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il blog di Mario Ricciardi


diario


27 settembre 2011

Valutare la ricerca?

L’università italiana cambia. Una serie di interventi legislativi ha ridisegnato l’organizzazione interna dell’università pubblica, mutandone profondamente la governance. Sono state modificate anche le procedure per il reclutamento dei docenti e dei ricercatori. Inoltre, un sistema di valutazione dovrebbe presto entrare in funzione a pieno regime, introducendo novità significative, che avranno conseguenze per il reclutamento, le progressioni di carriera e il finanziamento degli atenei. Si tratta di provvedimenti che riprendono in parte spunti emersi in decenni di dibattito sui difetti dell’università pubblica italiana. Il modo in cui tali interventi sono stati concepiti e portati avanti dall’attuale governo non ne inficia taluni aspetti positivi: occorre infatti ripristinare la capacità di tener fede alla propria missione istituzionale da parte degli atenei del paese, così come l’immagine dell’Università italiana all’interno del paese stesso. Tuttavia, un giudizio sulle buone intenzioni del cuoco non garantisce affatto che tutte le pietanze che prepara siano ugualmente ben riuscite. Ce ne saranno di buone e di meno buone, e non si può escludere che qualcuna si riveli, con il tempo, nociva per la salute di chi se ne ciba. Non c’è dubbio che il progredire della ricerca costituisca un fattore fondamentale per la crescita del paese e più in generale per il suo sviluppo sociale e culturale. La corretta allocazione delle risorse e l’eliminazione di sacche di inefficienza attraverso corrette procedure di valutazione sono dunque esiti auspicabili di un processo di riforma; sarebbe perciò opportuno che la comunità accademica vi partecipasse attivamente con proposte e suggerimenti propri, onde evitare che – secondo un costume tipico del nostro paese – vengano tardivamente importate metodologie di valutazione dall’estero, proprio quando, là dove esse sono state applicate, se ne auspica la revisione. Ad esempio, i sistemi di valutazione della ricerca introdotti nel Regno Unito sono stati sottoposti a critiche severe perché – come ha sostenuto di recente il filosofo della scienza Donald Gillies – essi potrebbero impoverire la produzione scientifica, favorendo principalmente la ricerca mainstream, scoraggiando di conseguenza l’innovazione intellettuale e il progresso scientifico. Vi è poi il problema di escogitare strumenti di valutazione che possano applicarsi anche a quegli ambiti disciplinari che per loro natura mal si prestano a essere esaminati solo sotto il profilo quantitativo.

La ragione per cui poniamo questo problema è che nell’università lavoriamo, e vorremmo continuare a fare il nostro lavoro nel modo migliore a lungo. Infatti, contrariamente a quel che certe campagne di stampa vorrebbero far credere, l’università italiana non è fatta solo di “precari” e “baroni”. Ci sono migliaia di ricercatori e professori nella fascia d’età tra i trentacinque e i cinquanta anni. Preparati, spesso con esperienze di ricerca all’estero, e con pubblicazioni internazionali. Persone che hanno investito e vogliono continuare a investire tempo e passione nell’università di questo paese, le cui voci fino ad ora hanno trovato ben poco accoglienza da parte degli organi di stampa, faticando a raggiungere l’opinione pubblica.

Per questo abbiamo ritenuto utile promuovere un incontro che si terrà all’università di Milano (il 30 settembre, aula 420 di via Festa del Perdono, ore 11.00) per discutere delle pietanze che stanno per esserci servite, cominciando dalla valutazione della ricerca individuale e dall’impatto che essa avrà sul reclutamento e sulla carriera di docenti e ricercatori. Invitiamo chi è interessato a partecipare e, se ritiene, a portare il proprio contributo di idee per aiutarci a capire se ci sono aspetti del sistema di valutazione che si prospetta che potrebbero essere migliorati.


13 febbraio 2011

Oggi alla manifestazione


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19 settembre 2010

A che serve un partito?

Su Petruccioli

La relazione tenuta ieri da Claudio Petruccioli – nel corso della dodicesima assemblea annuale di Libertà Eguale che si sta svolgendo, come di consueto, a Orvieto – ruotava essenzialmente intorno a due questioni. La prima riguarda la natura stessa della democrazia, e le sue possibilità di sopravvivenza in società che appaiono sempre più dominate da una concezione “meccanica” del governo, che affievolisce fin quasi a estinguere gli spazi della politica. La seconda, riguarda le forme della partecipazione, e i limiti di un modo di concepire i partiti che sottovaluta l’importanza dell’organizzazione per farsi prendere dalla suggestione di nuove aggregazioni dai contorni sfumati, come il “nuovo Ulivo” di cui si parla sempre più insistentemente da alcuni giorni. Apparentemente si tratta di due temi collegati solo in modo estrinseco, accidentale. Da un lato c’è un problema classico della filosofia politica, quello della natura della democrazia, rivisitato alla luce delle trasformazioni cui stanno andando incontro le nostre società negli ultimi anni. Dall’altro, uno contingente, di strategia. Che indubbiamente appare più urgente mano a mano che l’attuale maggioranza di Governo si sfarina, rivelando l’incapacità del suo capo di tenerla insieme attraverso una visione comune, senza ricorrere di volta in volta al bastone o alla carota per intimorire i dissidenti e allettare gli scontenti. Ma che rimane tuttavia questione pratica piuttosto che teorica.

