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il blog di Mario Ricciardi


Libri


20 febbraio 2011

Del diritto inesistente

Su Mario Jori

Del diritto parliamo come se fosse un oggetto. Eppure la sua natura è elusiva. Ci sono esperienze che riconduciamo all’esistenza del diritto, come votare per il rinnovo di una carica elettorale, ma saremmo in difficoltà se qualcuno ci chiedesse di isolarle mentalmente e descrivere ciò che è specificamente “giuridico” nelle azioni che le costituiscono. Quando esattamente nel corso della procedura elettorale il diritto si palesa? Dove si trova? Come ne rileviamo la presenza? Non è affatto facile dare risposte persuasive a queste domande, e ciò probabilmente spiega perché lo scetticismo presenta una certa attrattiva per i filosofi del diritto. In fondo, la tendenza degli esseri umani a postulare l’esistenza di oggetti sui generis è ben nota agli studiosi di scienze sociali. Demistificare le credenze tradizionali è un’attività che storici e antropologi – per non dire degli scienziati cognitivi – svolgono con un certo gusto e non trascurabili successi.

 

A pensarci bene, il diritto è un po’ diverso dai residui primitivi di cui potremmo fare a meno senza difficoltà, come le credenze sottese alle pratiche dei superstiziosi. Anche società altamente secolarizzate non sembrano in grado di farne a meno, e le persone continuano a parlare del diritto come di un oggetto, anche se si rendono conto che non si tratta di qualcosa di materiale. Qui c’è un problema che non può essere formulato in maniera perspicua senza una chiarificazione concettuale. Che significa dire che “c’è” il diritto? Di che tipo di esistenza parliamo?

 

Un aiuto per orientarsi, che è anche un salutare vaccino contro la pigrizia mentale di certi scettici, viene dall’ultimo libro di Mario Jori. Un lavoro che si presenta come un bilancio del percorso intellettuale dell’autore e una rilettura del pensiero degli studiosi cui egli si sente più vicino. In primo luogo il suo maestro Uberto Scarpelli, e poi i due ispiratori della filosofia analitica del diritto, Norberto Bobbio e H.L.A. Hart. In poco più di cento pagine di piacevole lettura Jori ci mostra come distinguere «il modo in cui il diritto è individuato (dal senso comune) e il modo in cui ne sono determinati i confini (dai giuristi)» mettendo in luce che ciò che i filosofi chiamano «riconoscimento del  diritto risulta essere una operazione complessa composta di identificazione del diritto in generale, individuazione del diritto vigente e infine sua determinazione». Un itinerario suggestivo e ricco di spunti di riflessione anche per il non giurista, condotto con garbo e ironia dall’autore attraverso alcune tra le più complesse questioni della filosofia del diritto contemporanea.

Mario Jori, Del diritto inesistente. Saggio di metagiurisprudenza descrittiva, Edizioni Ets, Pisa 2010, pp. 147, Euro 14.00.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 20 febbraio 2011


28 novembre 2010

Classici dell'economia

Su Sergio Ricossa

La rottura di un tubo, con conseguente perdita d’acqua, nell’appartamento del piano superiore, è stata l’occasione per una piacevole riscoperta. In fondo a uno scaffale, pericolosamente vicino al punto del solaio da cui l’acqua colava copiosa, c’era un libro di Sergio Ricossa, miracolosamente sfuggito alla piccola inondazione. Si tratta di Grandi classici dell’economia. Cento trame, pubblicato per la prima volta nel 1991. La copia che posseggo non è quella che avevo letto, prendendola in prestito da mio nonno, ma un’edizione Bompiani più recente. Uscita in un periodo in cui l’editore milanese faceva dei tascabili dalle copertine inspiegabilmente brutte. Cosa c’è in questo libro dal titolo insolito? L’idea si ispira a un genere diffuso, specie nei paesi di lingua inglese, dove i libri che raccolgono le trame dei grandi romanzi hanno un certo successo e sono in circolazione da tempo (proprio nei giorni scorsi ne ho vista una nuova versione in libreria, con un titolo che non posso fare a meno di menzionare, Brideshead Abbreviated. The Digested Read of the Twentieth Century). Non è difficile capire come mai. Promemoria per lettori smemorati, salvagente per studenti svogliati, scorciatoia per chi non vuole farsi cogliere di sorpresa da un commensale di buone letture, questi lavori hanno indiscutibilmente una certa utilità. O forse dovrei dire che l’avevano, dato che temo che ormai ignorare la trama di un classico non sia più un problema né a scuola né in società.

 

In ogni caso, l’originalità del libro di Ricossa stava nel fatto che invece di contenere le trame dei romanzi, compendiava quelle dei classici dell’economia (e non solo, giacché mettere insieme cento classici non è facile). “In che senso le trame?” Immagino vi stiate chiedendo. In effetti, Ricossa scherzava. A parte The Fable of the Bees di Bernard de Mandeville (1705), che tutto sommato una trama ce l’ha, gli altri lavori sintetizzati nelle 277 pagine (indici esclusi) del libro non raccontano una storia. Troviamo invece saggi, trattati, lezioni. Si comincia con l’antichità e il medio evo, che ci consegnano poca roba: Senofonte, Marco Terenzio Varrone, Sullavarizia di Poggio Bracciolini, e due pesi massimi del pensiero come Aristotele e Tommaso d’Aquino. Segue una lunga lista che comincia con Bernardo Davanzati su cambi e monete (1588) e finisce quasi quattro secoli dopo con una raccolta di saggi sulla pianificazione economica di Ragnar Frisch uscita nel 1976.

 

In mezzo c’è un po’ di tutto. Sfogliandolo mi rendo subito conto di qualcosa che forse non mi era così chiaro quando lo lessi da studente. Allora ricordo di essere rimasto soprattutto affascinato dallo stile di Ricossa. L’economista torinese, erede di una grande tradizione di economisti liberali che hanno insegnato nell’università del capoluogo piemontese (basta pensare a Luigi Einaudi, che nel libro è presente come autore delle Prediche inutili), scriveva in modo chiaro e asciutto. Scegliendo spesso il registro dell’ironia. Oggi, tuttavia, mi colpisce molto anche la parzialità di certi resoconti. Non tanto perché essi siano “opinionated”, come si dice, ma perché talvolta sono un po’ “unfair” nei confronti degli autori affrontati. Ricossa non si preoccupa di nascondere le sue simpatie e le sue antipatie, e questo va bene. Ma il punto è che in qualche caso l’antipatia è tale che non si capisce nemmeno perché un libro sarebbe diventato un classico. Come avviene per la General Theory di Keynes. Trattamento ben diverso ricevono autori che Ricossa ammira, come Menger, Böhm-Bawerk, Mises e Schumpeter, per menzionare alcuni tra i più noti.

