traffico nelle maggiori città del paese sono tali da creare in prospettiva problemi per diversi produttori di auto, non solo per la Fiat. La competizione per i mercati internazionali (in Asia o in Africa) potrebbe presto avere nuovi concorrenti cinesi, più agguerriti rispetto agli storici produttori statunitensi e europei. Alla fine, è verosimile che la scommessa per rilanciare la produzione dell’auto in Italia sarà vinta o persa per via di un’intricata combinazione di fattori – non solo il lavoro – e circostanze.

 

Lascio volentieri il compito di fare previsioni a chi è più competente di me su queste cose per limitarmi a fare alcune osservazioni politiche. Un eventuale rafforzamento della Fiom sul piano del consenso dentro e fuori le fabbriche non è qualcosa che lascia promettere nulla buono per le prospettive della sinistra moderata e riformista. Nel corso di questa vicenda i dirigenti di quel sindacato hanno costantemente – e temo volutamente – alimentato un equivoco, affermando che il referendum fosse viziato dai termini della proposta rivolta dall’azienda ai lavoratori, che erano quelli di un’offerta-minaccia (se fai a, avrai accesso a b, che potrebbe rivelarsi per te un vantaggio, ma se non lo fai, io faccio c, che per te è certamente uno svantaggio). Non c’è dubbio che le “offerte-minaccia” impongano limiti alla libertà di scelta delle persone cui sono rivolte. Tuttavia, il quesito posto nel referendum non aveva questa forma. L’equivoco colpevole è alimentato dal fatto che i dirigenti della Fiom estendono in modo indebito alla trattativa contrattuale concetti e principi che trovano la propria applicazione alle istituzioni politiche fondamentali.

 

In una trattativa sindacale – come in qualsiasi negoziato – l’offerta-minaccia non è necessariamente illegittima sul piano morale. Anche se la sua efficacia dipende dai rapporti di forza tra le parti, che possono essere la conseguenza di ingiustizie passate. Comunque, ci sono circostanze in cui accettare una proposta che ha questa forma è, tutto considerato, la cosa migliore da fare, nel senso che tutte le alternative appaiono meno attraenti. Tentando di trasformare una trattativa contrattuale in una battaglia politica di principio la Fiom è anche riuscita a tenere in secondo piano il fatto di non avere un’alternativa credibile da offrire ai lavoratori. Non c’è dubbio che il nuovo contratto è per certi versi meno vantaggioso e che la possibilità di avere accesso alle opportunità che esso offre ai lavoratori, ad alcuni più che ad altri, dipende dal successo del rilancio della produzione, un esito niente affatto certo o determinabile, come abbiamo detto. Ma la prospettiva di lotta di cui parla la Fiom ha esiti francamente ancora meno certi e di dubbio vantaggio.

 

Detto questo, rimane da rilevare che i lavoratori che ieri hanno partecipato al referendum lo hanno fatto in una condizione di profonda solitudine politica. Gli unici che sono andati a cercarli sono stati gli agitatori professionali della sinistra della chiacchiera. Dal partito che dovrebbe essere il punto di riferimento della sinistra moderata, liberale e riformista, hanno avuto ben poco. Nemmeno la consolazione di sentirsi dire che se ora non c’è alternativa, da domani ci impegneremo per migliorare le condizioni di vita di chi è costretto a fare sacrifici per tenersi stretto un posto di lavoro. In qualche caso, si sono sentiti (e letti) persino infastiditi rimbrotti per chi aveva la sfrontatezza di non capire in quale direzione marcia il progresso. Uno spettacolo di povertà ideale che un tempo sarebbe stato inimmaginabile. Ancora più triste se si pensa che, dall’altra parte, Marchionne ha goduto del sostegno convinto e un po’ vigliacco di tutti quelli che sono ben felici che sia qualcun altro a fare la voce grossa, per poi goderne i vantaggi.

 

Pubblicato su Il Riformista il 16 gennaio 2011


13 gennaio 2011

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