 

Invece, per chi vuole andare oltre le apparenze, le riflessioni di Petruccioli hanno suggerito una prospettiva che tiene insieme i due profili e ne mostra una possibile connessione profonda, su cui vale la pena di interrogarsi. Se si interpreta la democrazia in modo non puramente formale e procedurale, il legame tra questo ideale di deliberazione collettiva e i modi della partecipazione politica è dato dalla stabilità dei partiti – dalla loro “padronanza di sé” come dice Petruccioli – che può essere garantita soltanto da una certa continuità nell’organizzazione. L’idea del partito aperto, fluido, “contendibile”, che negli ultimi tempi ha avuto molti seguaci nel centrosinistra, si rivela una pessima illusione. Una fantasia che non ha nulla a che fare con il dibattito aperto e vivace tra le diverse posizioni che possono emergere all’interno di un partito, confrontandosi in vista della messa a punto di una linea politica condivisa. Se non c’è la padronanza di sé che solo un certo livello di organizzazione interna riesce a generare e a sostenere, ciò che rimane è ben poco. Ascoltando Petruccioli viene in mente che non c’è una distanza abissale tra il partito “contendibile”, aperto alle scalate, che secondo alcuni sarebbe diventato o dovrebbe diventare il PD, e il partito azienda, quello che ha un proprietario invece che un leader. A pensarci bene, infatti, entrambi sono figli dello stesso sentimento di ostilità verso la partecipazione politica intesa in modo tradizionale.

 

Del resto, non può essere un caso che nel nostro paese i due fenomeni si manifestano entrambi quando i partiti come li avevamo conosciuti per più o meno un secolo collassano e si estinguono in seguito alla crisi innescata dalle inchieste sulla corruzione degli anni novanta. L’enfasi di Petruccioli sull’organizzazione – che vuol dire, tra le altre cose, articolazione interna dei ruoli, capacità di riconoscere e rispettare i compiti, disponibilità a lasciar emergere la volontà collettiva come è stata elaborata nei luoghi che hanno tale compito – non è figlia della nostalgia per i bei tempi andati (che, per altro, sarebbe del tutto legittima, considerando quanto sono brutti quelli presenti). Infatti, essa si lega a una concezione esigente della democrazia che la interpreta come un modo di essere in relazione con gli altri piuttosto che come un modo di prendere le decisioni. Una rilettura, si potrebbe dire riprendendo l’espressione di John Dunn, del “mito degli eguali” che la sottragga al triste destino che le riserva l’essere diventata la forma politica che ha mantenuto per tre secoli “l’ordine dell’egoismo”. Una visione suggestiva, anche per un liberale come me. Rimane da chiedersi se c’è qualche speranza che diventi qualcosa di più di una visione. La tendenza a sostituire il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose – come avrebbe detto Isaiah Berlin, che ne aveva orrore, citando Engels – appare irresistibile. Forse la politica democratica come l’abbiamo pensata sulla scia dei classici è davvero giunta in prossimità del capolinea, e ciò che stiamo vedendo in questi anni nel nostro paese è solo la manifestazione locale di un fenomeno globale.

 

Pubblicato su Il Riformista il 19 settembre 2010


12 settembre 2010

Una generazione senza futuro

L'aggressione a Bonanni

Con i petardi non ho dimestichezza. Una cosa, però, sull’aggressione subìta a Torino dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni, mi sento di dirla. Ciò che è accaduto alla festa dell’Unità è un segnale preoccupante della possibilità che tra le pieghe di un malcontento un po’ confuso – ma, dobbiamo riconoscerlo, non infondato – per come vanno le cose in questo paese ci sia qualcos’altro: un fenomeno di cui per il momento non riusciamo a valutare le dimensioni, ma che potrebbe rivelarsi pericoloso per la stabilità democratica della nostra repubblica. Un’intera generazione, quella di chi è nato negli anni ottanta del secolo scorso, comincia a rendersi conto che il mondo non è un luogo di infinite e entusiasmanti opportunità per tutti. Tra i ragazzi che frequentano le nostre università comincia a diffondersi la consapevolezza di non avere un futuro. Ma solo un lungo, mortificante, presente. Se quello di Torino era probabilmente solo il gesto di una rivoluzionaria immaginaria, non possiamo escludere che il domani ci riservi altre sorprese.

 