 

Tutto considerato, non consiglierei a uno studente questo libro come guida ai classici del pensiero economico. Ma credo che sia un bel contributo all’autobiografia intellettuale di un uomo libero, che ha avuto la forza di difendere posizioni libertarie quando in questo paese si rischiava l’impopolarità, e talvolta anche molto di più, nel farlo. Dopo aver asciugato il libro, e messolo al riparo da ulteriori pericoli idraulici, mi viene in mente che il catalogo di classici proposto da Ricossa è una splendida illustrazione del contributo che l’economia ha dato alla discussione politica, soprattutto dai tempi di Adam Smith. Molti degli autori di cui si parla in queste pagine sono stati dei pensatori di straordinario rilievo, capaci di mutare il nostro modo di vedere la società in cui viviamo. Filosofi mondani, per riprendere la felice espressione di Robert Heilbroner. Oggi, più di un tempo, gli economisti contendono ai cultori di altre discipline o saperi le prime pagine dei giornali, pronunciandosi sugli avvenimenti del momento per formulare critiche, suggerire soluzioni, avanzare ipotesi. Eppure l’economia come scienza sembra aver perso la capacità di parlare al mondo che manifestava nelle pagine di molti degli autori di cui si occupa Sergio Ricossa nel suo bel libro.

 

Pubblicato su Il Riformista il 28 novembre 2010


28 ottobre 2010

Scribble, Scribble, Scribble

Su Simon Schama

 

Chi vive di notizie, a forza di rovistare tra le pieghe della vita, corre il rischio di portare in giro l’odore dei luoghi che frequenta, della gente che incontra, risultando spesso poco presentabile. Tuttavia, per generazioni di cronisti questo è stato un prezzo più che accettabile da pagare per avere l’opportunità di misurarsi quotidianamente con il compito di essere sempre un passo avanti rispetto ai fatti del giorno. Di comprenderne le cause prima che lo facciano gli altri, contribuendo in alcuni casi a plasmarne gli effetti. Pur appartenendo a una categoria poco rispettabile agli occhi dei benpensanti, i più bravi giornalisti del Novecento riuscivano a guadagnarsi il rispetto, e talvolta perfino l’affetto, dei propri lettori. Due cose che fanno bene all’umore nei momenti brutti. Oggi, però, qualcosa sta cambiando, i giornalisti non godono più di buona stampa.

Sarebbe difficile e probabilmente un po’ tedioso ricostruire nei dettagli il processo che ha condotto uno dei mestieri più affascinanti emersi nella modernità nel presente discredito. Più facile abbandonarsi al piacere di leggere gli scritti che Simon Schama ha appena raccolto in Scribble, Scribble, Scribble. Writings on Ice Cream, Obama, Churchill and My Mother (The Bodley Head, London 2010). Schama è un inglese che insegna storia dell’arte e storia alla Columbia University, a New York, e ha già pubblicato, tra gli altri, libri di successo su Rembrandt, la rivoluzione francese, l’evoluzione dei nostri modi di vedere il paesaggio, e la tratta degli schiavi. Una lista in cui si fatica a cogliere immediatamente l’elemento comune perché probabilmente non c’è. Infatti, ciò che tiene insieme la vasta produzione di questo brillante professore è piuttosto la curiosità dell’autore. La sua straordinaria tenacia nel seguire pazientemente le tracce di un personaggio, di un’idea, di una forma, per metterne poco a poco insieme la storia e raccontarla. Un’abilità, verrebbe da dire, da grande cronista. Poche pagine di introduzione e l’ipotesi trova conferma. Schama ci racconta che la sua passione per la scrittura è cominciata con una gita scolastica a Fleet Street negli anni Cinquanta. L’atmosfera, i volti, l’odore di sigarette e inchiostro, tutto ci riporta a un’immagine del giornali che oggi appare lontana, per alcuni persino arcaica, ma che ha catturato la fantasia del piccolo Simon per non lasciarlo mai più. Per averne la prova basta aprire a caso il libro. Politica e costume, storia e arte, recitazione e cucina si intrecciano come i fili di un arazzo che raffigura una scena corale.

Alto e basso, serio e faceto si mescolano continuamente. Una cronaca della campagna elettorale del 2005 nel Regno Unito fornisce lo spunto per acute osservazioni sulle differenze, di stile e di sostanza, tra il paese dove Schama è nato e ha studiato – a Cambridge, fianco a fianco con altri storici di valore come Roy Porter, Geoffrey Parker e Andrew Wheatcroft – e quello dove vive a lavora da anni. In poche righe ci troviamo proiettati dal presente (per noi ormai passato prossimo) a vecchie campagne a sostegno del Labour di Harold Wilson negli anni Sessanta, o contro la Thatcher negli anni Ottanta. Un incontro faccia a faccia con l’ormai vetusto ex primo ministro Tory Harold Macmillan nella Senior Common Room di Christ College si trasforma in comica. Schama inciampa nel tappeto, offrendo all’avversario politico di un tempo il destro per una battuta fulminante: «La gratitudine è comprensibile, la prostrazione niente affatto necessaria».

Ma questa non è una raccolta di aneddoti o un assemblaggio di osservazioni casuali. Gli articoli che compongono la sezione “la democrazia messa alla prova” contengono lucide analisi di alcuni dei processi di degenerazione cui stanno andando incontro tutte le democrazie occidentali. Una mostra di Anselm Kiefer («un filosofo-poeta» che è anche «un artigiano di fenomenale potere e versatilità») diventa l’occasione per una profonda meditazione sul significato pubblico dell’arte, sulla capacità che essa ha di dare corpo a forma ai fantasmi di un popolo, o alle grandi tendenze della storia mondiale. Ancora poche pagine, e siamo di nuovo alle prese con le piccole cose, e i grandi piaceri, del quotidiano. Schama discute con competenza delle diverse ricette per fare il sugo alla bolognese, rievocando sapori, odori, colori della cucina italiana con appetitosa efficacia. Per il lettore napoletano fa un certo effetto leggere, in questo piccolo saggio di critica culinaria, di Laurence Olivier che interpreta Eduardo. Che suono avrà avuto la parola “ragù” pronunciata da Amleto?

Messo via il libro ci si scopre almeno parzialmente riappacificati con il giornalismo. Se il fascino di questo lavoraccio di dubbia moralità produce pagine come quelle di Schama vale la pena di investire qualche euro al giorno nella speranza di imbatterci prima o poi in uno così. Che non ci sorprende per blandirci, ma perché la vita è sorprendente a guardarla con attenzione. Rimane un dubbio, che ha ancora a che fare con il giornalismo, sebbene di un tipo diverso. Schama non è solo un accademico di successo che occasionalmente scrive per i giornali. Negli ultimi anni egli si è misurato diverse volte con la televisione, realizzando documentari di storia e di storia dell’arte che hanno avuto un gradimento eccezionale e che vendono ancora molto bene nella versione dvd. Non mi pare che le nostre emittenti li abbiano mandati in onda. Mi piacerebbe sapere come mai.

Pubblicato su Il Riformista il 28 ottobre 2010


2 ottobre 2010

Sul ruolo della religione nella vita pubblica

Sul Cardinal Scola

Alexis de Tocqueville ha scritto che quando una religione si unisce intimamente a un governo essa «sacrifica l’avvenire in vista del presente e, ottenendo un potere che non le spetta, mette a repentaglio il proprio potere legittimo». Le osservazioni di Tocqueville mi sono tornate in mente leggendo la lunga conversazione tra Benedetto Ippolito e il Patriarca di Venezia Angelo Scola, che prende spunto dalla pubblicazione dell’ultimo lavoro del Cardinale, che ha un titolo significativo: Buone ragioni per la vita in comune (Mondadori, Milano 2010). La visione del ruolo della religione nella vita pubblica che emerge dalle riflessioni del Cardinal Scola avrebbe probabilmente incontrato l’approvazione dell’aristocratico francese. Infatti, sia nell’intervista sia nel libro – dove le idee del porporato vengono presentate in dialogo con alcune delle voci più significative della filosofia e della teologia contemporanee – è evidente l’invito ai cattolici a camminare saldi sulle proprie gambe, senza appoggiarsi a quelle che Tocqueville chiamava le “potenze politiche”.

 

Intendiamoci, sfuggire all’abbraccio mortale di queste potenze terrene – che della religione si servono anche quando fanno mostra di servirla – non comporta affatto accettare una concezione della fede come esperienza esclusivamente privata. Nel libro, il Cardinal Scola richiama la peculiarità della concezione cristiana di Dio, che incarnandosi si compromette con la storia e accetta di condividere il destino delle creature. Per questo, scrive il Cardinale, la fede cristiana ha «inevitabilmente a che fare con le forme concrete con cui, anche nella società plurale di oggi, si vivono la nascita, la vita e la morte, l’amore e il dolore, il lavoro e il riposo». Insomma, proprio come i preti cattolici statunitensi lodati da Tocqueville per lo spirito “laico” con cui svolgevano la propria missione in un paese che a quei tempi era a maggioranza protestante, il Patriarca di Venezia difende un cattolicesimo che non ammette di essere messo da parte quando sono in gioco questioni morali fondamentali, quando si discute di ciò che sarebbe bene fare. Suggestive, a questo proposito sono le pagine del libro in cui si accenna alla “percezione morale” (un’espressione che il Cardinal Scola illustra con espressioni che richiamano alla mente il pensiero di un grande filosofo cattolico del novecento, Bernard Lonergan) e ai lavori di pensatori come John Finnis, Germain Grisez e Joseph Boyle, tutti autori che meriterebbero maggiore attenzione nel nostro paese.

 

Libera dal vincolo dell’identificazione con il potere politico, la Chiesa cattolica si muove in una sfera pubblica su cui è ormai consapevole di non avere controllo, e all’interno della quale forse non esercita neppure un’egemonia. Invece di ritrarsi inorridito, come fanno altri esponenti dell’episcopato, o limitarsi a una testimonianza morale attraverso le opere, il Patriarca di Venezia accetta la sfida dei tempi e prende la strada della filosofia politica.

 

Infatti, le meditazioni del Cardinal Scola nel libro appena uscito, e nella conversazione con Benedetto Ippolito  pubblicata nei giorni scorsi su questo giornale, non riguardano solo il bene, ma anche il giusto, per riprendere la distinzione di John Rawls. Questa, dal mio punto di vista di agnostico, è la parte forse più interessante delle riflessioni del porporato, che meritano di essere discusse anche dai non credenti che hanno a cuore le sorti del liberalismo. Presa contezza del fatto del pluralismo ragionevole, come lo chiamava Rawls, mi sembra che il Cardinal Scola assuma nel libro l’onere di argomentare accettando i limiti imposti dall’ideale della ragione pubblica. Ciò non comporta che egli, in quanto cattolico, debba abiurare la propria visione comprensiva del mondo e della vita, ma gli chiede di riconoscere il valore pratico indipendente di relazioni politiche rette dal principio di reciprocità. La forma della democrazia liberale, sempre secondo Rawls, non nega la fede, e nemmeno mira a opprimerla o a relegarla nella sfera privata. In questo senso il Liberalismo Politico non è affatto una concezione della convivenza che afferma un ideale di neutralità come quello promosso da certi laici francesi o italiani. Le visioni cattoliche del bene comune e della solidarietà sono ammesse dal Liberalismo Politico se esse vengono espresse nei termini adeguati a valori politici.

 

Entro questi limiti, il rinvio del Cardinale alla visione comprensiva della Chiesa Cattolica, illustrata attraverso sapienti richiami alle scritture e ai testi dottrinali, serve da alimento alla discussione in una società pluralista, non la chiude attraverso l’appello all’autorità. Soprattutto nei due capitoli dedicati alla crisi finanziaria e ai problemi dello sviluppo economico questo modo di procedere apre la strada a considerazioni interessanti sul mercato, sulla sussidiarietà, o sul ruolo dell’educazione, che potrebbero essere condivise anche da non credenti, o da persone di fedi diverse dalla cattolica. Oppure, e anche questo è un aspetto interessante del libro, che potrebbero suscitare il dissenso di altri esponenti delle gerarchie ecclesiastiche o del mondo cattolico.

 

Al suo arrivo negli Stati Uniti, Tocqueville fu sorpreso di trovare spirito di religione e spirito di libertà intimamente uniti. Invece di procedere in direzioni diverse, come in Francia, nel nuovo mondo essi «regnavano insieme sullo stesso suolo». Un’immagine suggestiva questa di una sovranità divisa ma non conflittuale, che mi pare illustri bene anche il pensiero del Cardinal Scola sul ruolo della religione nella vita pubblica e sul compito dei cattolici.

 

Pubblicato su Il Riformista il 2 ottobre 2010


28 maggio 2010

Su Thomas Pogge

Povertà mondiale e diritti umani

Thomas Pogge è un filosofo che non si limita a interpretare il mondo, ma cerca di cambiarlo. Per capire in che modo, e perché oggi Pogge è una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla giustizia internazionale, bisogna ripercorrere il percorso intellettuale di questo studioso che, nato ad Amburgo, in Germania, nel 1953, dopo una laurea in sociologia nel suo paese, si è trasferito negli Stati Uniti per continuare i propri studi sotto la guida di John Rawls, l’autore di A Theory of Justice (1971) il libro di filosofia politica più influente della seconda metà del ventesimo secolo. In quel lavoro, Rawls proponeva un nuovo modo di affrontare il classico problema della giustizia attraverso una rilettura della tradizione contrattualista, fortemente influenzata dal pensiero di Kant. Al cuore della complessa macchina argomentativa costruita da Rawls c’era una situazione di scelta originaria in cui le parti, che ignorano quale sarà la posizione in cui si troveranno nella società che si apprestano a regolamentare, devono accordarsi sui principi che la reggeranno. Secondo Rawls, in tali circostanze, facendo leva soltanto sulla razionalità intesa nel senso più ristretto – quello corrente nella teoria economica – le parti si accorderebbero su due principi: il primo, che stabilisce che ciascuno ha un eguale diritto al più esteso schema di eguali libertà fondamentali compatibilmente con un simile schema di libertà per gli altri; e il secondo, che impone che le ineguaglianze sociali e economiche devono essere combinate in modo da essere (a) ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno; e (b) collegate a cariche e posizioni aperte a tutti. Sviluppando questa prima formulazione, sempre nel libro del 1971, Rawls approdava poi a una riformulazione del secondo principio che faceva dipendere l’accettabilità delle diseguaglianze dal fatto che si mostri che esse sono necessarie a migliorare la posizione di chi sta peggio, cioè di chi è meno avvantaggiato dalla cooperazione sociale.