Fare i conti con la realtà di una società che si è abituata a vivere al di sopra dei propri mezzi, e che oggi fatica ad accettare la necessità di misurarsi con una competizione internazionale molto più agguerrita, con concorrenti che non giocano con le stesse regole, sarà duro. Soprattutto per chi è cresciuto pensando che i figli staranno sempre almeno altrettanto bene dei padri, se non meglio. A questa generazione senza prospettive la politica italiana non offre molto. Un po’ di populismo da parte di esponenti del governo cui viene comodo attaccare l’università facendo di tutta l’erba un fascio. Chiacchiere sulla meritocrazia e niente altro. Per chi vuole capirlo, il messaggio è chiaro: “arrangiatevi, perché noi non abbiamo niente da offrirvi”. Da parte dell’opposizione riformista un silenzio imbarazzato. Quasi che ragionare seriamente e con coraggio di scuola, di università e di lavoro fosse di cattivo gusto. Come se fare le primarie fosse l’unica cosa che può dare una speranza al paese. Sia chiaro, non ho alcuna intenzione di sottovalutare l’importanza del modo in cui si decidono le candidature nel PD. Tuttavia, mi chiedo se questo sia davvero “il” problema da affrontare in un momento in cui vengono messe in discussione tutte le certezze che hanno fatto da sfondo al nostro modo di vivere per decenni. Proviamo a fare un esempio, per intenderci. Nei giorni scorsi, Bonanni ha detto più volte che gli sarebbe piaciuto incontrare la ragazza per spiegarle le ragioni delle scelte della Cisl. Per dirle che “senza lavoro non ci sono diritti”. Un’affermazione netta. Coraggiosa. Un atto di responsabilità da parte di chi rivendica con forza la fondatezza di un nuovo modo di concepire le relazioni industriali che potrebbe segnare un vero e proprio cambiamento di paradigma per il lavoro. Possibile che su questo tema il PD non abbia una linea che si possa formulare in modo altrettanto chiaro e sintetico? Ha ragione Bonanni quando afferma che i diritti dei lavoratori devono essere una variabile dipendente dalla disponibilità delle imprese a non trasferire le proprie attività in paesi con un costo del lavoro più basso? Se, come temo, le cose stanno davvero così, c’è un limite oltre il quale non si può andare? Ci sono diritti cui non si può assolutamente rinunciare?

 

Dopo l’aggressione di Torino c’è stato un coro di nostalgici che hanno rievocato i bei tempi delle feste dell’Unità di una volta, con il servizio d’ordine che si occupava di tenere sotto controllo i facinorosi. Forse  non sarebbe fuori luogo avere nostalgia anche del fatto che il PCI su tutte queste cose una linea ce l’aveva. Magari sbagliata, ma ce l’aveva. La rivoluzione non è un ballo di gala. Ma nemmeno le ristrutturazioni dell’economia su scala planetaria sono una passeggiata. Soprattutto tenendo conto di quel che comportano dal punto di vista dell’eguaglianza tra le persone. Affidarsi al carisma visionario di Nichi Vendola può essere una soluzione per recuperare qualche scontento a sinistra, ma dubito che sia più di questo. Abbiamo bisogno di senso della realtà e di capacità di comprendere un mondo che sta cambiando velocemente, non di poesia.

 

Pubblicato su Il Riformista il 12 settembre 2010


15 agosto 2010

Ancora sui "piazzisti della libertà"

Le virtù del politico

Saper scegliere i propri consiglieri è una delle più preziose virtù del politico. Nella stagione del declino poi, quando l’età comincia a far sentire i propri effetti sulle capacità di giudicare persone e cose, circondarsi di collaboratori di spessore può assicurare una vecchiaia tranquilla. Riflettendo sugli affanni di Silvio Berlusconi in questo movimentato ferragosto si ha la sensazione che egli non abbia coltivato questa virtù come avrebbe dovuto. Se la presa che esercita sul suo “popolo” ha indubbiamente i tratti della leadership carismatica essa ne manifesta anche i difetti. Che diventano particolarmente gravi quando il capo non riesce a dare una veste istituzionale al proprio ruolo, promuovendo l’emersione di un nuovo equilibrio costituzionale.

 

Nel caso di Berlusconi questa istituzionalizzazione del carisma non ha avuto luogo. In buona parte perché il diretto interessato non l’ha voluta. Entrato in politica per tutelare i propri interessi privati, egli ha trasportato nella sfera pubblica una concezione privata del ruolo del leader, che si addice a un proprietario piuttosto che a un “politico” nel senso classico del termine. Negli ultimi tempi questo vizio del Berlusconi capopolo si è manifestato nel modo più evidente. Probabilmente proprio in ragione dell’indebolimento del carattere che è un segno premonitore del declino. Non si tratta solo, come in passato, del ruolo – inspiegabile dal punto di vista istituzionale – attribuito al manipolo di vecchi sodali che l’hanno accompagnato nel passaggio dall’imprenditoria alla politica. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni nuove, e senza precedenti nella storia recente del paese. C’è il mondo delle feste e delle “ragazze immagine” di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Soprattutto, c’è la schiera di volti nuovi che – per via di un sistema elettorale indecente – ha fatto il proprio ingresso in parlamento passando attraverso un processo di selezione che sembra tener conto sopratutto della disponibilità a sostenere l’ego del capo rassicurandolo nei momenti difficili. Questa è la novità della terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi. Le persone che ha scelto. La classe dirigente che ci propone come modello, e di cui porta per intero la responsabilità.

 

Rispetto a quando è “sceso in campo” Berlusconi ha perso per strada buona parte delle intelligenze liberali che avevano preso sul serio il suo progetto politico. Chi si ricorda più dei “professori” di Forza Italia? Di quel gruppo di intellettuali che avevano visto nella rottura berlusconiana l’occasione per modernizzare il paese riformandone le istituzioni? Alcuni, come Lucio Colletti, non ci sono più. Altri si sono ritirati a vita privata. Altri ancora, come Antonio Martino, sono ancora impegnati in politica, ma tengono una posizione defilata. L’unico che ha ancora un ruolo di primo piano è Giulio Tremonti, che però si tiene ben lontano dalla corte del premier. L’ultima stagione del berlusconismo ha bisogno evidentemente di talenti diversi. Oggi non è più il tempo delle polemiche ideali sulle patologie della giustizia penale o sulle distorsioni del consociativismo. Ben altre sono le doti intellettuali e morali che si richiedono ai “piazzisti della libertà”.