 

Sin dalla sua pubblicazione il libro di Rawls ha innescato una discussione vivace che si è estesa ben oltre i confini dell’accademia, per coinvolgere il più vasto pubblico di chi crede che la giustizia sia la principale virtù delle istituzioni sociali. Anche nel nostro paese ci sono stati diversi intellettuali – tra gli altri, bisogna ricordare almeno Salvatore Veca e Sebastiano Maffettone – che hanno visto nel pensiero di Rawls il punto di riferimento ideale di una sinistra liberale e riformista. Pogge ha preso parte a questo dibattito a cominciare dalla fine degli ottanta, quando ha pubblicato Realizing Rawls, un libro che era allo stesso tempo un’autorevole esposizione del pensiero del suo maestro e una critica di quelli che già allora egli aveva individuato come certi suoi limiti. In particolare, il fatto che la teoria della giustizia di Rawls assumesse la prospettiva di una società chiusa, concepita come una comunità politica autonoma e autosufficiente, senza fare i conti fino in fondo con la realtà della politica internazionale e con la sempre maggiore interdipendenza delle economie nazionali. Furono proprio le critiche di Pogge, tra l’altro, a spingere Rawls a tornare sulla giustizia internazionale in un libro pubblicato nel 1999, The Law of Peoples. Tuttavia, alla fine degli anni novanta, Pogge aveva preso ormai una strada che lo ha portato con il passare del tempo a sviluppare un teoria della giustizia globale che per molti versi si presenta come un superamento di quella di Rawls.

 

Di questo nuovo approccio c’è ora una testimonianza anche in italiano, grazie alla pubblicazione di Povertà mondiale e diritti umani, appena uscito per i tipi di Laterza. In questo volume – arricchito da una bella prefazione di Luigi Caranti che introduce il pensiero di Pogge ai lettori che non sono familiari con le sue opere precedenti – ci sono i lineamenti di un’agenda politica ragionevole e radicale per combattere la povertà, il più pericoloso “serial killer” con cui abbiamo a che fare. Di particolare interesse sono le proposte, articolate nel dettaglio e sostenute sulla base di una mole impressionante di dati, per intervenire sulle cause globali di questo fenomeno. Chi avesse voglia di farsi di farsi un’idea su come potremmo cambiare in meglio il mondo trova importanti spunti di riflessione nel progetto per un fondo internazionale che potrebbe alleviare in modo significativo gli effetti che dipendono dai costi eccessivi dei medicinali per i paesi più poveri. Una lettura istruttiva, che dovrebbe suscitare la curiosità di quel che rimane della sinistra in questo paese.

 

Pubblicato su Il Riformista il 28 maggio 2010

 


4 aprile 2010

Sull'ultimo libro di Tony Judt

Ill Fares the Land

«Ill fares the land, to hastening ills a prey, where wealth accumulates, and man decay». Questi versi da The Deserted Village di Oliver Goldsmith (1770), hanno suggerito a Tony Judt, uno dei più autorevoli storici contemporanei, che  insegna alla New York University dove dirige il Remarque Institute, il titolo del suo ultimo lavoro. Ill Fares the Land. A Treatise on Our Present Discontents (Allen Lane, London 2010) è un libro che si legge d’un fiato. In poco più di duecento pagine l’autore condensa un bilancio dell’esperienza di quasi cento anni di promozione dell’eguaglianza attraverso l’intervento pubblico, spiegando perché questa tendenza politica rallenta, e infine si interrompe, alla fine del ventesimo secolo. Con il collasso dell’Unione Sovietica anche le socialdemocrazie entrano in crisi. Da un lato, sembrano aver realizzato i propri scopi, dall’altro, hanno progressivamente perso i propri riferimenti sociali. Gli anni dal 1989 al 2009, scrive Judt, sono “consumati dalle locuste” che segnano l’ascesa di un nuovo senso comune. L’individualismo prende il sopravvento sull’eguaglianza. Si afferma l’idea che il perseguimento del proprio interesse materiale sia una virtù, l’unica a dare un senso di direzione collettiva a persone che conoscono il prezzo di ogni cosa, ma ne ignorano il valore. Ecco perché “la ricchezza si accumula, e gli uomini vanno in rovina”.

 

Come ben sanno i lettori dei suoi libri e degli interventi che scrive per la New York Review of Books, Judt può essere eloquente e suggestivo. Tuttavia, questo non è un libro che fa leva solo sull’indignazione che molti provano per lo stato presente dei nostri costumi. Tutt’altro. Grazie alla sua straordinaria competenza di storico della contemporaneità, Judt mette insieme dati economici e idee politiche, trasformazioni sociali e della cultura, in un quadro affascinante e pieno di spunti di riflessione. Riprendendo la tesi di Richard Wilkinson e Kate Pickett – gli autori di The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better, London, Allen Lane 2009 – egli sostiene che «l’ineguaglianza è corrosiva. Fa marcire la società dall’interno. L’impatto delle differenze materiali ci mette un po’ per mostrarsi: ma col passare del tempo la competizione per lo status e per i beni cresce; le persone sentono un crescente senso di superiorità (o di inferiorità) per via dei propri averi; i pregiudizi nei confronti di chi occupa i gradi più bassi della scala sociale diventano più radicati; il crimine si diffonde e le patologie che dipendono dallo svantaggio sociale diventano più marcate. L’eredità della ricchezza senza regole è davvero amara».

 

Oltretutto, la situazione in cui ci troviamo dipende in larga misura da una distorsione concettuale, frutto dell’illusione che sia possibile edificare una scienza economica priva di presupposti morali. Come in altri libri usciti negli ultimi mesi, anche in questo c’è una rivalutazione del pensiero di John Maynard Keynes, che viene contrapposto ai difensori delle capacità di autoregolazione dei mercati. Per Judt, gli ultimi venti anni mostrano che non è affatto vero che, lasciato completamente libero, il capitalismo genera sempre maggiore ricchezza, che andrà a vantaggio di tutti. Al contrario, anche se la percezione della diseguaglianza è in molti casi diminuita, ciò non vuol dire che in termini reali le persone siano oggi più vicine di quanto lo fossero negli anni settanta, al culmine della grande stagione delle socialdemocrazie e del riformismo liberale. Non c’è dubbio che i liberali di sinistra che in questi anni hanno sostenuto che è possibile coniugare la libertà e l’eguaglianza devono una risposta a quei critici, come Judt, che li accusano di aver commesso un grave errore.

 

La crisi economica ha reso nuovamente palese la straordinaria diseguaglianza che c’è nelle società occidentali. Per questo Judt propone per la sinistra un ritorno alla socialdemocrazia, ma nello spirito di una “socialdemocracy of fear” (l’espressione è ispirata da quella impiegata da Judith Shklar per caratterizzare la prima fase del liberalismo europeo). Una socialdemocrazia consapevole di muoversi in un mondo ostile, che deve recuperare il terreno perduto mettendo in primo piano l’esigenza di restaurare la stabilità e la sicurezza per le generazioni future in una società che altrimenti sarebbe destinata a un conflitto sociale crescente. Una proposta su cui vale la pena di riflettere, anche alla luce di quel che è successo nelle ultime elezioni.

 

Pubblicato su Il Riformista il 4 aprile 2010


12 febbraio 2010

Su Michele Salvati

Capitalismo, mercato e democrazia

Michele Salvati ha raccolto in Capitalismo, mercato e democrazia (Il Mulino, Bologna 2009) alcuni suoi scritti che nascono in buona parte come “note di lettura” di libri pubblicati negli ultimi anni – di carattere eterogeneo, si va dalla storia delle idee politiche alla filosofia, passando attraverso contributi di economisti e altri scienziati sociali – ma accomunati dalla rilevanza che essi hanno per un nodo tematico centrale della teoria della democrazia. La questione è quella del rapporto tra democrazia, proprietà e mercato, che Salvati presenta nel lungo saggio introduttivo richiamando alcuni assunti largamente condivisi nella letteratura su questi temi, anche se niente affatto scontati per la cultura di sinistra da cui egli proviene. In estrema sintesi essi si possono riassumere in questo modo: non ci può essere democrazia senza proprietà e mercato. Proprietà più mercato vuol dire capitalismo. Ma il capitalismo contrasta con la democrazia. Buona parte del libro di Salvati consiste nel tentativo di chiarire il senso di ciascuna di queste affermazioni. Sforzandosi di delimitarne in modo rigoroso la portata e di valutarne le conseguenze.

 

Per quel che riguarda il primo punto, le conclusioni cui arriva Salvati sono in armonia con tesi classiche della filosofia politica, riprese da diversi autori contemporanei. La democrazia liberale, che comprende sia procedure di decisione collettiva basate sull’eguaglianza dei cittadini sia garanzie istituzionali e giuridiche a tutela della loro libertà, affonda le proprie radici in un “sostrato economico e sociale” che è in larga misura generato da un sistema di mercati. Ciò dipende dal fatto – perché di questo si tratta – che il mercato è un meccanismo di allocazione delle risorse, e quindi di facilitazione della produzione della ricchezza, di straordinaria efficacia. La sua capacità di risolvere problemi di coordinamento in circostanze in cui – come sosteneva David Hume – gli esseri umani non possono fare a meno di cooperare, ma nemmeno di competere, esercita una pressione sull’organizzazione della vita comune cui è difficile, e forse impossibile, resistere.

 

Questa è una spiegazione del successo del mercato, ma non ci dice ancora perché ci sarebbe un nesso tra mercato e democrazia. Per rispondere a questa domanda, c’è bisogno di un altro passaggio, che ci porta a considerare la necessità della proprietà privata per garantire la sicurezza e l’indipendenza delle persone in un mondo di interessi potenzialmente in conflitto. La giustificazione della proprietà proposta dai classici del diritto naturale moderno emerge a questo punto con tutta la sua forza. La protezione di uno spazio sovrano della persona, che comporta inevitabilmente il diritto di disporre in esclusiva di cose, è indispensabile per partecipare alla vita pubblica su una base di parità. Altri diritti non sarebbero sufficienti senza le immunità che difendono questo spazio dalle intrusioni altrui. Si badi bene, questa non è soltanto una tesi sostenuta dai classici. Diversi autori contemporanei – da H.L.A. Hart a John Rawls – considerano la proprietà uno degli elementi di quello che possiamo a buona ragione considerare una sorta di “diritto naturale minimo”. Le osservazioni di Salvati integrano le riflessioni di questi filosofi, mostrando che nel campo delle scienze sociali la tesi nella necessità della proprietà – ovviamente stiamo parlando di una necessità condizionale, date certe caratteristiche degli esseri umani e del mondo in cui essi vivono – trova ampio conforto sulla base dell’evidenza dei fatti. Dati i mercati e la proprietà privata, questo è l’ultimo passaggio per esplicitare le assunzioni da cui muove la riflessione di Salvati, otteniamo il capitalismo.

 

A questo punto, con l’entrata in scena di questo “modo di produzione” – per riprendere una vecchia espressione caduta in desuetudine – che ha un’influenza enorme su come lavoriamo, consumiamo e viviamo, le certezze della filosofia politica moderna sui benefici della proprietà privata, che sono condivise da buona parte dei liberali classici, cominciano a entrare in crisi. Infatti, il capitalismo comporta la possibilità di grande disuguaglianza nella distribuzione dei benefici che nascono dalla cooperazione sociale, in particolare opportunità e risorse. Ovviamente, questo i liberali classici lo sanno bene, e sostanzialmente lo accettano. Ma l’edificio liberale comincia a scricchiolare davvero quando a questa consapevolezza si accompagna la scoperta che il capitalismo non è solo un modo di organizzare in maniera efficace la produzione, esso genera anche una diversa distribuzione del potere all’interno della società, che entra in conflitto con alcuni presupposti della democrazia liberale. Chi ha risorse può influenzare la formazione delle scelte collettive in modi che sono al tempo stesso effettivi e difficili da tenere sotto controllo. Le opzioni a disposizione variano dalle più sofisticate alle più rozze, ma la sostanza non cambia. La conclusione a questo punto appare irresistibile: senza capitalismo probabilmente non c’è democrazia liberale, ma il capitalismo ha una tendenza irresistibile a mangiarsi buona parte del liberalismo delle democrazie.

 

Ciò che rimane non è senza importanza – una garanzia nominale è meglio di nessuna garanzia – ma è comunque inferiore alle aspettative coltivate da chi prende sul serio l’idea di democrazia come forma di governo in cui si realizza l’eguale libertà. Oltretutto, chi crede in questo ideale deve fare i conti con la presa che ha il clima d’opinione che Salvati chiama “neoliberale”. Più che una posizione teorica, si tratta a mio parere di un’ideologia, che presenta il panorama delle democrazie attuali – con i livelli di disuguaglianza che conosciamo – come l’unico orizzonte nel quale possiamo sperare di muoverci. Le pagine in cui Salvati critica le pretese dei neoliberali sono tra le più interessanti del libro, anche perché sono quelle in cui più forte è la distanza tra la sua prospettiva di “political economist” intellettualmente sofisticato e il riduzionismo di altri cultori della “scienza triste” che accettano anch’essi la sfida di scrivere per un pubblico non accademico.