 

In fondo, anche la vicenda della traumatica rottura con Gianfranco Fini si può leggere alla luce del cambiamento che progressivamente c’è stato tra i dirigenti del berlusconismo. Anche se in questi giorni c’è chi rintraccia i segni premonitori del “tradimento” in questa o quella scelta remota del leader di Alleanza Nazionale, mi pare difficile negare che la crisi attuale sia precipitata a causa del crescente imbarazzo che il Presidente della Camera deve aver provato per le intemperanze che hanno segnato diversi passaggi cruciali di questa legislatura. L’insofferenza che Berlusconi ha sempre manifestato nei confronti delle forme della politica si è trasformata progressivamente nel rifiuto arrogante di qualsiasi mediazione nel dar voce ai propri umori. Invece di moderare questa tendenza, che senza alcun dubbio non si addice a chi ha responsabilità istituzionali, c’è stata una gara da parte di buona parte degli esponenti più in vista della maggioranza nell’assecondarla. L’aggressione verbale sistematica nei confronti di qualunque voce critica, anche quando proveniente da ambienti niente affatto pregiudizialmente ostili al centrodestra, è diventata abituale. Solo grazie al clima generato da questo atteggiamento diffuso si può spiegare il comportamento di chi ha invocato per Fini il “trattamento Boffo” per la sua insubordinazione. In un paese in cui le parole hanno ancora un peso, e le istituzioni una dignità, un’intimidazione così grave rivolta al Presidente della Camera avrebbe suscitato reazioni indignate da parte di chiunque, e non solo dalle opposizioni. Invece nulla. Nessuno tra gli esponenti di spicco del PdL ha preso le distanze dalla dichiarazione di Giorgio Straquadanio, il deputato milanese che ha invocato per Gianfranco Fini la stessa sorte toccata a Dino Boffo. Al contrario, quando la campagna di stampa per distruggere l’immagine del Presidente della Camera è puntualmente iniziata, abbiamo assistito a una gara a chi urlava più forte nel chiederne le dimissioni. Un vociare scomposto e dai toni insolenti, il cui unico scopo sembra essere quello di mostrare al capo che la propria solerzia nel chiedere la testa del traditore non teme rivali.

 

Non si può escludere che la campagna per ridurre al silenzio Gianfranco Fini espellendolo dalla vita pubblica raggiunga il proprio obiettivo. Nonostante il Presidente della Camera per il momento appaia un obiettivo meno indifeso rispetto al povero Boffo, è difficile immaginare che esca indenne dal torrente di maldicenze, insinuazioni e accuse che gli vengono rivolte, anche se si rivelassero infondate.  Che ottenere questo risultato comporti un indebolimento complessivo della credibilità delle istituzioni democratiche del paese non è cosa di cui i “piazzisti della libertà” si diano pensiero. Nemmeno, a quanto sembra, se ne preoccupa il loro leader.

 

Comunque vadano le cose, credo che siano in molti in queste ore, anche nelle file del PdL, a chiedersi chi sarà il prossimo se Fini dovesse cadere. Un ministro? Un giudice della Corte Costituzionale? O qualcuno ancora più in alto? Quanto può reggere una democrazia se l’intimidazione del dissenziente diventa lo strumento principale di coesione della maggioranza parlamentare? Se la piaggeria e la compiacenza nei confronti del capo diventano i requisiti indispensabili per entrare nelle sue grazie e fare carriera? Credo sia arrivato il momento di mettere sul piatto della bilancia di questa terza esperienza di governo di Silvio Berlusconi anche la classe dirigente che ha scelto per il paese. Sono queste le persone cui vogliamo affidare il nostro futuro?

 

 

Un versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su Il Riformista il 15 agosto 2010


8 agosto 2010

La strategia contro Fini

Berlusconi contro tutti?

Mi chiedo se qualcuno dei partecipanti alle allegre serate di Tor Crescenza trova il tempo, tra cori e barzellette, di riflettere sui risultati raggiunti fino a ora dalla campagna per riprendere il controllo del PdL. “Ghe pensi mi” aveva annunciato il capo dei “piazzisti della libertà” all’inizio di luglio, stanco delle insubordinazioni di Fini e dei suoi accoliti. Sembrava l’annuncio di una sagace strategia di riconquista, e si è rivelata invece una fanfaronata con cui il titolare della ditta ha tentato di venir fuori dalle difficoltà generate dalla sua incapacità di tenere insieme una coalizione basata su un progetto politico. Se quella che si riunisce nel maniero dalle parti della via Flaminia fosse la direzione di un partito, e non la corte di un califfato postmoderno, qualcuno a questo punto avrebbe cominciato a manifestare perplessità. Facendo notare che il maldestro tentativo di mettere alla porta il Presidente della Camera non è stata una mossa troppo brillante. A qualche settimana dal roboante proclama la maggioranza si è persa per strada un bel po’ di parlamentari – ben più di quelli che venivano accreditati come “seguaci” di Fini – e questo lascia pensare che dopo le vacanze, alla ripresa dell’attività, il governo avrà le sue difficoltà a tirare avanti.