 

Le riflessioni di Salvati sul nodo teorico – cui corrispondono problemi politici concreti – che è al centro di questo libro sono nel segno di un cauto ottimismo per quel che riguarda la possibilità di migliorare la qualità delle democrazie liberali. Da questo punto di vista, la sua posizione di liberale “per disperazione” è complementare rispetto a quella del principale filone del liberalismo egualitario contemporaneo, ispirato dalla teoria della giustizia come equità (fairness) di John Rawls. A differenza dei filosofi, tuttavia, Salvati non si muove soltanto sul piano dei principi, ma si assume l’onere di entrare nel merito di alcune riforme che potrebbero tenere sotto controllo la tendenza del capitalismo a erodere i presupposti dell’eguale libertà, peggiorando in tal modo la democrazia. Si tratta di indicazioni schematiche – Salvati annuncia che ha intenzione di scrivere un altro lavoro più approfondito sullo stesso tema – ma non per questo meno significative. Esse toccano infatti buona parte dei punti dolenti della politica e dell’economia in paesi come il nostro, dalla struttura del mercato del lavoro al Welfare, dal finanziamento della politica alla regolamentazione dei mercati. Se non un agenda, c’è l’indice ragionato di un agenda per i riformisti.

 

Pubblicato su Il Riformista il 12 febbraio 2010


7 febbraio 2010

Gli europei e la guerra

The Monopoly of Violence

«Le grandi potenze del nostro tempo sono come viaggiatori che non si conoscono tra loro e si trovano per caso nella stessa carrozza. Si osservano l’un l’altro e, quando uno mette la mano in tasca, i vicini preparano il proprio revolver per essere pronti a sparare il primo colpo». Questa era, secondo il cancelliere tedesco Otto von Bismarck, la situazione degli europei alla fine del diciannovesimo secolo. Una visione per niente rassicurante, ma non priva di realismo. Poco più di trent’anni dopo la conversazione in cui l’uomo politico tedesco espose a un diplomatico russo la sua idea dei rapporti tra gli europei, le nazioni del continente erano in guerra. Un conflitto preparato da interessi economici e strategici in contrasto, ma reso a un certo punto inevitabile dalla diffidenza reciproca.

Oggi pensiamo poco a quella guerra. La miopia della nostra cultura le impedisce di vedere oltre il fascismo. Eppure è proprio dalla “grande guerra europea” che distrusse definitivamente le illusioni di chi aveva creduto nel “concerto tra le nazioni” che si mette in moto la catena di eventi di cui il fascismo non è che un anello. La fine di tre imperi, la decimazione di una generazione, lo sfinimento economico e morale dei vinti come dei vincitori. Tutto questo pone le premesse di un’instabilità politica da cui l’Europa esce con la caduta del muro di Berlino.

La frase di Bismarck è il punto di partenza di un libro di James Sheehan, uno storico dell’università di Stanford, che si intitola The Monopoly of Violence. Why Europeans Hate Going to War (Faber and Faber, Londra 2007). Si tratta di un lavoro di grande interesse, che illustra la capacità della storia di entrare nel vivo del presente, gettando luce negli angoli oscuri, costringendoci a guardare ciò che non avevamo alcuna voglia di vedere. Sheehan ricostruisce la genesi di uno straordinario cambiamento culturale avvenuto dopo il 1945. Gli stessi popoli che per decenni avevano tenuto il dito sul grilletto, e che poi hanno combattuto due guerre devastanti nel giro di trenta anni, si impegnano nella costruzione di un nuovo ordine continentale, promosso da comuni interessi economici. Un progetto che muove i primi passi nel segno di esigenze industriali e di commercio, ma che finisce per aprire la strada a disegni politici di unificazione sempre più ambiziosi.

L’Unione Europea, per Sheehan, si fonda essenzialmente sull’impegno largamente diffuso tra gli europei di lasciarsi definitivamente alle spalle gli antagonismi distruttivi del passato, di uscire dallo “stato di natura” descritto da Bismarck. In questo senso, la costruzione dell’Europa unita è stata fino ad ora un successo straordinario. Che ci ha dato, come si usa dire, il più lungo periodo di pace che il continente abbia mai conosciuto. Lasciando da parte le statistiche, c’è un aspetto di questo processo che probabilmente non era prevedibile del tutto nel 1945, e ha mutato radicalmente il modo in cui la maggioranza degli abitanti dei paesi che aderiscono all’Unione vede la politica internazionale. Gli europei hanno progressivamente rimosso la guerra dal proprio orizzonte intellettuale. Rifiutano di ammettere che sia mai necessaria o giusta. Respingono anche solo l’idea di doverne combattere una nel futuro. Un cambiamento straordinario per un continente che per buona parte della sua lunga storia non solo ha fatto decine di guerre, ma ha “pensato la guerra”. Ne ha fatto la chiave di lettura del mondo, uno strumento indispensabile della politica.

Sheehan impiega l’espressione “Civilian State” (lo Stato dei civili) – introdotta dallo scienziato della politica Harold Lasswell – per caratterizzare la peculiare natura politica dell’Unione Europea e la cultura che la alimenta. Ispirata dal desiderio di distinguersi dai “Garrison State” (gli Stati guarnigione) del proprio passato recente, la nuova comunità politica degli europei cresce con un’inedita concezione della cittadinanza basata su «diritti e privilegi, non obbligazioni e impegni». Priva di un’identità nazionale, essa non tenta neppure di forgiarla. Le abitudini, i rituali, le istituzioni che tradizionalmente avevano anche lo scopo di rinforzare la lealtà dei cittadini in parte sopravvivono, ma non trovano una propria collocazione nel nuovo discorso pubblico. L’esempio più emblematico di questo cambiamento, su cui Sheehan si sofferma a lungo nel libro, è proprio l’esercito. Un tempo manifestazione primaria dell’unità della nazione, destinatario di attenzione per i governanti e motivo di orgoglio per i governati, oggi esso appare a molti europei qualcosa di cui si può fare a meno, o che andrebbe ridotto al minimo. Nonostante lo straordinario benessere economico – sostiene Sheehan – l’Europa non è diventata e non diventerà una superpotenza.

A una settimana dalla deposizione di Tony Blair davanti alla commissione di inchiesta sulla guerra in Iraq – e mentre da più parti si segnala l’incapacità delle istituzioni europee di esprimere una politica comune quando sono in gioco gli interessi nazionali, come sta avvenendo in questi giorni, a fronte della tensione innescata dalle notizie sul deficit di alcuni paesi membri – la lettura del libro di Sheehan offre qualche spunto di riflessione. Viene da chiedersi se è concepibile un’entità politica che pretende di aver bisogno «solo di consumatori e produttori, che riconoscono che la comunità serve i loro interessi e ne promuove il benessere». In un mondo che, fuori dai confini dell’Unione, non è molto diverso da quello che aveva in mente Bismarck parlando degli stranieri che si trovano sulla stessa carrozza, la forma di società politica immaginata dai fautori del Civilian State europeo potrebbe rivelarsi un’illusione.