Ora ci dicono che una nuova, ancor più sofisticata strategia, è stata messa a punto dal presidente chansonnier e dai suoi consiglieri-coristi. Presentare al parlamento una serie di provvedimenti su cui porre la fiducia. Forse cominciando proprio da quel processo breve che – come è noto – è al centro delle preoccupazioni degli italiani. Allo stato attuale non è chiaro se lo scopo di questa nuova iniziativa è rafforzare il governo o accelerarne la caduta, per poi andare alla elezioni lamentando il solito complotto della sinistra, dei “poteri forti”, dei giudici politicizzati e (perché no?) della destra per impedire a Silvio Berlusconi di governare. A giudicare da quel che si legge in questi giorni si direbbe che la seconda ipotesi è quella più probabile. Un programma minimo il cui scopo non è cercare il consenso in parlamento per una nuova maggioranza, ma assicurarsi che essa non ci sia. In modo da ottenere dal Presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle camere e le nuove elezioni con l’attuale sistema elettorale prima che Fini metta radici sul territorio e che il PD si riprenda dallo stato vegetativo in cui si trova da mesi. Magari avendo come avversario principale un’aggregazione dominata da uno dei demagoghi che, sulla scia di Di Pietro, si affacciano all’orizzonte dell’opposizione. Chi sogna di “vincere facile” non potrebbe desiderare di meglio.

 

La prospettiva di un “Berlusconi contro tutti” che riesce a ottenere la vittoria in un plebiscito sulla propria leadership carismatica non è di quelle che lasciano dormire sonni tranquilli. Soprattutto se si ha a cuore quel che rimane del senso delle istituzioni in questo paese. Se dotato di una maggioranza significativa, un governo del Popolo della Libertà e della Lega tenterebbe probabilmente di trasformare la nostra democrazia parlamentare in un regime presidenziale privo di contropoteri e di controlli costituzionali efficaci. Una forma di governo che ci allontanerebbe definitivamente dalla tradizione delle liberaldemocrazie occidentali per avvicinarci a democrazie autoritarie come quelle che negli ultimi anni si stanno affermando in alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica o nell’America del Sud. Se c’è una cosa che questa legislatura ci ha insegnato è che sono in tanti ad avere come massima ambizione nella vita quella di prender parte ai cori che allietano le serate del nostro presidente chansonnier. Un nuova vittoria elettorale farebbe aumentare ancora il numero degli aspiranti, rendendoli sempre meno disposti a tollerare chi si rifiuta di cantare all’unisono.

 

Mai nella storia recente del paese le sue sorti sono state così strettamente legate a quelle del parlamento. In quella sede si deciderà il destino della nostra forma di governo nelle prossime settimane. La speranza è che l’esempio di parlamentari del centro-destra come Chiara Moroni e Barbara Contini inneschi una reazione tra coloro che in quello schieramento credono ancora che sia possibile restituire dignità alla politica restaurando la dignità del parlamento.

 

Pubblicato su Il Riformista l'8 agosto 2010


1 agosto 2010

Sopravviveremo a Berlusconi?

Un declino lento e inesorabile

Che il rapporto personale tra Berlusconi e Fini fosse ormai incrinato in modo irrimediabile si era già capito in aprile, nell’assemblea in cui i due si scontrarono duramente alla presenza dei dirigenti del PdL e davanti alle telecamere. In quella occasione, il presidente del Consiglio ottenne dalla maggioranza dei presenti la ratifica di un nuovo modo di concepire la rappresentanza politica della destra italiana. Non partito, ma popolo. Un’aggregazione di “piazzisti della libertà” che si riconoscono nel proprio capo carismatico e sono disposti a seguirlo ovunque. Pronti ad affrontare qualsiasi ostacolo pur di realizzarne la volontà. Anche contro le convenzioni costituzionali, il buon senso e la decenza. Sicuri che l’aver vinto le elezioni dia a quel leader il diritto di fare ciò che vuole. Mai sfiorati dal dubbio che egli possa sbagliare. Se questo giudizio vi sembra troppo duro, provate a fare un esperimento mentale. Vi ricordate di un’occasione in cui uno degli attuali dirigenti del PdL abbia detto in pubblico di non essere d’accordo con il capo? O almeno di avere delle caute riserve, un dubbio, una vaga perplessità? Non credo. La spiegazione è che coloro che ci hanno provato sono stati messi da parte oppure cacciati, senza tanti complimenti. Gli ultimi a essere accompagnati alla porta sono stati Gianfranco Fini e il gruppo di deputati e senatori che hanno deciso di seguirlo nell’avventura dall’avvenire incerto che hanno chiamato – con un certo ottimismo – “Futuro e Libertà”. Perché per immaginare un futuro per la libertà in un paese che l’affida ai piazzisti ci vuole davvero una straordinaria fiducia nel prossimo e anche una buona dose di temerarietà.

 

A questo punto, infatti, si aprono diversi scenari, nessuno dei quali entusiasmante. Se Berlusconi si è deciso a far precipitare la situazione – nonostante la cautela che, in privato, gli consigliavano i più responsabili tra i suoi seguaci – è perché deve avere in mente una strategia per liberarsi del fastidio che Fini gli ha dato fino all’altro ieri. Le opzioni non gli mancano. Una è quella di recuperare un po’ di voti in parlamento per rinsaldare la maggioranza. Se riuscisse a convincere qualche finiano tentennante, magari tra i ministri o i sottosegretari, oppure a reclutare parlamentari che in questo momento appartengono a altri gruppi, il Presidente del Consiglio potrebbe rimanere in sella tirando a campare ancora per qualche tempo. La speranza, in questo caso, è che la minaccia rappresentata da Fini potrebbe sgonfiarsi. Magari con l’aiuto di una campagna di stampa che lo screditi. Un Fini la cui credibilità è affievolita da uno scandalo sarebbe più facilmente messo in condizioni di non nuocere. Se questa strada risultasse impraticabile, rimane l’opzione delle elezioni anticipate. Che verrebbero ancora una volta presentate come un “giudizio di Dio”. La battaglia tra il bene e il male, e tutti gli altri spropositi con cui siamo familiari da anni.

 

D’altro canto, se invece il governo cadesse, non mi pare che la prospettiva di un esecutivo tecnico sia da salutare con entusiasmo. In primo luogo perché esso si troverebbe a far fronte alle critiche – non del tutto infondate – che si possono muovere a una soluzione di questa specie in un regime che è di fatto maggioritario, anche se di un genere piuttosto anomalo nel panorama delle democrazie occidentali. Poi perché i governi tecnici che abbiamo avuto in passato, pur avendo fatto spesso cose necessarie e perfino giuste, hanno contribuito ad alimentare lo scontento nei confronti della classe dirigente di questo paese su cui Berlusconi – quando gli fa comodo – si appoggia per sostenere di essere l’uomo nuovo, il nemico dei “poteri forti” e dell’establishment. Anche in questo caso potremmo aspettarci gesti clamorosi, dichiarazioni eccessive, dossier e campagne per mettere in cattiva luce chiunque si frappone tra il popolo e il suo capo.

 

La domanda da farsi a questo punto è sempre la stessa: quanto può reggere ancora questo paese a una fibrillazione continua che coinvolge tutte le istituzioni che appartengono alla struttura di base della società? Cosa rimarrà quando qualunque corpo intermedio, qualsiasi contrappeso, sarà stato travolto da una guerra senza esclusione di colpi? C’è chi dice che il declino di Berlusconi sarà come quello di Francisco Franco: inesorabile, ma lungo. Forse chi lo sostiene ha ragione. C’è una differenza significativa, tuttavia, che induce al pessimismo. Pur con qualche incertezza, Franco si era posto il problema della sua successione. Mentre il Caudillo prendeva lentamente congedo dalla politica e dal mondo – nel suo caso le due cose coincidevano – c’era una classe dirigente che lavorava alla transizione e che si poneva il problema della riconciliazione nazionale. In Italia a destra non si vede niente del genere. Chi ci prova – come dimostra il caso Fini – è considerato un traditore e licenziato senza preavviso. Tutto lascia pensare che, quando alla fine cadrà, Berlusconi avrà creato le condizioni per portare con sé tutto il paese.

 

Pubblicato su Il Riformista l'1 agosto 2010


19 luglio 2010

La mistica del merito e i suoi profeti

Una riflessione di Pier Luigi Celli

Segnalo ai lettori una lettera di Pier Luigi Celli, pubblicata sull’inserto “Affari & Finanza” de La Repubblica, sullo stesso tema cui ho dedicato alcune delle ultime rubriche su Il Riformista. Tra l’altro, Celli scrive: «Parlare di uguaglianza delle opportunità offerte, solo perché le griglie selettive sono le stesse per tutti, senza prendere in considerazione la disparità oggettiva dei punti di partenza, può spesso apparire come una astuzia di non grande portata, larvatamente ideologica, che finisce per riprodurre le condizioni che quelle disparità hanno generato.
Per parlare sensatamente di merito, che allora può diventare un valore non discriminante, non si può non porsi il problema su come intervenire per ridurre gli handicap di partenza, considerando che la questione non è solo quantitativa, legata magari a sussidi o borse di studio ( oltretutto in un periodo in cui le risorse sembrano tutt’altro che abbondanti per la scuola e per l’università ), ma molto più culturale, sociale, legata a fattori di cura e promozione individuale. Alla liberazione delle potenzialità compresse, e spesso degradate, di certe condizioni territoriali in cui sarebbe ininfluente, e un po’ ridicolo, pensare di risolvere i problemi sulla base dei risultati di un test».

A questo indirizzo trovate il testo completo:

www.repubblica.it/supplementi/af/2010/07/19/copertina/001cellik.html


20 giugno 2010

Elogio della borghesia

Su Joachim Fest

In un discorso tenuto nel 1981, in occasione del conferimento del premio “Thomas Mann” da parte della città di Lubecca, lo storico Joachim Fest ha affermato: «[c]hi dubiterebbe ancora del tramonto del mondo borghese? Borghesia, condizione borghese sono termini usati oggi dalla maggior parte dei precettori della nazione, da coloro cioè che improntano la coscienza dell’opinione pubblica, come vocaboli per irritare e irridere: la causa della borghesia appare sicuramente come una causa persa, più di qualunque altra. Anche coloro che, per principi morali, condotta di vita e attitudine mentale sarebbero da annoverare fra gli appartenenti della borghesia, non vi si riconoscono, e la rinnegano adeguandosi a una moda che ormai ripudia tutto. Voci contrarie non ce ne sono. Insomma, la borghesia non ha più nessuno che la difende».