Pubblicato su Il Riformista il 7 febbraio 2010


7 novembre 2009

Fini e il futuro della libertà

Devo confessare che provo simpatia per Gianfranco Fini. Si tratta di un sentimento che non ha a che fare con la politica in senso stretto. Non ho mai votato per il Movimento Sociale, e nemmeno per Alleanza Nazionale. Credo che la mia disposizione nei confronti di Fini sia nata all’inizio degli anni novanta. A quei tempi tra le mie conoscenze c’erano diverse persone che militavano nel Fronte della Gioventù o frequentavano i gruppi della “Nuova Destra”. Ricordo che tra questi ragazzi ce ne furono molti che salutarono con entusiasmo l’elezione a segretario del Movimento Sociale di Pino Rauti, che questi giovani di destra consideravano non solo un grande leader politico, ma anche un intellettuale di statura europea, se non mondiale. Del povero Gianfranco Fini dicevano per lo più male: scialbo, privo di personalità, più vecchio dei suoi anni, un figlioccio di Almirante che non ha lo spessore politico di Rauti.

Credo sia stato allora che ho sentito per la prima volta la storia dei berretti verdi, che questi giovani militanti raccontavano a prova ulteriore del discutibile profilo politico del loro ex segretario. Mi dicevano che Fini aveva aderito alla “Giovane Italia” alla fine degli anni sessanta per reazione, perché un gruppo di estremisti di sinistra della sua città natale gli aveva impedito di entrare a vedere quello che forse è il peggior film di John Wayne, Green Berets. Lo stesso Fini ha raccontato questo episodio in un intervista molti anni dopo: «Non avevo precise opinioni politiche. Mi piaceva John Wayne, tutto qui». Tutto qui? Beh, non era mica poco. A quei ragazzi di destra non piaceva affatto John Wayne. Come non piacevano gli Stati Uniti e il Regno Unito (al massimo dichiaravano simpatia per gli irlandesi, ma di solito senza parlarne la lingua). Rifiutavano l’Occidente “decadente” e ne disprezzavano il liberalismo. Per loro il libero mercato era una cosa disgustosa, e Ezra Pound un pensatore economico molto più grande di Adam Smith o di Keynes.

Anche a me piaceva John Wayne, e forse proprio per questo non riuscivo a sentirmi del tutto a casa mia nel Partito Comunista, per il quale avevo votato appena acquisito il diritto di farlo. Lo avevo fatto da liberale di sinistra che aveva una certa fiducia nell’evoluzione di quel partito e che si fidava delle sue credenziali riformiste. Da qui la simpatia per quel quarantenne – perché tale era Fini all’inizio degli anni novanta – che si era avvicinato alla politica per via del Ringo di Stagecoach e non di Julius Evola. Questa confessione iniziale spiega la curiosità che avevo per il nuovo libro di Gianfranco Fini, e la parziale delusione che ho provato leggendolo.

Partiamo dalla curiosità. Ormai da qualche anno Fini sta cercando di darsi un nuovo profilo politico. Dopo aver traghettato il Movimento Sociale fuori dalla palude in cui lo confinava la rivendicazione di continuità con il fascismo, per approdare a una destra democratica omogenea con quelle che ci sono in altri paesi europei, l’attuale presidente della Camera ha cominciato a lavorare a un progetto di medio periodo. Lo stesso titolo di questo libro ne è forse un segnale: Il futuro della libertà. Che probabilmente vuol dire anche il futuro del Popolo della Libertà finalmente senza l’ipoteca di Berlusconi, della sua personalità straripante e del suo conflitto di interessi dilagante. Un partito che a questo punto sarà costretto a fare a meno del carisma del fondatore, della sua capacità senza pari di mobilitare persone e risorse per i propri scopi, e che quindi avrà bisogno di una leadership politica di tipo più tradizionale. Che ha anche una piattaforma ideale e un progetto di lungo periodo per il paese. Da questo punto di vista, ho trovato diverse cose in questo libro che sono degne di nota, alcune che sono condivisibili, molte di cui vale la pena di discutere.

C’è una chiara scelta di campo per una destra liberale di tipo classico, che difende la libertà negativa come premessa indispensabile di quella che l’autore, riprendendo un’espressione di Ralf Dahrendorf, chiama la “libertà attiva”. Una libertà che richiede l’autocontrollo e la disciplina necessarie per sviluppare al meglio le proprie capacità e per cogliere le opportunità che il mondo ci mette a disposizione. Le riflessioni sul sessantotto e quelle sul consumo di droghe fanno capire che per Fini il futuro della libertà non sta nella licenza. In linea generale – il libro è scritto come una lettera ai ragazzi nati nel 1989, per cui lo stile e l’approfondimento dei temi sono quelli adatti all’interlocutore medio cui si rivolge – è l’insistere sulla libertà positiva che caratterizza più spiccatamente la proposta ideale dell’autore, e che ne segna anche la differenza rispetto alle prospettive di una destra libertaria o individualista.

A tal proposito, sarebbe stato interessante se l’autore avesse speso qualche parola in più su quelle che evidentemente considera distorsioni della libertà negativa. In un libro che si rivolge ai ventenni, e che non disdegna riflessioni morali oltre che politiche, è curioso che non si parli di sesso. Eppure una delle manifestazioni più evidenti dei guasti che la libertà intesa come licenza può produrre, e sta producendo, nella nostra società, ha proprio a che fare con il modo di intendere il sesso. A questo proposito le riflessioni di Roger Scruton, un filosofo conservatore che Fini mostra in questo libro di apprezzare, avrebbero offerto spunti significativi. Tra l’altro, su questo terreno, una persona che implicitamente si candida alla leadership della destra post-Berlusconi avrebbe modo di approfondire un confronto con i cattolici e con la Chiesa. Un mondo che in questo momento guarda a Fini con diffidenza per via della sua adesione convinta – in questo libro riaffermata con forza – a una concezione non confessionale della politica e del governo.

Rimane una delusione. L’autore di questo libro parla di politica e delle proprie idee, ma non dice quasi nulla del percorso politico e intellettuale che – passando per Giorgio Almirante – lo ha portato da John Wayne a John Stuart Mill. Peccato. Sarebbe stato interessante capire quali esperienze, quali letture, quali riflessioni hanno innescato la trasformazione del capo di un partito post-fascista in un conservatore liberale che aspira a un futuro di libertà.