 

Dal tono si comprende subito che l’autorevole studioso non ha alcuna simpatia per la tendenza culturale antiborghese cui allude nel brano che abbiamo appena riportato del suo discorso di ringraziamento. Per l’intellettuale tedesco, che è stato a lungo anche il direttore editoriale della Frankfurter Allgemaine Zeitung, il declino della borghesia, che appare irreversibile alla fine del ventesimo secolo, non è un evento da salutare con soddisfazione. Al contrario, esso lascia un vuoto morale che potrebbe essere difficile, e forse impossibile, colmare. Ciò che si avvia a scomparire del tutto non è semplicemente un tipo sociale. Una figura che si distingue per il suo modo di pensare o di comportarsi, oppure per la foggia dei capi di abbigliamento che indossa. Per Fest, la borghesia – il “mondo borghese” – è una “forma di vita”: «borghese è l’idea della concorrenza, dell’eccellere in tutti gli ambiti, borghese è la volontà di emergere e, da qui, il senso del rango individuale, della grandezza umana e artistica, che a volte è strettissimamente connessa con ciò che si usava chiamare il genio borghese dell’ammirazione. Borghese è infine, riassumendo tutto questo, il fascino per la singolarità, al fondo del quale diventa afferrabile l’accettazione netta, in qualche caso anche spietata, delle differenze umane, perfino delle disuguaglianze. Concettualmente non si mira però a bloccare, a incatenare il singolo nella propria condizione, anzi gli si danno gli stimoli e gli si offre la possibilità di diventare qualcosa di meglio». Tra le righe di questa rievocazione elegiaca della borghesia come “forma di vita” (Bürgerlichkeit als Lebensform è il titolo originale della raccolta postuma di saggi che include il discorso di Lubecca, che è stata tradotta in italiano da Garzanti con il titolo La natura precaria della libertà. Elogio della borghesia) si intravede l’influenza di una vasta letteratura che – a partire dagli scritti di Max Weber sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo – ricostruisce il profilo morale della borghesia europea tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Come non riconoscere, infatti, l’impronta del “Beruf” protestante nel carattere “draconiano” della “prestazione” – l’espressione è dello stesso Fest – attribuita alla concezione borghese del lavoro?

 

Come è noto, lo scritto di Weber era ispirato anche dall’intento di polemizzare con le teorie materialistiche della storia – e in primo luogo con quella marxista – che spiegavano il patrimonio morale della società borghese riconducendolo alla struttura dei rapporti di produzione instaurati dal capitalismo. Si operava in tal modo quella che Benedetto Croce denunciava come una riduzione del concetto di “borghesia” alla sfera dell’economia. Una tendenza, quella della storiografia marxista, cui Fest si oppone con veemenza. Oltre all’etica professionale della rivoluzione protestante, al patrimonio morale borghese appartengono ideali che vengono dalla cultura classica non cristiana, distillati attraverso secoli di educazione “liberale”. La “forma di vita” rievocata nel discorso di ringraziamento dello storico tedesco rielabora la ricerca dell’eccellenza e la spinta verso il perfezionamento dei propri talenti attraverso l’esercizio; la virtù come “seconda natura” che si manifesta senza sforzo nell’azione di chi ha ricevuto un’educazione appropriata; l’amore per la competizione nel rispetto delle regole, il “fair play”. Dopo Weber, decine di autori, da Croce a Ortega y Gasset, hanno arricchito l’affresco cui Fest attinge per la sua elegia del vivere borghese.

 

Molte di queste testimonianze, a cominciare proprio dai saggi di Weber, non sono semplicemente ricostruzioni storiche o sociologiche di un modo di pensare e di vivere che accompagna la genesi del capitalismo occidentale, aprendo la strada alla modernità. La ricerca di uno specifico etico – di un tratto distintivo – della “forma di vita” della borghesia si impone con urgenza quando si cominciano a intravedere i segni del declino di cui Fest si rammarica. Così, ad esempio, Weber si chiede se il capitalismo vittorioso, con la sua “base meccanica”, abbia ancora bisogno del sostegno di una specifica concezione dell’etica professionale come quella che lui ritiene sia stata elaborata dal Protestantesimo. Nel suo discorso di ringraziamento, Fest allude probabilmente a queste pagine conclusive del saggio di Weber quando afferma che l’etica della borghesia, per quanto appaia opprimente, non è solo un peso ma anche una risorsa. Un “sostegno” appunto.

 

Pubblicato su Il Riformista il  20 giugno 2010


30 maggio 2010

La finanziaria e l'equità

Con la presentazione, da parte del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Economia, dei lineamenti della prossima manovra finanziaria il dibattito politico è entrato in una nuova fase. Destinata a durare, salvo sorprese, fino all’approvazione del provvedimento da parte del Parlamento. Abbiamo letto in questi giorni delle prime reazioni dell’opposizione alle misure illustrate da Berlusconi e Tremonti. Alcuni si dicono disposti a ragionare nel merito delle proposte, riservandosi eventualmente di sostenerle qualora risultassero politicamente accettabili. Altri hanno già sbattuto la porta in faccia al Governo accusando la maggioranza di fare “macelleria sociale”. Sullo sfondo pesano le parole del Presidente della Repubblica che ha invitato le forze politiche e cercare soluzioni condivise a una crisi finanziaria che – come abbiamo avuto modo di vedere nelle scorse settimane – minaccia la stabilità della moneta unica europea e quella della stessa Unione. In casi come questo, prima di formulare un giudizio, si dovrebbe fare qualche passo indietro per mettere meglio a fuoco la questione sul piano dei principi. Perché è anche di questo che stiamo parlando: alla fine vogliamo capire non solo se la manovra ha qualche possibilità di essere efficace, ma anche se è giustificabile politicamente. Se i sacrifici che essa impone agli italiani sono equi o meno.