Pubblicato su Il Riformista il 7 novembre 2009

Qui trovate un mio pezzo precedente su Fini


23 agosto 2009

The Idea of Justice



Si dice spesso che viviamo nell’epoca della globalizzazione. Se c’è uno studioso che incarna in maniera esemplare questa caratteristica del tempo in cui viviamo è Amartya Sen. Nato in India, a Santiniketan, in una famiglia di grandi tradizioni intellettuali, Sen si è imposto come uno degli economisti più influenti della seconda metà del ventesimo secolo. Ispirandosi ai pionieri del pensiero economico moderno – e in particolare ad Adam Smith – egli ha sempre difeso l’idea che lo studio dell’economia non si esaurisce nella costruzione di modelli matematici del comportamento razionale di agenti disincarnati, che ben poca somiglianza hanno con esseri umani in carne e ossa. Per Sen, i teoremi degli economisti devono tener conto del mondo reale, non importa quanto esso risulti recalcitrante alla semplificazione necessaria per la formalizzazione.

Un rapido sguardo alle tappe principali della sua biografia rivela una carriera eccezionale, che lo ha portato a insegnare in alcune delle più prestigiose università del mondo, culminata con l’assegnazione del premio Nobel per l’economia nel 1998. Sen si è distinto per aver cercato di coniugare il rigore dell’analisi, espressa nelle forme del simbolismo matematico, con una profonda sensibilità alle dimensioni etiche e politiche della disciplina. Negli ultimi anni, questo aspetto del suo lavoro è diventato prevalente, al punto che il suo nome è divenuto familiare al grande pubblico come quello di uno dei più autorevoli e interessanti pensatori politici e morali del mondo contemporaneo, un autore i cui contributi al dibattito sulla giustizia non hanno nulla da invidiare in originalità e profondità a quelli di John Rawls o di Robert Nozick.

Tuttavia, a differenza di questi due suoi colleghi statunitensi, fino a oggi Sen non aveva ancora proposto la propria “teoria della giustizia”. Tutti i suoi interventi su questo tema, alcuni dei quali sono già considerati classici, sono brillanti critiche o confutazioni delle idee di altri autori o proposte schematiche del modo migliore di affrontare alcuni aspetti specifici del problema, come quello della natura dei concetti di libertà e di eguaglianza e dei loro rapporti. Per questo, la notizia che nei giorni scorsi Sen ha finalmente dato alle stampe la sua teoria della giustizia è un evento. Una novità attesa da tempo sia dalla comunità internazionale degli studiosi di filosofia politica e morale, sia da quanti credono ancora che la prospettiva di una società giusta non sia affatto stata consegnata al cimitero delle utopie non realizzate dal fallimento del socialismo. The Idea of Justice, questo è il titolo del nuovo libro di Sen, pubblicato dalla Penguin (Londra, 2009, £25.00) è un’opera impressionante, e non solo per le dimensioni che raggiungono quasi le cinquecento pagine. Tirando le fila di decenni di riflessione, Sen è riuscito a mettere insieme e a far interagire in modo fertile il meglio del pensiero politico e economico occidentale con alcune delle testimonianze più vitali e significative della filosofia indiana, il tutto presentato in una forma accessibile ai non addetti ai lavori, anche grazie alla ricchezza e alla vivacità degli esempi che ne illustrano gli argomenti. Non è difficile prevedere che questo è un libro di cui si parlerà a lungo, e che è destinato a entrare con A Theory of Justice di Rawls e Anarchy, State and Utopia di Nozick nella lista delle letture obbligate per chiunque abbia intenzione di prendere sul serio l’idea di giustizia e le sue implicazioni.

La caratteristica principale della teoria della giustizia di Sen – che la distingue da quella di Rawls e quindi dall’orientamento predominante nel dibattito contemporaneo – consiste nel metodo che egli adotta. Invece di partire dalle caratteristiche ideali che dovrebbe avere una società giusta, Sen muove dai giudizi comparativi di giustizia che ciascuno di noi formula normalmente nella vita quotidiana quando esprime un giudizio su un’azione o su un’istituzione. Si tratta di quelle situazioni in cui, per esempio, si dice che un modo di comportarsi o una regola sono ingiuste. La tesi di Sen, che egli difende in una delle parti più stimolanti del libro, è che – contrariamente a quel che sostiene Rawls, e con lui molti dei filosofi politici contemporanei – un resoconto teorico completo della giustizia non è né sufficiente, né necessario, per formulare giudizi di questo tipo. Quello che Sen chiama l’approccio “trascendentale” al problema della giustizia è una falsa partenza, che corre il rischio di relegare questo concetto all’irrilevanza politica. Piuttosto che inseguire la chimera di una completa teoria che ci consenta di decidere in ogni caso quale assetto sociale è quello giusto, Sen ritiene che si debba ricostruire le diverse dimensioni dei nostri giudizi su ciò che è giusto, partendo non dall’ideale ma piuttosto dal concreto, e in particolare dall’ingiustizia. In tal modo, Sen si riconnette a una tradizione alternativa – rispetto a quella contrattualista cui si ispira Rawls – che vede in Smith, Marx e John Stuart Mill alcuni dei suoi esponenti più significativi. Ciò che conta, quindi, non è semplicemente l’assetto giusto delle istituzioni sociali, ma l’esito complessivo che esse hanno per la vita delle persone. Nel proporre questo aspetto della propria teoria, Sen riprende e elabora in maniera sistematica le proprie idee sul “capabilities approach” che egli ha sviluppato – insieme alla filosofa Martha Nussbaum – in una serie di lavori pubblicati a partire dagli anni ottanta. L’idea di fondo di questo modo di affrontare il problema della giustizia è che per valutare lo stato di una società si debba considerare il modo in cui esso influisce sulle “capacità” delle persone di realizzare il proprio potenziale umano.

Con la pubblicazione di The Idea of Justice si può dire che il panorama della filosofia politica contemporanea si arricchisce di un nuovo modello sia sul piano del metodo sia su quello delle proposte politiche. Un approccio che, e questo è il merito maggiore del libro di Sen, cerca di rispondere direttamente all’accusa di irrilevanza che spesso è stata rivolta alla filosofia politica normativa come la concepiva Rawls affrontando aspetti dell’ingiustizia che essa lasciava sullo sfondo. Non a caso, uno spazio molto importante è dedicato da Sen alla questione della povertà e del sottosviluppo, uno dei temi su cui si è sempre concentrata anche la sua riflessione come economista, viste nella loro prospettiva internazionale. Di grande interesse sono a questo riguardo i capitoli in cui l’autore affronta il rapporto tra giustizia e democrazia e la giustizia internazionale. Anche in questo caso il confronto, e il dissenso, con Rawls è significativo.

Insomma The Idea of Justice è un libro che entra nel vivo delle questioni più scottanti del tempo in cui viviamo e ne parla con voce autorevole e pacata rivolgendosi in primo luogo a chi ha a cuore le prospettive di una sinistra riformista e liberale. Forse queste qualità non saranno sufficienti ad assicurargli lo stesso spazio del nuovo romanzo di Walter Veltroni nel dibattito precongressuale del PD, ma c’è da sperare che non passi del tutto inosservato.

Pubblicato su Il Riformista il 23 agosto 2009

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