 

La prima cosa che dovremmo chiederci è da che punto di vista dovremmo valutare le misure che ci vengono proposte. Quali sono le posizioni sociali rilevanti nel valutarne gli effetti? Sappiamo che gli scontenti sono molti. Certamente i dipendenti pubblici, che hanno già duramente protestato per gli interventi che riguarderebbero le retribuzioni e le assunzioni. Una certa preoccupazione è stata manifestata anche da alcuni amministratori locali – non solo dei partiti di opposizione – che temono che i tagli li costringeranno a alzare le imposte per mantenere invariato il livello dei servizi offerti ai cittadini. Abbiamo appreso anche che gli imprenditori si sono detti, grosso modo, soddisfatti delle misure per il contenimento della spesa, pur rilevando che il governo dovrebbe fare di più per promuovere lo sviluppo. Dobbiamo concludere che questa finanziaria – come si sarebbe detto una volta – è scritta dal punto di vista dei padroni?

 

Proviamo a ragionare su un esempio. Nel corso della conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha sottolineato che gli interventi sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti sarebbero giustificati dal fatto che nel settore pubblico ci sono stati negli ultimi anni incrementi salariali maggiori di quelli che si sono avuti nel privato. Ciò sarebbe avvenuto, a suo dire, a fronte di un’asimmetria di posizione tra i dipendenti pubblici – che hanno la garanzia del “posto fisso” – e chi lavora per un privato, che invece rimane esposto al rischio del licenziamento se l’economia va male. Gli statali sono colpiti, ma non dovrebbero lamentarsi perché sono più protetti.

 

L’argomento ha una certa forza. Tuttavia, esso non tiene conto di alcuni profili del pubblico impiego che andrebbero considerati perché non sono affatto irrilevanti. L’inamovibilità di alcune categorie di dipendenti pubblici non è un privilegio irragionevole, ma una garanzia di autonomia, che è giustificata dal pubblico interesse ad avere funzionari, magistrati o docenti che svolgano il proprio compito con serenità, senza essere sottoposti alla minaccia di perdere il posto di lavoro se si rifiutano di assecondare pretese irragionevoli o illegittime da parte di qualcuno. Non c’è dubbio che negli ultimi decenni all’ombra di questa garanzia c’è stato chi non ha fatto il proprio dovere, ma questa non è una buona ragione per ignorare il principio che giustifica la posizione di certi dipendenti pubblici. C’è spazio per rivedere ciò che non funziona, ma non si può assimilare dipendenti pubblici e privati come porterebbe a fare la tendenza – oggi molto popolare, soprattutto nella cultura di una parte del centro-destra – a confondere chi lavora per l’interesse generale e chi lavora alle dipendenze di un imprenditore. La Repubblica italiana non è un’impresa.

 

Inoltre, si dovrebbe tenere conto del fatto che all’interno del settore pubblico ci sono differenze che dovrebbero suggerire maggior cautela nel fare comparazioni con i dipendenti privati. Le fasce di retribuzione più basse hanno subito negli ultimi anni un relativo impoverimento a causa dell’aumento del costo della vita. Una busta paga che, al netto delle tasse, si aggira intorno ai duemila euro non è sufficiente da sola a mantenere un tenore di vita paragonabile a quello che avrebbe reso possibile l’equivalente in lire nel 1995. Un confronto affidabile poi dovrebbe tener conto anche delle rispettive qualificazioni. Siamo sicuri che, a parità di livello di istruzione, un lavoratore del settore pubblico abbia una retribuzione paragonabile a ciò che guadagnerebbe nel settore privato? Siamo certi che, dove c’è una differenza, essa sia compensata dalla sicurezza del posto di lavoro? Si potrebbe obiettare che lo scopo di questo provvedimento non è promuovere l’eguaglianza, o diminuire la disuguaglianza, tra gli italiani. La manovra finanziaria è indispensabile per evitare una situazione che sarebbe disastrosa per chiunque. Come nel caso dei provvedimenti necessari per affrontare un’emergenza sanitaria, anche in questo gli effetti distributivi non sono rilevanti. L’unica cosa che conta è l’efficacia delle misure. Tuttavia, se le ineguaglianze sociali ed economiche non sono giuste, l’applicazione del principio dell’interesse comune risulta ingiustificata.

 

Qualora l’operazione di salvataggio riuscisse, chi ha le aspettative più alte si avvantaggerebbe di più, perché ha più da perdere se le cose andassero male. Quindi non possiamo assumere il punto di vista dell’eguale cittadinanza per valutare la manovra, e dobbiamo invece chiederci quali effetti avrebbero i provvedimenti proposti per i meno avvantaggiati. Almeno, dovrebbe chiederselo chi attribuisce ancora qualche importanza alla giustizia.

 

Pubblicato su Il Riformista il 30 maggio 2010

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